martedì 7 maggio 2013
L'altro Barbarossa
Barbarossa, il corsaro di Allah
di Franco Cardini Corriere La Lettura 5.5.13
Q uando, tempo fa, Muhammar Gheddafi minacciò l'Italia di farla tremare
«come ai tempi del Barbarossa», tutti pensarono a Federico I di Svevia e
alla battaglia di Legnano: che non c'entravano nulla. Se gli italiani
avessero maggiore familiarità con la storia del Mediterraneo, si sarebbe
capito subito che il rais stava alludendo a un personaggio di mezzo
millennio fa, il dey di Algeri e di Tlemcen, vale a dire governatore di
una regione del Maghreb per conto di Solimano «il Magnifico», sultano
d'Istanbul.
Si tratta di Khair ad-Din, lo Hariadenus delle nostre cronache, detto
popolarmente «il Barbarossa»: forse un «rinnegato» d'origine greca,
albanese, calabrese o addirittura provenzale, ma più probabilmente il
figlio di un comandante militare ottomano — un agha — e di una greca di
nome Catalina.
Nato nel 1466 circa a Mitilene, nell'isola di Lesbo, gli fu imposto il
nome di Hizir; fin da giovanissimo esercitò con i fratelli Elias e 'Aruj
la «guerra di corsa» nel nome del sultano nelle isole greche dell'Egeo.
Più tardi, conquistata Algeri, ne fece la base per una serie di
incursioni contro le coste andaluse e italo-tirreniche. Nel 1526, nelle
acque davanti a Piombino, fu battuto dall'ammiraglio genovese Andrea
Doria: ma da allora cominciò la loro ambigua amicizia, fondata su
molteplici rapporti di collaborazione e d'interessi. Essi furono spesso
tramite anche delle relazioni tra il sultano Solimano e l'imperatore
Carlo V.
Quasi settantenne, colui che ormai era conosciuto col nome onorifico di
Khair ad-Din era divenuto ricchissimo e potente: dal 1533 era stato
nominato kapudan pascià, cioè comandante generale della marina ottomana,
e come tale nel 1534 compì, con una flotta di 82 galee, una tremenda
incursione che si abbatté sulle coste tirreniche. Fu in ritorsione a
quel raid che Carlo V organizzò, nell'anno successivo, la poderosa
spedizione culminata nella conquista di Tunisi e di Biserta. Dopo
quell'episodio, circolò la notizia che il Barbarossa fosse stato ucciso.
Ma egli provò subito che era in grande forma: piombò sulle Baleari
ancora in festa per la vittoria cristiana e le mise a ferro e fuoco,
riportandone un favoloso bottino. Fece quindi rotta verso Istanbul, dove
offrì al sultano una cospicua parte delle ricchezze razziate,
ricevendone in cambio molti onori e un bellissimo palazzo.
Era instancabile. Approfittando dell'appoggio del re di Francia
Francesco I, in lotta con Carlo V, organizzò per il 1537 una nuova
campagna navale, diretta stavolta a colpire il basso Adriatico e quindi
sia il regno spagnolo di Napoli, sia le isole soggette alla Repubblica
di Venezia: devastò le coste pugliesi, traendone migliaia di
prigionieri, quindi osò attaccare la munitissima piazzaforte veneziana
di Corfù; solo il maltempo e le efficaci artiglierie veneziane gli
impedirono di averne ragione. La controffensiva
veneto-pontificio-imperiale, guidata da Andrea Doria, non bastò a
fermarlo: anzi il Barbarossa inflisse al suo eterno avversario genovese
una cocente sconfitta nelle acque albanesi.
Era quasi ottantenne quando, in coincidenza con la ripresa delle
ostilità tra Carlo V e Francesco I, fu inviato con la sua flotta nel
1544 a colpire le coste liguri-provenzali in appoggio al re di Francia.
In tale occasione si situa anche l'episodio del suo assedio a Reggio
Calabria, che pare evitasse il saccheggio solo perché il Khair ad-Din si
era invaghito della non ancora ventenne figlia del governatore spagnolo
della città. Sembra invece che le sue responsabilità nell'attacco a
Nizza, il porto del duca di Savoia alleato con l'imperatore, siano state
meno gravi di quanto la tradizione narri. Pesante invece, sulla via del
ritorno, il raid contro l'isola d'Elba.
Il Barbarossa morì nel 1546, sembra per un attacco di «febbre gialla».
Fu sepolto a Besiktas, a nord di Istanbul, in un mausoleo costruito per
lui dal celebre architetto Sinan. La sua figura divenne leggendaria nel
folklore mediterraneo.
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