mercoledì 15 maggio 2013

La quotidiana diffamazione della Cina seguita dalla quotidiana diffamazione della Russia

Cina, il nuovo corso di Xi è quasi un ritorno a Mao

Dal presidente richiami al passato e argomenti tabù per le università

di Ilaria Maria Sala La Stampa 14.5.13


Miete nuove vittime di rilievo, la campagna contro la corruzione con cui Xi Jinping, il nuovo Presidente cinese, ha voluto dare inizio al suo mandato, ma allo stesso tempo la Cina decide di mantenere ancora più stretto il controllo sulla libertà di espressione. Due volti contrastanti del «nuovo corso» di Xi, che comincia lentamente a delinearsi.
Sul fronte anti-corruzione, ora le indagini si spostano su Liu Tienan, il vice-presidente della Commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, che dall’anno scorso attira l’attenzione per uno stile di vita al di là delle leggi. A puntare i riflettori su di lui era stato Luo Changping, coraggioso giornalista del settimanale economico-finanziario Caijing, che l’aveva accusato di aver cercato di uccidere la sua amante, di non avere un dottorato come sosteneva e di essere stato coinvolto in una serie di transazioni finanziarie sporche. E per quanto il giornalista fosse stato criticato per le sue accuse a un alto funzionario, il web si era impossessato della faccenda, che prima di essere censurata aveva prodotto numerosi commenti sui social media.
Trattandosi però di un alto quadro di Partito, l’indagine non avviene tramite i canali giudiziari soliti, ma deve passare per la Commissione di disciplina interna – e solo se Liu verrà espulso potrà essere sottoposto a processo. Com’era avvenuto, lo scorso anno, con Bo Xilai, l’ex Segretario di Partito della metropoli di Chongqing. Bo, che aveva voluto riproporre alcuni temi maoisti divenendo l’esponente più in vista della fazione della «Nuova sinistra». Dopo un tentativo di defezione al Consolato Usa del suo braccio destro, si è ritrovato implicato nello scandalo che ha portato in prigione per omicidio sua moglie, Gu Kailai.
Xi Jinping, pur continuando a fare dell’anti-corruzione il suo cavallo di battaglia, potrebbe star cercando di inviare segnali di riappacificazione alla fazione maoista – a meno che non ne sia un membro convinto, cosa che per il momento non è di facile analisi.
Proprio nelle ultime settimane, la stampa ufficiale ha riportato alcune frasi del Presidente cinese in cui si schierava contro le critiche all’operato del Grande Timoniere Mao Zedong, morto nel 1976. Anzi: tutto lascia pensare che le celebrazioni del 120mo anniversario della sua nascita, che si terranno a dicembre, avverranno in pompa magna. Nulla viene lasciato al caso: una mostra di Andy Warhol a Pechino ha potuto essere allestita solo dopo aver rimosso le famose serigrafie che hanno reso Mao un’icona pop. E sono stati annunciati anche sette temi tabù per gli atenei universitari.
La nuova direttiva – distribuita oralmente come spesso avviene con le tematiche legate alla censura – ha indicato che gli errori storici del Partito Comunista, i diritti sociali, la società civile, la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, l’esistenza di una classe «aristocratica» in Cina (i figli degli alti quadri di Partito) e i valori universali non possono essere discussi nelle aule delle Università cinesi. Un significativo restringersi delle già limitate libertà accademiche.
Fino a qualche anno fa, le direttive di questa natura venivano diffuse tramite circolari scritte, ma con l’avvento dei social media e il timore che queste possano essere pubblicate online creando imbarazzo, le autorità telefonano personalmente ai vari responsabili della disciplina, che si occupano poi di far applicare le direttive indicendo assemblee, nelle quali è solitamente proibito prendere appunti scritti.
Se la lotta alla corruzione gode del sostegno del pubblico cinese, il continuo limitare le libertà di stampa, e l’occhiolino a fazioni nostalgiche del maoismo, invece, non godono invece di grande popolarità.

Repubblica 14.5.13
Il pugno di Putin sugli eredi di Sakharov
di Adriano Sofri


Si potrebbe dire, chi ami il sarcasmo, che il presidente Putin sia un gran fautore della trasparenza. «Dicano da dove prendono i soldi!». Quelli che devono dirlo sono le Organizzazioni non governative russe, che hanno l’imprudenza di controllare e denunciare i brogli elettorali, le intimidazioni e le malefatte contro la libertà di stampa e di parola, le torture e le “scomparse” nel Caucaso. Dallo scorso 20 novembre è in vigore in Russia la legge cosiddetta degli “agenti stranieri”: notevole, se non fosse tragica, per la sua comicità. Tragica, se solo ci si ricorda delle centinaia di migliaia di vittime russe dello stalinismo, tacciate d’essere al soldo straniero; e dell’impiego dello stesso epiteto ai danni dei dissidenti fino alla fine dell’Urss. Comica, se ci si ricorda della carriera di Vladimir Putin, a meno che la fratellanza internazionalista non esimesse un agente del Kgb nella Ddr dalla reputazione di agente straniero. (A quanto pare, in Russia su 1200 funzionari del più alto grado, dal presidente in giù, 800 provengono dal Kgb/Fsb).
La nuova legge (ne scrisse qui Nicola Lombardozzi in aprile a proposito del Putin contestato in Germania e Olanda) obbliga le Ong russe “che formano l’opinione pubblica” – cioè tutte – a iscriversi, quando ricevano contributi dal resto del mondo, in un registro che le qualifica come “agenti dello straniero”. “Spie”, alle orecchie allenate di generazioni di russi, e del resto anche alle nostre.
In ogni attività pubblica, le Ong sono obbligate a presentarsi come “agenti dello straniero”.
Per la gran parte delle Ong, a partire dalla principale, “Memorial”, o le sezioni di Greenpeace o Amnesty, i contributi dall’estero sono ovvii, dal momento che si tratta di associazioni internazionali (Memorial ha una attiva sezione italiana). Ma il carattere pretestuoso e brutale della legge si è mostrato provocatoriamente nel processo a un’altra Ong, Golos’, la Voce, che aveva ricevuto il Premio Sacharov dal comitato Helsinki norvegese – 7.600 euro – e l’aveva restituito, proprio per sottrarsi al ricatto della legge. Golos’ è stata condannata a una multa di 7.500 euro, e di un’altra multa personale di 2.500 euro alla sua direttrice, Lilja Chibanova, su cui incombe, se non si piegasse, la minaccia della persecuzione penale e del carcere fino a due anni. (Quanto durino due anni in Russia è stato appena mostrato da un altro tribunale, che ha negato la liberazione condizionale alla ventitreenne militante Pussy Riot, Nadezhda Tolokonnikova, che pure ha già scontato oltre metà della pena, perché “non si è pentita”).
La legge dunque non nasconde, e anzi ostenta, il proposito di liquidare l’attività civica e benefica delle Ong non asservite. E, intanto, di screditarle con le stesse parole d’infamia usate al tempo di Stalin e dei Gulag. Così ha commentato Oleg Orlov, di Memorial, che se ne ricorda: “I processi, prima che a condannare, servivano a eccitare il discredito e l’odio contro gli oppositori”. Orlov taglia corto: “La legge è semplicemente immorale e illegale”. Intanto, all’ingresso della sede di Memorial e poi sul tetto sono state collocate – da “sconosciuti” – scritte e striscioni: “Qui stanno gli agenti stranieri”.
Nessuna organizzazione ha finora accettato di registrarsi. L’obbligo non riguarda solo le associazioni per i diritti civili, ma anche quelle ecologiste, religiose, e perfino sanitarie. È stata multata una Ong specializzata nella cura della fibrosi cistica, che aveva ricevuto un contributo straniero.
Minacce private e persecuzioni pubbliche hanno già l’effetto di indebolire l’attività coraggiosa delle organizzazioni, costrette a impegnare tempo e risorse nella difesa della propria sopravvivenza. Memorial – il cui primo presidente fu Andrej Sacharov, e conta vent’anni di vita, e un ruolo di primo piano nel martoriato Caucaso – ha dichiarato che non si piegherà mai alla registrazione. La sua sede è stata invasa da una perquisizione spettacolare, ripresa dalla Ntv, la prima macchina del fango: bisognava mostrare ai russi la caccia al soldo degli americani. Il segretario di Stato, John Kerry, in visita a Mosca per discutere della Siria, ha riservato uno scampolo del suo tempo a un incontro con nove rappresentanti delle Ong maggiori. C’erano Alexander Cerkassov per Memorial, Ljudmila Alexeeva, 86 anni, prestigiosa dissidente dagli anni ’60, poi del Comitato Helsinki di Mosca, Ivan Blokov di Greenpeace, Tania Lokshina di Human Rights Watch, Lev Ponomarev del gruppo Per i diritti umani. “Belle parole”, ha concluso, “e per il resto occhi chiusi”. Alexeeva si è limitata a un commento sull’etichetta: “Al tempo dell’Urss – ha detto – gli ospiti americani incontravano prima i dissidenti, poi le autorità”.
Il 30 aprile Memorial ha ricevuto dalla procura di Mosca una “raccomandazione scritta” che le dà un mese di tempo per eliminare le “violazioni della legge federale e registrarsi come “agente straniero”. La “raccomandazione” cita soprattutto fra le violazioni il progetto “OVD-info”, creato nel dicembre 2011 da un gruppo di giornalisti, per monitorare gli arresti politici durante le manifestazioni pubbliche. Restano 15 giorni. Bisognerebbe che ciascuno facesse sentire la propria voce. Singoli cittadini, e istituzioni: per una volta, per esempio, un Parlamento dalle larghissime intese.

Repubblica 14.5.13
Il ritorno del baffone
di Nicola Lombardozzi


Che Stalin sia tornato lo dicono in tanti di questi tempi nella Russia di Putin. Lo stesso presidente ha sempre evitato con cura di parlarne troppo male. E le recenti leggi repressive ripescate dagli archivi dei cupissimi anni Trenta su oppositori, gay e “agenti stranieri” non fanno che confermare le preoccupazioni di molti. Ieri però un deputato (uno solo) è quasi impazzito di rabbia quando ha visto in bella mostra sugli scaffali dello spaccio interno del Parlamento, un busto che riproduce un medagliatissimo “baffone” disponibile in tre formati. Da 150 euro fino a mille. L’unico politico indignato che ne faceva «una questione di decenza e di rispetto per le vittime» ha però scoperto che la cosa non turbava nessuno dei suoi colleghi parlamentari. Le reazioni sono andate da un banalizzante «Ma che male c’è?» fino a un più sfacciato «Stalin è comunque un eroe russo». Contemporaneamente, a poche centinaia di metri di distanza il comune di Mosca decideva di intitolare una via a Stalingrado. “Nel ricordo della celebre battaglia”, si precisava davanti alle flebili lamentele di chi vive come un’ossessione il ritorno graduale di un periodo da dimenticare.

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