mercoledì 5 giugno 2013

Filosofe del PD, onorevoli e persino sagge riformatrici della Costituzione assieme a Frattini e Panebianco, ma sempre sul pezzo

“Amleto aveva torto” L’Odissea di Hirshman
Una biografia dell’economista che ai numeri preferiva il dubbio e le parole
di Nadia Urbinati Repubblica 5.6.13


Albert Otto Hirschman era un economista scettico che preferiva le anomalie, le sorprese e il potere degli effetti inattesi, forze che la letteratura faceva vedere meglio dei modelli economici. I colleghi pensavano a lui come un non-economista, perché non traduceva le idee in numeri e usava troppe parole, anzi coltivava l’estetica della parola. Uno scienziato sociale quasi immerso nel secolo diciannovesimo, un umanista che trovava negli scritti di filosofi e poeti le indicazioni per conoscere le passioni umane, il rapporto tra gli interessi e le passioni, tra i calcoli di convenienza e il bisogno di giustificarli con visioni del mondo. Racconta Jeremy Adelman, l’autore di Worldly Philosopher. The Odyssey of Albert O. Hirschman (Princeton University Press, pagg. 740), che, dovendo spiegare a Daniel Bell il carattere della sua ricerca, Hirschman diceva che se non traduceva «le idee in modelli matematici» era perché «la matematica non è in grado di eguagliare la metafora in inventiva».
Scrive Adelman che l’odissea nella lingua e tra i linguaggi (diversi dei quali Hir-
schman dominava alla perfezione) era come lo specchio di una vita che fu una vera odissea. Cominciata nel 1915 in una Berlino vivace e tumultuosa e conclusasi pochi mesi fa in una casa nei boschi dell’Institute for Advanced Study di Princeton. La storia di AO, come il narratore lo chiama, fu cosmopolita per necessità e per scelta. Nato e cresciuto in una famiglia ebrea di medio-alta borghesia fortemente integrata e secolarizzata, la sua formazione era imbevuta di arte e letteratura, votata comunque al mondo. Ma il modo in cui si lascia la propria terra è indicativo del proprio tempo. E AO scelse la via dell’esilio nel 1933, appena Hitler prese il potere. Si trasferì a Parigi insieme all’affezionatissima sorella Ursula, disposta più del fratello a farsi coinvolgere dalle ideologie, diventata comunista quando ancora vivevano a Berlino (è stata anche moglie di Altiero Spinelli).
Ma AO non era né fu mai capace di darsi a ideologie di partito e trovò nel nuovo amico, poi marito di Ursula, Eugenio Colorni, il mentore forse più importante. Studioso del pensiero di Leibnitz e promettente filosofo ucciso dai fascisti, Colorni offrì a AO le parole delle quali era in cerca, ci dice il biografo, fin da quando, ancora poco più che bambino, si rese conto che il padre «non aveva una Weltanschauung», in un tempo e un Paese nel quale nulla sembrava muoversi senza una visione del mondo. Come raccontò alcuni anni fa in una bella intervista rilasciata a Franco Ferraresi, tra lui ed Eugenio nacque un’amicizia forte, cementata dal progetto di dimostrare che «Amleto aveva torto», che cioè il dubbio non paralizza ma è propellente all’azione, perché la libertà dalle imposizioni ideologiche costringe a cercare strategie, a tenere aperte diverse opzioni, a conoscere bene i limiti per poterli superare. Il dubbio ci fa comprendere la “crisi” e mette in moto la nostra immaginazione per cercare vie di uscita. “Voce” e “uscita” — ovvero libertà di ricerca e di movimento — erano per AO più produttive di ogni lealtà di fede. Sul metodo del dubbio le sue posizioni si incontravano con quelle di Carlo Rosselli di Giustizia e Libertà.
Nella biografia di questo Odisseo vi è un pezzo importante della storia del nostro Paese, a partire dalla lotta clandestina contro il fascismo che AO cominciò forse per istigazione di Colorni. Collaborò con la resistenza internazionale che lo portò a operare a Marsiglia come falsario di documenti che dovevano servire a fare uscire gli ebrei dall’Europa. Odisseo anche per la sua riconosciuta capacità di aggirare ostacoli e avversari: di lui si diceva che falsificasse così bene i documenti da rischiare di destare sospetto. Lasciata l’Europa insieme a Sarah (sua moglie e ironica ispiratrice), dopo i campus americani decise di lavorare ai piani di riforma sociale e di crescita di Paesi dell’America Latina, dalla Colombia al Brasile. Hirschman restò un viaggiatore del mondo, alla ricerca di rompicapi da risolvere e limiti da superare, una mente indagatrice e innamorata del dubbio, sulla traccia di segni lasciati dalle “piccole idee” che, diceva Sarah, gettano luce sul nostro percorso, come una torcia.


Ma nessuno giudichi quell’uomo
di Michela Marzano Repubblica 5.6.13


NON è giusto che se ne vada via così, per una malattia o una sciagura, senza aver avuto la possibilità di scoprire la vita e diventare adulto. Non è giusto, ma talvolta accade. E non serve a nulla recriminare su quello che si sarebbe dovuto o potuto fare. Soprattutto quando la morte di un figlio dipende in parte da sé, da quell’attimo o quelle ore di disattenzione, quando si è presi dai ritmi frenetici di una vita sempre più piena, e magari si pensa di aver già fatto il proprio dovere di genitore.
Il dramma di Luca, il bimbo di due anni morto asfissiato nella periferia di Piacenza perché il papà, invece di portarlo all’asilo, lo aveva dimenticato in macchina prima di andare a lavorare, non è il primo e non sarà l’ultimo. È un dramma molto contemporaneo che non ha niente a che vedere né con la presunta irresponsabilità di alcuni padri di oggi, né con il disinteresse nei confronti dei bambini. È semmai il tragico sintomo di una società sempre più frenetica e sempre meno umana, in cui siamo tutti prigionieri di un fare irrequieto e convulso. A chi non è mai successo di dimenticarsi delle persone più care, persino dei propri genitori o dei propri figli, perché tanto si era sicuri di ritrovarli a casa alla fine della giornata? Chi può dire di esserci sempre quando gli altri – cui pure vogliamo tanto bene – hanno bisogno di noi?
Certo, i bambini, a differenza degli adulti, dipendono completamente dai genitori. Hanno bisogno di tutto e ne hanno il diritto, visto che non hanno domandato nulla e spetta ai genitori proteggerli, amarli, custodirli. Soprattutto quando i bimbi sono talmente piccoli da non potersi nemmeno esprimere. Come proteggere, amare e custodire qualcuno però quando, a forza di agire in automatico, correre dietro alle cose da fare, uscire presto di casa e tornare tardi la sera, non si è nemmeno più capaci di occuparsi di se stessi?
Ci sono casi in cui giudicare non serve a nulla, anzi. Perché sarebbe potuto capitare a chiunque di credere di aver portato all’asilo il figlio prima di andare a lavorare, anche a chi si permette di giudicare severamente questo padre considerandolo un irresponsabile o, ancora peggio, un mostro. C’è qualcosa di estremamente banale in questa tragedia, banale come il male di cui ci parlava Hannah Arendt quando spiegava che ognuno di noi può commetterlo, soprattutto se si smette di riflettere e ci si lascia andare alla routine. È forse per questo che si resta attoniti e che si preferisce immaginare che a noi non sarebbe mai potuto accadere. Invece di compatire quest’uomo che forse non si riprenderà mai dai sensi di colpa che lo assalgono, e riflettere sul modo in cui cambiare le nostre abitudini quotidiane, perché a forza di correre sempre rischiamo poi di perdere di vista il senso stesso della vita.

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