sabato 1 giugno 2013
Appercezione: un'analisi
Daniel Heller-Roazen: Tatto interno. Archeologia di una sensazione, trad. di G. Lucchesini, Quodlibet, pagg. 364 euro 26)
Risvolto
«L’archeologia della sensazione delineata in questo libro non
soltanto getta una nuova luce su alcuni problemi fondamentali nella
storia del pensiero occidentale, ma permette di porre con chiarezza un
problema su cui filosofi e scienziati non potranno in futuro fare a meno
di interrogarsi: qual è il senso col quale, al di qua o al di là della
coscienza, sentiamo di esistere?». – Giorgio Agamben
Cosa
vuol dire sentirsi vivi? A questa domanda Daniel Heller-Roazen risponde
elaborando l’archeologia di un solo senso, quel «tatto interno mediante
il quale percepiamo noi stessi». In venticinque concisi capitoli, che
spaziano liberamente dalla cultura antica e medievale a quella moderna,
l’autore analizza un insieme di fenomeni esemplari che hanno giocato un
ruolo cruciale nella definizione – filosofica, letteraria, psicologica e
medica – dell’esistenza animale. Con quest’opera, sensazione e
sentimento di sé, sonno e veglia, estetica e anestesia, natura animale e
natura umana, coscienza e incoscienza – acquistano un nuovo
significato.
Indice: I. Murriana. – II. L’animale
estetico. – III. La facoltà fondamentale. – IV. Il cerchio e il punto. –
V. Sentio ergo sum. – VI. Sonno. – VII. Risveglio. – VIII. Compagnia. –
IX. Historia animalium. – X. Appropriatezza. – XI. Elementi di etica. –
XII. Il cane da caccia e la lepre. – XIII. Consapevolezza di vivere. –
XIV. Il re senza nome. – XV. Psicologia della
quattrocentoquarantanovesima notte. – XVI. La fontana e la fonte. –
XVII. Percezione ovunque. – XVIII. Sui meriti dei proiettili. – XIX.
Spine. – XX. A me stesso; ovvero, il danese. – XXI. Sulle creature
volanti. – XXII. Cenestesi. – XXIII. Fantasmi. – XXVI. L’animale
anestetico. – XXV. Intoccabile. – Note. – Bibliografia. – Indice
analitico.
Quel senso interno che ci dice: “sei vivo"
Il nuovo saggio di Daniel Heller-Roazen sulle radici del “Cogito ergo sum”
di Valerio Magrelli Repubblica 1.6.13
Daniel
Heller-Roazen, professore di letteratura comparata a Princeton e
traduttore di Giorgio Agamben, è un autore piuttosto eterodosso, o
meglio, come è stato affermato da Carlo Ginzburg, “eclettico”. Dopo aver
pubblicato Ecolalie, un saggio sull’oblio delle lingue, e Il nemico di
tutti, uno studio sulla figura del pirata, Quodlibet propone adesso
Il tatto interno. Archeologia di una sensazione.
Il
primo titolo, spaziando fra mitologia, psicoanalisi, teologia,
linguistica e letteratura (con Ovidio, Dante, Poe, Canetti), partiva da
un punto di vista medico. Indagando l’ecolalia, cioè quel «disturbo che
consiste nel ripetere involontariamente parole o frasi pronunciate da
altre persone», le sue pagine ampliavano il senso di questa patologia,
riconducendola alle origini del linguaggio stesso. Così facendo,
dischiudeva nuove prospettive sul rapporto fra oralità e scrittura,
memoria e l’oblio: «Ogni lingua è l’eco di quella babele infantile la
cui cancellazione rende possibile la parola».
Con il secondo volume,
la scena cambia radicalmente, passando dalla lallazione del bambino alla
predazione del bandito. Qui Heller-Roazen muove da Cicerone, per
ricordare che, se esistono nemici con i quali si può negoziare e
stabilire una tregua, ne esistono altri con cui i trattati restano
lettera morta e la guerra continua senza fine. Si tratta dei pirati, che
gli antichi consideravano “i nemici di tutti”. Il pensiero giuridico e
politico ha approfondito questa tema per secoli, ma mai come oggi,
afferma l’autore, il pirata costituisce l’immagine dell’avversario
universale. Dopo essere stato considerato un personaggio del lontano
passato, il nemico di tutti è oggi più vicino a noi di quanto si possa
pensare, anzi, forse non è mai stato così vicino. Siamo così al terzo
volume, nel quale, tra “paradigma ecolalico” e al “paradigma piratico”,
Heller-Roazen cambia ancora una volta paesaggio esperienziale.
Abbandonato
l’universo linguistico, accantonata la dimensione bellica, adesso la
sua indagine ruota attorno a una facoltà chiamata “senso comune”, e
assimilata a una sorta di “tatto interiore, attraverso il quale
percepiamo noi stessi”. Anche in questo caso ritroviamo una mescolanza
di discipline, una predilezione per la letteratura, un rigore
documentativo (cento pagine di note e bibliografia), che devono molto
alla lezione di Walter Benjamin. Cominciando con un racconto di E.T.A.
Hoffmann sul celebre gatto Murr e terminando con le ultime scoperte
della neurologia, venticinque brevi capitoli passano in rassegna
filosofi dell’Antichità, pensatori arabi, ebrei e latini del Medio Evo,
Montaigne, Francis Bacon, Locke, Leibniz, Rousseau, Proust, fino agli
psichiatri del XIX secolo. Al centro delle indagini sta il confronto fra
natura umana e animale, da Crisippo a Plutarco, che all’intelligenza
dei cani dedicò un celebre trattato.
Ma scendiamo nel vivo del testo,
esaminando il quinto capitolo, arricchito da un sottotitolo che suona:
«In cui Aristotele e i suoi antichi commentatori spiegano perché gli
animali, lungo tutta la loro vita, non possono mancare di accorgersi di
esistere ». Confrontato con il De anima del sommo filosofo greco, il suo
De sensu appare un trattato più modesto. Eppure, gli studiosi
novecenteschi sono rimasti colpiti dalla sua somiglianza con la famosa
prova cartesiana, tesa a dimostrare come l’essere pensante non possa
dubitare della propria esistenza: noi percepiamo sempre noi stessi, noi
siamo sempre consci di esistere. Ma qui occorre introdurre una
precisazione. Infatti, a differenza del Cogito ergo sum (“penso dunque
sono”) di Cartesio, Aristotele, con il suo Sentio ergo sum (“sento
dunque sono”), sposta l’accento dalla sfera razionale a quella
percettiva. Inoltre, me
ntre il primo sostiene la continuità fra specie
umana e animali, il secondo vede in queste ultime delle semplici
macchine: basti citare l’aneddoto di un suo allievo che prese a calci
una cagna incinta, ritenendola appunto nient’altro che un mero congegno
organico. Distinguendolo quindi da Cartesio, Heller-Roazen preferisce
avvicinare le posizioni di Aristotele al concetto di “continuum” in
Leibniz.
Tornando all’oggetto di queste esplorazioni, ci si trova
dunque ad affrontare la storia della percezione che ogni creatura ha
della propria vita. Secondo Agamben, una simile archeologia della
sensazione permetterà di porre un problema su cui filosofi e scienziati
non potranno evitare di interrogarsi: qual è il senso col quale, al di
qua o al di là della coscienza, sentiamo di esistere? Cosa vuol dire,
cioè, sentirsi vivi? A tale domanda Heller-Roazen risponde analizzando
un insieme di fenomeni che giocano un ruolo cruciale proprio nella
definizione dell’esistenza animale. Ecco venire allora in primo piano
alcuni argomenti sul rapporto che lega il corpo alla mente: sonno e
veglia, percezione e anestesia, coscienza e incoscienza. Dopo
l’apparizione di gatti e cani, lepri, cozze, granchi, ora è la volta
dell’uomo, colto però nei suoi stati più labili e alterati. Quali
disturbi avvengono al nostro risveglio? Oppure: cosa accade quando si
verifica il fenomeno del cosiddetto “arto fantasma”? Lunga è la storia
del nostro “tatto interno”, e questo testo la ricostruisce in maniera
tanto rigorosa quanto avvincente.
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 18-05-2013
Marco Mazzeo «Alias - il manifesto» 19-05-2013
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