mercoledì 29 maggio 2013
"Documentalità" e costruzione delle identità collettive
Da Kant a oggi cosa sta a indicare il pronome fondativo di gruppi, classi e comunità Le nuove identità nell’epoca dei social network
di Maurizio Ferraris Repubblica 29.5.13
Se
l’io è, secondo Pascal, il più detestabile dei pronomi, il noi è il
pronome più misterioso. Poniamo che quattro persone giochino a poker e
che qualcuno chieda loro che cosa stiano facendo. Una risposta come «io
sto giocando a poker, e anche lui, e anche lu
330 × 248 - fuorilemura.comi, e anche lui» suonerebbe a
dir poco strana. La risposta ovvia è «noi stiamo giocando a poker».
Ora, in questo “noi” si nascondono parecchi enigmi del mondo sociale che
hanno interessato i filosofi (e su cui ritorna proprio in questi giorni
Roberta De Monticelli in un capitolo centrale di Sull’idea di
rinnovamento, Raffaello Cortina): che cosa intendiamo davvero dire, e
fare, quando diciamo “noi”? Il punto più rilevante è che, contrariamente
alle apparenze, l’uso del “noi” è funzionale, più che a una
identificazione, a una esclusione. Dal “noi spiriti liberi” di Nietzsche
al “noi padani”, al “noi moderni”, lo scopo principale del “noi” sta
nel costruire una aggregazione, in cui un singolo si autonomina
rappresentante di una classe, ma, ancor più, nel generare il fantasma
dei “loro”, degli altri, di quelli che non sono noi. In questi casi, a
differenza da ciò che accade con i nostri quattro giocatori di poker, il
confine tra il “noi” e il “loro” è estremamente mobile e soprattutto
infinitamente vago e manipolabile.
Ecco perché, a mio avviso, uno
degli scopi centrali della filosofia come critica della ideologia deve
consistere proprio nella condanna della finzione universalizzante del
“noi”. Jacques Derrida è stato un campione di questa prospettiva, per
esempio facendo notare come l’appello ermeneutico al dialogo e alla
“fusione di orizzonti”, alla creazione di un discorso universale dotato
di una piena trasparenza comunicativa era sempre sul punto di tradursi
nell’evocazione di un fantasma di totalità. Ma come può esercitarsi una
vigilanza critica nei confronti della costituzione del “noi”?
Probabilmente,
lo strumento più efficace è l’analisi dei connettivi e dei contesti che
rendono possibile il “noi”. Storicamente ne abbiamo avuto molte
versioni, raramente rassicuranti. La prima è infatti quella del sangue e
della terra, cioè l’idea che il “noi” sia assicurato dalla condivisione
di certi attributi genetici e di uno spazio geografico. Ma anche l’idea
che il “noi” abbia invece una base spirituale non è di per sé meno
minacciosa. Basti pensare all’ambigua tesi di Fichte, nei Discorsi alla
nazione tedesca (1807-1808), che definiva i tedeschi come il popolo
dello spirito, e poi procedeva a dire che dunque chiunque creda nel
progresso dello spirito appartiene alla stirpe tedesca (mentre poteva
darsi il caso di chi, non credendo nello spirito, non sarebbe stato
tedesco anche se geneticamente lo era).
Nella filosofia
contemporanea, la risposta prevalente alla domanda sull’origine del
“noi” è fornita dalla teoria della intenzionalità collettiva, proposta
dal filosofo finlandese Raimo Tuomela e sviluppata da John Searle.
L’idea è che ci sarebbe questo elemento primitivo e naturale (una specie
di ghiandola pineale intersoggettiva) che ci fa dire “noi” invece che
“io” in un certo numero di situazioni, e che sta alla base della
costruzione del mondo sociale. Qui avrei più di un dubbio, perché in
effetti al “noi” ci si arriva attraverso un addestramento. È vero che un
gruppo di persone in gita può dire “noi camminiamo”, ma si tratta
ancora di “intenzionalità collettiva” quando a camminare è un gruppo di
prigionieri tenuti sotto tiro?
Se le cose stanno in questi termini,
alla versione naturalistica di Searle è di gran lunga preferibile la
versione culturalistica che, quasi duecento anni fa, ha dato Hegel con
l’idea di “spirito oggettivo”. Quello che noi abbiamo nella nostra
testa, le nostre intenzioni e le nostre aspirazioni morali non può
restare in un puro mondo intelligibile, come pensava Kant, ma ha bisogno
di manifestarsi nella storia. È qui che si introduce la variante
hegeliana: lo spirito ha bisogno strutturalmente di mani-festarsi, di
solidificarsi in istituzioni. È lì che si manifesta il “noi”: nelle
costituzioni, nelle imprese e nelle tradizioni condivise. Ma,
attenzione, è importante capire che questo spirito è oggettivato, non è
una nostra proprietà personale.
È per questo che, in alternativa a
queste forme di costruzione del “noi”, ho suggerito che l’elemento
fondamentale è costruito da quello che chiamo “documentalità”. È
attraverso la condivisione di documenti e di tradizioni che si
costituisce un “noi”. Ed è proprio per questo motivo che la società si è
dotata così presto di scritture e di archivi: per far sì che lo spirito
possa manifestarsi e diventare riconoscibile, acquisendo visibilità e
permanenza temporale. Da questo punto di vista, la forma più trasparente
del “noi” è un documento che reca delle firme, e che manifesta con
onestà i termini, i confini e gli obiettivi del “noi”, che in questa
versione appare come l’accordo cosciente tra un numero definito di
persone per un obiettivo riconoscibile.
Oggi la documentalità è
rappresentata soprattutto dal web, questo immane apparato che alcuni
ottimisti sono portati a definire come l’espressione di una
intenzionalità collettiva, per esempio rifacendosi al ruolo del web
nella primavera araba, o più recentemente nel successo del Movimento 5
Stelle. A mio avviso però è proprio nei confronti del web che appare più
che mai necessaria una vigilanza critica nei confronti della produzione
di un “noi”. Perché le condizioni regolate della documentalità, quelle
che appunto possiamo trovare in un atto espresso in forma esplicita
(costituzione, compravendita, testamento), e cioè la riconoscibilità dei
confini del “noi”, la piena consapevolezza e la solennità dell’impegno
vengono meno.
Pensate alle pagine di Facebook in cui il tribuno di
turno chiama a raccolta i suoi sostenitori per condividere delle idee
che normalmente trovano la loro forma di aggregazione nella condanna dei
“loro”, degli altri. Qui si crea una illusione di intenzionalità
collettiva chiaramente ingannevole. I sostenitori che scrivono “mi
piace” lo fanno magari senza pensarci, tanto non sono impegnati a
niente. Le quantità sono soggettive: già una decina di “mi piace” sembra
indicare un consenso assoluto. I commenti sono estemporanei come i
discorsi al bar, ma diversamente da quelli permangono, e soprattutto
sono prevalentemente positivi, rafforzando la convinzione del tribuno di
aver ragione. E il “noi”, da potenziale veicolo di intelligenza
collettiva, si trasforma in una manifestazione non confortante di
stupidità di massa, anzi, non esageriamo, di gruppo.
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