Kaushik Basu critica il pensiero economico dominante che si perde dietro teorie astruse e non riesce poi a spiegare perché alcune economie prosperano e altre no e quale potrebbe essere la natura e il ruolo dell’intervento pubblico. Con il fiuto di un detective e la lucidità di uno scienziato, Basu dimostra che ci sono indizi a sufficienza per sostenere che una società migliore e più equa è realizzabile e che ci sono prove a sufficienza, oltre che ragioni a priori, per credere che gli esseri umani siano capaci di non sfruttare ogni opportunità solo per il proprio guadagno.
Adam Smith chi ha visto la mano invisibile?L’economista Kaushik Basu smonta il mito alla base delle teorie sull’infallibilità del mercato Che non era centrale neppure per il suo autoredi Tonia Mastrobuoni La Stampa 5.6.13
L’economista indiano Kaushik Basu, 61 anni, professore alla Cornell University, è vicepresidente della Banca MondialeEsiste un mito che ha impregnato più di altri, pur tra mille contraddizioni, la teoria economica degli ultimi tre secoli: quello della «mano invisibile». Un mito che il suo stesso autore, Adam Smith, non doveva ritenere così centrale, se nell’indice della prima edizione della Ricchezza delle Nazioni non compariva neanche. Un motivo in più per riflettere sull’errore che hanno commesso in molti di fossilizzarlo in un’ideologia, secondo Kaushik Basu. Nel suo ultimo, magnifico libro Al di là della mano invisibile (Laterza) l’economista della Cornell University non confuta la teoria di Smith, ma le miopi interpretazioni che l’hanno trasformata in un’arma per dimostrare l’infallibilità del mercato, attraverso un credo cieco sulla sua capacità di autoregolamentarsi e con l’obiettivo di ridurre al minimo la sfera d’influenza dei governi.Chi prospetta un mondo del genere intende precipitarci in un incubo simile a quello in cui si risveglia Joseph K., il tragico protagonista del Processo di Kafka, trascinato in tribunale per motivi oscuri e da forze ignote. Lo scrittore praghese «concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e di malevolenza». Un passo più in là c’è solo un altro incubo, ben più opprimente: quello dei totalitarismi novecenteschi. Quello impersonale delle società «dove il potere maligno del sistema trascende ogni individuo», così come lo descrisse il protagonista della «Rivoluzione di velluto» del 1989 in Cecoslovacchia, il politico-poeta Vaclav Havel.
Qui si arriva al cuore del libro: «l’individualismo metodologico» della «mano invisibile» presuppone una visione limitata e limitante dell’uomo, che non tiene conto delle norme sociali che lo caratterizzano, del fatto insomma che ogni essere umano ama, imita gli altri, crede, ruba, salta la fila, fa l’elemosina, eccetera. Per Basu esistono leggi macroscopiche che sono sui generis e si applicano al sistema come un tutto organico, insomma leggi che governano un’economia aggregata e da cui si possono dedurre i singoli comportamenti degli individui. L’economista della Banca mondiale suggerisce di passare da un «individualismo» a un «olismo» metodologico, per tener conto anche dell’influenza dei gruppi sugli individui.
Un esempio rende meglio l’idea: è una storiella che Basu sentì raccontare quando era in India. Un venditore di cappelli schiaccia un pisolino sotto un albero che pullula di scimmie. Quando si sveglia, gli hanno rubato tutti i cappelli. Lui, adirato, butta il suo in terra, e le scimmie fanno lo stesso: gettano tutti i cappelli giù dall’albero. L’uomo, soddisfatto, prosegue per la sua strada. Qualche decennio dopo, il nipote del venditore passa sotto lo stesso albero e si addormenta. Quando si sveglia e si accorge che le scimmie gli hanno rubato i cappelli, si ricorda la storia del nonno. Prende il suo cappello e lo getta in terra. Per un po’ non accade nulla, poi una scimmia scende dall’albero, gli dà uno sganassone e gli dice: «Pensi di avercelo solo tu, un nonno? ».
Il passo successivo, richiamandosi nuovamente alla teoria dei giochi, è che se invece il comportamento umano è collaborativo, fiducioso e improntato a una morale, non c’è legge che tenga. «Un requisito minimo per la corretta comprensione dell’economia è essere consapevoli che le nostre relazioni economiche sono parte di una sfera più ampia di interazioni e istituzioni sociali e culturali» scrive Basu. Il gioco degli incentivi è insomma importante, ma ancora più importante è la morale.
Basu, infine, cita un esempio macroscopico per la fallacia delle tesi dei fondamentalisti del mercato e per la necessità di una morale individuale, ma anche di interventi pubblici: le mostruose e «inaccettabili» diseguaglianze sociali che caratterizzano moltissime società, anche in Occidente. E in quanto intollerabili, conclude Basu, vanno combattute. Anzitutto smontando l’impianto teorico di chi le accetta così come sono in nome della libertà del mercato. Come sottolineato da Basu di recente, al Festival dell’Economia di Trento, «ci sono persone che nascono in una capanna con nessuna possibilità di riscatto. Dirgli che lavorando duro ce la faranno da soli, è raccontargli una colossale bugia».
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