lunedì 13 maggio 2013
Francesco Renda
È morto lo storico e dirigente del Pci siciliano. Scrisse opere fondamentali sul Sud e la mafia
di Tano Gullo Repubblica 13.5.13
PALERMO.
È stato in prima fila in tutti i momenti difficili degli ultimi
settant’anni della storia siciliana: a Portella della Ginestra il giorno
della strage; tra le bandiere rosse nei feudi occupati; nelle miniere
asserragliato a difendere la dignità dei lavoratori e l’integrità dei
“carusi”, piccole vittime di tempi senza pietà; nelle dorate stanze del
Parlamento regionale, prima per dare corpo a una Autonomia agognata, poi
a cercare di arginare quel federalismo, fabbrica di sprechi. È morto
ieri a 92 anni lo storico Francesco Renda, politico, dirigente
contadino, meridionalista, parlamentare, docente, nonché autore di una
cinquantina di volumi sulle vicende isolane, alcuni ormai pietre
miliari, come la monumentale Storia della Sicilia pubblicata da Sellerio
nel 2003, in cui lo studioso ribalta tutti i luoghi comuni sedimentati
nei secoli per pigrizia e superficialità.
«Apprendo con commozione la notizia della scomparsa di Francesco Renda — ha scritto
il
presidente Giorgio Napolitano, sodale negli anni duri del centralismo
democratico, in un messaggio ai tre figli — , intellettuale fortemente
impegnato e profondo studioso della storia della Sicilia, che avevo
avuto modo di conoscere in anni lontani e di apprezzare». Messaggi di
cordoglio anche dal presidente Crocetta e da esponenti del mondo
politico, culturale e sindacale. Oggi alle 11 una cerimonia nella sede
della Fondazione Gramsci, di pomeriggio i funerali a Mazzarino, nel
Nisseno, paese d’origine della moglie Antonietta Marino, fondatrice del
movimento delle donne comuniste nell’isola, scomparsa tre anni fa in
questi stessi giorni.
Nato a Cattolica Eraclea, Agrigento, in
una
povera famiglia di braccianti, è riuscito a sfuggire a una vita segnata
per la poliomielite che mina il suo fisico gracile rendendolo inadatto
al lavoro dei campi. Uno zio calzolaio lo prende in bottega: le lesine e
il cuoio non chiudono il suo orizzonte, così a dispetto della miseria
riesce a intraprendere gli studi liceali. Tra i banchi acquisisce una
coscienza politica e aprendo la sezione Pci del suo paesino si avvia nei
primi passi di una escalation inarrestabile: dirigente della Federterra
e della Lega delle cooperative, segretario regionale Cgil; cinque
legislature all’Assemblea regionale e una al Senato, ordinario di Storia
nell’Ateneo palermitano e autore di numerosi libri, il primo sul
movimento contadino, l’ultimo su Federico II, nel mezzo La storia della
mafia.
Uscirà postumo il racconto sulla Ducea di Bronte, regalata a Horatio Nelson, lavoro degli ultimi anni.
La
sua vita, segnata dai contrasti per la sua cocciutaggine di coniugare i
valori del comunismo con la lezione liberale di Croce, la racconta nel
libro Autobiografia politica (Sellerio 2007). A cominciare da Portella: è
lui che quel 1° maggio 1947, deve tenere il comizio. Per strada si buca
una gomma della motoretta, perde una manciata di minuti quanto basta
per scansare la gragnola di pallottole. Sarà lui nei giorni successivi
(in aperta polemica con Girolamo Li Causi che incita i lavoratori a una
reazione dura), a sedare gli animi ricordando l’eccidio dei Fasci.
Per
tanto tempo lo studioso è convinto che sulle vittime di Portella e
sulla mattanza di una sessantina di militanti della sinistra prima e
dopo, ci sia la firma esclusiva della banda Giuliano. Poi, grazie anche a
un’inchiesta di Repubblica che riporta documenti inediti degli archivi
Usa, la svolta, e nell’Autobiografia Renda scrive che «in quel mondo
spaccato a metà dalla “Guerra fredda”, ci sono troppi interessi
internazionali convergenti sulla Sicilia e tutti orientati a bloccare
l’avanzata delle sinistre».
Temperamento spigoloso, all’interno
del Pci è una spina nel fianco di chi all’insegna della real politik
intesse accordi arditi. Si oppone al governo Milazzo, con pezzi di Msi e
dc, e su questo fronte rompe con l’amico Emanuele Macaluso, regista del
ribaltone, con il quale si riabbraccia per la festa dei novant’anni. E
anche negli ultimi anni non perde occasione di attaccare i vertici del
Pd isolano per il sostegno a governi, come quello Lombardo, espressione
della vecchia politica. Anche sulla mafia va controcorrente: «ormai è
definitamente sconfitta», dice, suscitando ire furiose. «Una volta i
Calò Vizzini operavano alla luce del sole, oggi i boss devono tramare
nella clandestinità», replica. Nel campo storiografico opere che
lasciano il segno; dopo avere letto gli studiosi che per un millennio ci
hanno raccontato la Sicilia, comincia ad attingere dagli archivi e
mette sottosopra certezze secolari: demolisce il mito di Federico II
Stupor mundi, sostenendo che per la sua incapacità politica e l’ostinata
ostilità a papa Innocenzo III perde la vita — e con lui i figli — e
l’impero; esalta, per contro, Ruggero II fondatore del Regno; si scaglia
contro la lettura monocorde che ritiene la civiltà siciliana originata
dalla dominazione araba. Al piagnisteo che pone le dominazioni straniere
come causa dell’arretratezza isolana, tesi della storico cinquecentesco
Tommaso Fazzello, trappola in cui cadono Verga, Pirandello, Tomasi di
Lampedusa e perfino Sciascia, controbatte che «grazie alle occupazioni
straniere l’Isola si è trovata sempre al centro della grande storia
mediterranea». E proprio sul Mare nostrum, «sdoganato dal crollo della
Cortina di ferro», progettava di aggiornare un suo vecchio studio. Non
ne ha avuto il tempo.
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