martedì 7 maggio 2013
Un'isola democratica nel mare del totalitarismo islamo-fascista...
Siria e gli ultrà di Israele
Poligono e rabbia: una giornata in colonia
di Roberta Zunini il Fatto 7.5.13
Efrat (Cisgiordania) Il vento fa turbinare la polvere e le sagome si
offuscano per qualche secondo. Non è il momento di tirare. Poi il colpo
esplode, secco, e centra tra gli occhi il terrorista di cartone. “Quando
abitavo a Williamsburg la mia era l’unica famiglia bianca in una via di
neri. Mi sono sempre sentito estraneo là e nel 1972, quando ho compiuto
diciannove anni ho Alyah (fare ritorno in lingua ebraica) in Israele
dove per prima cosa sono entrato in Tsahal, l’esercito per i 3 anni di
servizio militare. Allora la leva era obbligatoria, ma anche se non lo
fosse stata, avrei servito il mio Paese comunque”. Yisrael Danzinger,
ebreo americano, ricorda con astio la sua vita di adolescente nel
quartiere di Brooklyn, allora malfamato e pericoloso, oggi centro della
movida newyorkese. Mentre parla ricarica l’M16, il mitra più usato dai
coloni ebrei della Cisgiordania, da loro chiamata Samaria e Giudea,
secondo la Bibbia. L’associazione no profit da lui fondata nel 1988,
Mishmeret Yesha – i guardiani di Judeah e Samariah - oggi conta circa
5mila volontari, tutti coloni ovviamente, e ha come obiettivo principale
la difesa armata delle colonie e degli avamposti ebraici nei Territori
palestinesi. Per questo, organizza corsi di addestramento, in
collaborazione con la compagnia di sicurezza Caliber3 (Calibro 3) quando
si tratta di far toccare con mano come si difendono le colonie.
Daniela, Sarah e Ruth, ebree americane in tour nei Territori, iniziano
così ad armeggiare maldestramente con il calcio di un’enorme pistola
nera a doppia canna. Lo sguardo azzurro ghiaccio di Yisrael, circondato
da una ragnatela di rughe provocate dal sole e dall’aria secca del
deserto, si scioglie in un’espressione di tenerezza per queste ragazze
volenterose e così fedeli alla causa da aver pagato circa 150 euro per 5
ore di training (costo per l’addestramento base offerto da Caliber3) ma
decisamente incapaci, anche se per nulla intimorite dalla potenza
letale di queste armi: si spara ai bersagli con pallottole vere, mica a
salve.
Un plus che rende questa “giornata particolare” ancora più
elettrizzante, almeno dal loro punto di vista. “Sono le nipoti di amici e
vogliono capire come si vive nelle colonie e negli outpost dove siamo
costretti a difenderci dai palestinesi 24 ore su 24. Tutti i giorni
dell’anno, senza riposo. Siamo sempre in pericolo. Abbiamo appena
sepolto un giovane uomo, Evyatar Borowskydi 32 anni, padre di 5 figli
che ora cresceranno orfani. Un palestinese, un terrorista, l’ha
accoltellato mentre stava aspettando l’autobus, appena fuori dalla
colonia dove viveva vicino a Nablus”, racconta Danziger con una smorfia
di rabbia, mentre il suo sguardo torna glaciale. “Dopo averlo ammazzato
gli ha anche rubato la pistola che aveva nella borsa e ha cercato di
sparare ai soldati israeliani che stavano a un check point poco lontano.
Non possiamo mai abbassare la guardia”.
Poi aggiunge lapidario che i palestinesi li vogliono tutti morti ma che
anche Netanyahu non li ama. “Qualche mese fa i soldati dell’esercito
israeliano hanno fatto un’incursione notturna nell’avamposto di Migron e
l’hanno distrutto dopo aver sgomberato tutti quanti, anche i bambini
sono finiti per strada nel cuore della notte. Ma se pensano che ci
arrenderemo si sbagliano di grosso. Netanyahu dovrà passare sul nostro
cadavere prima di farci uscire dalle colonie. Da qui non ce ne andremo
mai e continueremo ad ampliarle perché questa terra è nostra, come è
scritto nella Bibbia”. Mentre ascoltiamo queste affermazioni senza
ritorno, arriva Mark, un gigante di 35 anni di origine sudafricana, che
ogni anno rientra temporaneamente nell’esercito come riservista
volontario.
È UNO DEGLI ISTRUTTORI di Caliber3 oltre che un colono di Efrat, ma ora
si sta preparando per diventare rabbino. “I coloni sono come tutte le
altre persone, mica siamo delle bestie rare o facciamo cose diverse
dagli altri”. Ognuno ha il proprio lavoro. C’è chi fa l’impiegato, chi
il medico, chi l’insegnante di matematica o il politico come l’ex
ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, sollevato dall’incarico perché
in attesa di essere giudicato dai magistrati israeliani per abuso
d’ufficio.
Mark continuerà a fare l’istruttore presso Caliber3 per i servizi di
sicurezza delle società israeliane e straniere (per questioni di privacy
non ci dice quale sia quella italiana che si è rivolta a loro) che
vogliono migliorare la resa delle loro guardie private. “Anche se
divento rabbino devo pur vivere e mantenere i miei 4 figli”, dice
ridendo. Nel tardo pomeriggio ci raggiunge David, docente di storia in
una scuola media. Anche lui vive in una colonia, Shilo. È un volontario
di Mishmeret. Oggi anziché addestrarsi con le armi, aiuterà il suo amico
Ysrael a piantumare. Il secondo obiettivo dell’ong di Danzinger è lo
sviluppo del territorio. Ma deve anche comprare un giubbotto
antiproiettile nuovo, prodotto da una fabbrica gestita da Mishmeret.
Secondo loro, per fare il contadino in queste zone è meglio indossarlo.
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