lunedì 13 maggio 2013

Ancora sulla nuova edizione de "Il terribile diritto": le origini premoderne del benecomunismo



I nuovi socialisti ora puntano sui «beni comuni»
Carlo Lottieri - il Giornale Sab, 11/05/2013

In occasione dell'elezione del presidente della Repubblica si è registrata una convergenza tra il movimento Cinquestelle e il professor Stefano Rodotà, più volte parlamentare di sinistra. Al di là dei tatticismi, questo incontro è stato agevolato dalla comune avversione al mercato e dalla contestazione della proprietà privata - che il giurista ha definito un «diritto terribile» (Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni, Il Mulino) - in nome di una retorica basata sui beni comuni. Negli scorsi anni, d'altra parte, alcuni avvenimenti culturali e politici hanno contribuito all'imporsi di tale tema. 
Nel 2009 una scienziata politica che studiò a lungo i beni pubblici, Elinor Ostrom, ricevette il premio Nobel per l'economia e pose la questione sotto i riflettori. Un paio di anni dopo si sono tenuti in Italia alcuni referendum di taglio fortemente statalista - e coronati da successo - che tra le altre cose hanno proposto la fine di ogni gestione privata della distribuzione dell'acqua, muovendo dalla tesi che tale risorsa debba essere «comune» e per forza di cose debba essere statale. Questo esito è stato accompagnato dallo sviluppo di un'ampia letteratura che ha avuto il suo bestseller nel libro di Ugo Mattei uscito proprio nel 2011 da Laterza con il titolo Beni comuni, un manifesto.
Attorno alla questione, insomma, stanno cercando la propria riscossa quanti sono eredi della tradizione socialista e del suo fallimento storico. Gli eterni innamorati di ogni regime variamente collettivista sembrano avere una loro rivincita, ma tale modo d'impostare la discussione lascia alquanto perplessi. Se infatti si inquadra correttamente il problema, la proprietà può uscire solo rafforzata, e non già indebolita, da una valorizzazione dei beni comuni. In effetti essi non sono un'alternativa al capitalismo di mercato, ma un loro pilastro fondamentale: e lo sono da secoli. Gli stessi studi della Ostrom insegnano che la proprietà individuale è indispensabile in tanti ambiti (dai cibi ai vestiti), ma in altri casi è assai più ragionevole che i titoli proprietari siano condivisi. Basti pensare a un condominio: pochi vorrebbero rinunciare all'utilizzo esclusivo dell'appartamento, ma al contempo è bene che siano condivisi l'ascensore, le scale e il cortile. 
Esistono pure realtà storiche che aiutano a cogliere la piena legittimità di tale pluralismo istituzionale. Quando in età medievale alcune persone hanno iniziato ad abitare una valle e vi hanno insediato le loro attività, il colono ha acquisito il legittimo controllo sul terreno - già res nullius - che ha coltivato. Il pezzo di terra recintato diventa una proprietà esclusiva. Ma che dire di foreste, pascoli o corsi d'acqua che nessuno acquisisce totalmente e che molti iniziano a sfruttare? In maniera analoga, un po' alla volta, emerge una proprietà condivisa, dato che questi beni sono utilizzati da un certo numero definito di persone e vengono di conseguenza considerati di proprietà dell'insieme dei coloni, tanto che nasce un'assemblea incaricata di gestirli. Come c'è stata una colonizzazione individuale degli appezzamenti arati e coltivati, così c'è stata pure una colonizzazione condivisa delle acque e dei boschi saltuariamente e comunemente utilizzati.
Nei nostri borghi rurali di origine medievale la vita pubblica aveva luogo, in larga misura, entro riunioni di proprietari che erano anche comproprietari. In effetti quei beni erano comuni, ma non di tutti. Mentre i collettivisti pensano ai beni comuni come beni statali e non esclusivi, la loro origine è diversa, dato che nelle antiche «vicinie» solo i discendenti degli antichi abitanti del villaggio (le famiglie presenti ab antiquo, e cioè da tempo immemore) facevano parte dell'assemblea, la quale fissava i criteri di utilizzo di tali risorse. 
Questo carattere privato, capitalistico e proprietario dei beni comuni è però rigettato da Rodotà, Mattei e dagli altri teorici avversi al mercato, che credono di avere trovato un'alternativa alla proprietà stessa. Essi concepiscono tali beni comuni sempre e solo entro una logica statalista, poiché ai loro occhi la proprietà non può soddisfare le principali esigenze della società: a partire dalla protezione dell'ambiente. In verità molti beni condivisi sono nati proprio per risolvere quelle questioni che la proprietà sa gestire assai bene, purché sia declinata in modo adeguato. 
È anche necessario ricordare che la proprietà comune di tipo tradizionale - ancora oggi molto radicata in Svizzera - è stata per secoli fondamentale pure da noi, sebbene oggi sopravviva solo in poche limitate aree: come nel caso delle Regole di Cortina d'Ampezzo.
Lungi dal poter essere una vera arma contro l'ordine di mercato, una volta compresi nel loro significato più autentico i beni comuni sono una soluzione liberale, e non statuale, dinanzi a molte questioni. Questo implica pure un modo del tutto diverso di pensare l'individuo stesso, che si manifesta davvero un animale sociale (in senso aristotelico) anche nel suo modo di reinventare di continuo l'istituto della proprietà.


Rodotà: La nuova frontiera dei diritti
“Ma la proprietà è divisa per tutti”
“Dall’acqua alla Rai, alla conoscenza sul Web: più dell’appartenenza conta la gestione dei beni”di Mirella Serri La Stampa TuttoLibri 12.5.13

Il giurista Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto Civile alla Sapienza di Roma, è tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea

“A gli occhi sei barlume che vacilla, / al piede teso ghiaccio che s’incrina; / e dunque non ti tocchi chi più ti ama». Recita a memoria - «Felicità raggiunta, si cammina» di Montale - Stefano Rodotà.

Dopo le settimane burrascose che l’hanno visto al centro della contesa per l’ascesa al Colle, il noto giurista è tornato il professore di sempre. E prosegue nella non casuale evocazione montaliana: da anni ragiona sul complicato tema dei diritti e i versi del poeta ligure esemplificano bene il diritto alla felicità, lo stesso che si affaccia nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. In una versione aggiornata con nuovi capitoli arriva in questi giorni in libreria Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni (Il Mulino), pietra miliare sul tema dei patrimoni, delle forme societarie ma anche sui beni più anomali, come l’ingegno o la privacy. E da qualche tempo è sugli scaffali il bellissimo excursus Il diritto di avere diritti (Laterza). Rodotà, in Italia solitario hidalgo (ha il physique du rôle di un nobile spagnolo), è stato uno dei padri fondatori della riflessione sul rapporto tra libertà e nuove tecnologie. La nostra epoca, Norberto Bobbio, la chiamava l’età dei diritti. Professore, pos­ siamo continuare a consi­ derarla tale? «A fianco delle conquiste classiche, come il diritto alla libertà personale, alla manifestazione del pensiero, alla libertà di associazione, nascono sempre inedite acquisizioni. Oggi c’è chi parla di “diritti di nuova generazione”’. Non mi convince. Se viene applicata ai cellulari questa definizione ha una sua ragion d’essere, vuol dire che l’ultimo arrivato surclassa tutti gli altri modelli. Ma in campo legislativo le new entry non cancellano il passato ma lo rendono più ricco e funzionale alle nostre esigenze». Lei parla di una lunga mar­ cia dei diritti. Si è arresta­ ta? «Ai principi di libertà, eguaglianza e fraternità, sostituita dalla più moderna solidarietà, è stato aggiunto quello di dignità. Quando è accaduto? Con la Costituzione tedesca del ‘49 che all’articolo 1 recita: “La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla”. Dopo l’olocausto, che aveva reso gli uomini privi di ogni umanità, si sente la necessità di introdurre un’innovazione. Un principio che sarà la linfa dell’ordinamento europeo».
Altri recenti diritti? «L’autodeterminazione. Il Codice di Norimberga, è un altro esempio, nasce dalle carte del processo che si è svolto al termine della seconda guerra mondiale anche contro i medici nazisti che avevano perpetrato torture e sperimentazioni sui detenuti nei campi di sterminio. Si è avvertita l’urgenza di tracciare una linea di divisione tra sperimentazione lecita e tortura. Piergiorgio Welby, militante del partito radicale, proprio in base al principio di autodeterminazione chiese ripetutamente che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita». Dopo la repressione del 1848 in Francia la proprietà era diventata veramente una forma di religione. Alexis de Tocqueville parla­ va come di un perenne «campo di battaglia tra chi possiede e chi non possie­ de». E’ ancora attuale la questione? «All’improvviso, l’Italia ha cominciato a essere percorsa dalla “ragionevole follia dei beni comuni”, come è stata definita: l’acqua e la conoscenza, la Rai e così via, tutto è diventato tale, persino “i poeti sono un bene comune”, è stato detto. Esagerando, ovviamente. In realtà la dimensione collettiva scardina la moderna dimensione proprietaria. Ci porta al di là della tradizionale gestione pubblica dei beni. Che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo delle generazioni future. Il punto chiave, di conseguenza, non è più quello dell’”appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione. Se si considera, ad esempio, la conoscenza consentita dalla Rete, l’accesso è un diritto fondamentale poiché contribuisce alla libera costruzione della personalità». E il diritto d’autore, va a far­ si benedire? «Il web offre tante opportunità inedite: la musica si scarica gratis ma i concerti sono sempre più affollati. E se un’opera letteraria viene consumata online lo scrittore potrà avere molti altri benefici: in America, dove questo accade sempre più di frequente, si può, grazie alla notorietà acquisita sul web, diventare un conferenziere superpagato. In politica la Rete è stata capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire nuove soggettività politiche. Il movimento 5Stelle, che deve il suo successo a internet, poi però riempie le piazze. Vecchi e nuovi diritti si integrano e i cittadini da questo mix possono trarre molti vantaggi».

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