domenica 26 maggio 2013
Davvero un'analisi originale...
Ospite e nemico, lo straniero ambiguo
L’immigrazione rende inadeguata la logica dell’aut-aut: la sfida piuttosto è nell’et-et
di Umberto Curi Corriere La Lettura 26.5.13
«Bisogna
partire dal mescolarsi, dal conoscere l'altro perché credo si debba
arrivare a una nuova coesione sociale, a una convivenza che rafforzi la
cittadinanza intera». Così Cécile Kyenge, ministro dell'Integrazione
sociale, ha commentato gli episodi di razzismo che hanno coinvolto Mario
Balotelli. L'approccio suggerito dal ministro ha il merito di tagliar
corto con le polemiche di basso profilo, riportando la discussione sul
piano di un'analisi non appiattita sulla contingenza. E offrendo, sia
pure indirettamente, la possibilità di una riflessione più approfondita
sulla figura dello straniero. A cominciare dai termini impiegati per
descriverla.
L'uso dell'espressione «straniero» implica una
caratterizzazione esclusivamente negativa, poiché allude a ciò che gli
individui così designati non sono (originari del nostro Paese) o a ciò
che non hanno (la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra
religione). Il termine si limita a registrare la loro «esternità» priva
di ogni altro connotato, salvo la stranezza, che conferisce una
particolare tonalità alla parola sia in italiano sia in francese
(étranger) e in inglese (stranger). All'esteriorità s'aggiunge così la
difformità da ciò che è consueto, e che perciò suscita perplessità e
sconcerto. In molti casi, dunque, è «estraneo» o «straniero» quello che è
anche percepito come «strano».
Il primo effetto è l'oscuramento di
ogni differenza tra le molteplici identità linguistiche, culturali e
religiose di cui è costituita l'umanità che viene «da fuori». Ciò che
dell'«altro» il termine «straniero» ritiene pertinente è semplicemente
la sua non-appartenenza, rispetto alla quale ogni ulteriore nota
distintiva appare irrilevante o del tutto secondaria. L'anonimato in cui
l'appellativo di stranieri rigetta la varietà dei gruppi umani si
riflette sulla natura della relazione che diventa possibile entro tale
orizzonte di senso, rendendola massimamente indifferenziata e
impersonale. L'atteggiamento dominante tende a rimuovere il dato fra
tutti più importante, vale a dire che lo straniero è ambivalente, è
l'ambivalenza. È inevitabile vivere la sua presenza, il suo arrivo, come
una minaccia. Ma è altrettanto inevitabile avvertire, nel cuore stesso
del páthos che è inseparabile dal contatto con lui, che quella pur
ineliminabile minaccia è per me feconda, mi conferisce qualcosa che, pur
inconsapevolmente, attendevo da tempo, e di cui non potrei fare a meno.
Posso respingerlo, certamente. Ma contestualmente, se mi accingo a
questo, percepisco anche un mio profondo e irrimediabile depauperamento.
Alla sua duplicità dovrei saper rispondere con altrettanta duplicità.
Dovrei riuscire a temerlo e a desiderarne l'arrivo, a spalancargli le
porte della casa, e insieme a tenerlo fuori da essa, a respingerlo con
fermezza, e contemporaneamente ad accoglierlo come se fosse una
benedizione.
Ad inquietarmi nel profondo è la consapevolezza
dell'insuperabilità dell'ambivalenza, il fatto che essa non dipenda da
un «equivoco» provvisorio e comunque «rimediabile». Sempre, in quanto
straniero, egli mi apparirà irriducibilmente doppio. Sempre minaccia e
dono, non l'una cosa o l'altra. Anzi: l'una cosa proprio in quanto è
l'altra.
Di qui la difficoltà estrema in cui questa «visita» mi pone.
L'alternativa paralizzante di fronte alla quale mi situa. Rinunciare al
dono per allontanare la minaccia, o affrontare il pericolo per
acquisire il dono? Un punto resta comunque assodato: di fronte allo
straniero, cede ogni possibile linguaggio dell'unicità. Più ancora: di
fronte a lui, la rassicurante e familiare logica dell'aut aut deve
essere soppiantata da una modalità di ragionamento basata sul ben più
impegnativo et et.
Ciò perché l'hostis — originariamente, insieme
ospite e nemico — non è mai espressione di una dissomiglianza talmente
radicale da poter essere considerata del tutto indipendente dalla nostra
identità. Al contrario, egli è piuttosto l'altro termine di un binomio
dal quale non posso prescindere. Nessuna compiuta identità può essere
de-finita, nel senso preciso di ciò che possiede chiari confini, senza
un nesso vitale con ciò che, essendo altro e diverso, concorre in
maniera decisiva a stabilirla. Come ha rilevato Jacques Derrida,
dell'hostis non possiamo fare a meno: non possiamo «scegliere» se
accoglierlo o respingerlo, non più di quanto possiamo scegliere di
essere quello che siamo. Egli è legato alla nostra identità non solo in
quanto la determina positivamente, ma anche in quanto la minaccia
dall'interno.
La figura stessa dello straniero esige la
riformulazione dell'apparato concettuale che è alla base della nostra
quotidianità. Egli è dunque «extra-ordinario» (extraordinaire étranger,
lo chiama Baudelaire), perché con la sua sola presenza mette in
discussione gli ingredienti fondamentali della mia vita «ordinaria». E
tuttavia la piena consapevolezza del carattere maxime periculosum
dell'incontro con lui non può cancellare l'inderogabilità del rapporto,
in una certa misura lo rende anzi ancora più necessario. Nella minaccia
in lui incarnata è immanente una promessa alla quale non posso
sottrarmi.
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