domenica 2 giugno 2013
La quotidiana diffamazione della Cina
La Stampa 2.6.13
Cina, in India il furto di terra
di Brahma Chellaney
Docente di Studi Strategici al Centro per la ricerca politica di New Delhi
Fomentare
tensioni con il Giappone, il Vietnam e le Filippine per le isole del
Mar cinese orientale e meridionale non ha impedito a una Cina sempre più
assertiva di aprire ancora un altro fronte mettendo in atto
un’incursione militare sulla contesa, e interdetta, frontiera
himalayana. Circa un mese e mezzo fa, un plotone dell’Esercito popolare
di liberazione cinese si è intrufolato vicino al confine condiviso tra
Cina, India e Pakistan, ha installato un campo 19 km (12 miglia)
all’interno del territorio controllato dall’India e ha messo il governo
indiano di fronte alla potenziale perdita di un altipiano di 750
chilometri quadrati vitale dal punto di vista strategico.
Un’India
sbalordita, già vacillante per la paralizzante crisi politica interna,
ha brancolato cercando una risposta efficace al furto cinese, in effetti
la maggiore sottrazione di terra, e la più strategica messa a segno
dalla Cina da quando ha intrapreso una politica più muscolare verso i
Paesi confinanti. Resta aperta e controversa la domanda sulle intenzioni
della Cina se intenda restare, costruendo strutture permanenti per le
sue truppe sulle cime ghiacciate dell’altipiano, o intenda ritirarsi
dopo aver estorto all’India concessioni militari umilianti.
Il
fatto è che da quando la sua «ascesa pacifica» ha lasciato posto a un
approccio sempre più sgomitante nei confronti dei suoi vicini, la Cina
ha ampliato i suoi «interessi fondamentali» - che non tollerano
compromessi - e le rivendicazioni territoriali, mostrando anche una
crescente disponibilità ad assumere dei rischi per raggiungere gli
obiettivi. Ad esempio, la Cina non solo ha intensificato la sua sfida al
decennale controllo del Giappone sulle isole Senkaku (Diaoyu), ma sta
anche fronteggiando le Filippine da quando, lo scorso anno, ha assunto
il controllo effettivo dell’atollo di Scarborough.
Ciò che rende
l’incursione himalayana un simbolo eloquente del nuovo atteggiamento
aggressivo della Cina in Asia è il fatto che le sue truppe di intrusi si
sono accampate in una zona che si estende oltre la «linea di controllo
effettivo» (Lac), tracciata unilateralmente proprio dalla Cina quando
sconfisse l’India nella guerra di confine del 1962 che essa stessa aveva
iniziato. Mentre la marina cinese e una parte dell’aviazione sono
dislocate a supporto delle sue rivendicazioni revansciste nel Mar cinese
orientale e meridionale, l’esercito agisce nelle terre montuose di
confine con l’India, cercando di smontare pezzo dopo pezzo la «linea di
controllo effettivo».
Uno dei nuovi metodi impiegati dall’esercito
cinese è portare pastori di etnia Han nelle valli lungo la linea di
confine e dare loro modo di spaziare attraverso di esso, togliendo così
ai pastori indiani i loro pascoli tradizionali. Ma l’ultima crisi è
stata provocata dall’uso cinese di mezzi militari diretti in una zona
strategica della frontiera, nei pressi del Passo del Karakoram che
collega la Cina all’India.
Poiché la linea di controllo non è
stata mai reciprocamente chiarita – la Cina ha rinnegato una promessa
fatta nel 2001 per lo scambio di mappe con l’India – la Cina sostiene
che le truppe sono semplicemente accampate su «terra cinese». E, in una
replica della sua vecchia strategia di infilarsi furtivamente nelle
terra contese per poi presentarsi come il conciliatore, la Cina ora
consiglia «pazienza» e «trattative» per contribuire a risolvere l’ultimo
«problema».
Chiaramente la Cina sta cercando di sfruttare la
crisi politica indiana per alterare la realtà sul terreno. Il governo
indiano, paralizzato e senza direzione, inizialmente ha oscurato le
notizie sull’incursione, fino a che la pressione dell’opinione pubblica
non ha chiesto una risposta adeguata. La sua prima dichiarazione
pubblica è arrivata solo dopo che la Cina ha smentito blandamente
l’intrusione in risposta ai media indiani che citavano fonti
dell’esercito.
In più, il ministro degli esteri indiano, Salman
Khurshid, un vero pasticcione, inizialmente ha preso alla leggera la più
grave incursione cinese da oltre un quarto di secolo. Il garrulo
ministro l’ha definita «una piccola macchia di acne» sull’altrimenti
«bella faccia» del rapporto bilaterale – una semplice imperfezione che
si sarebbe potuta trattare con «un unguento». Commenti insipienti che
hanno fatalmente sminuito la convocazione dell’ambasciatore cinese da
parte del governo per chiedere di ripristinare lo status quo.
Con
il governo del primo ministro Manmohan Singh contaminato dalla
corruzione e sull’orlo del collasso, non c’è stata alcuna spiegazione
ufficiale di come l’India sia stata colta impreparata in una zona
militarmente critica dove, nel recente passato, la Cina aveva tentato
ripetutamente di invadere il territorio indiano.
In realtà nel
2010 il governo ha inspiegabilmente sostituito le truppe regolari con la
polizia di frontiera per pattugliare l’altopiano montagnoso ora invaso
dall’esercito cinese. Conosciuto come Depsang, l’altopiano si trova a
cavallo di un’antica via della seta che collega Yarkand nello Xinjiang
con la regione del Ladakh in India attraverso il passo del Karakoram.
L’India,
che ha una base militare e una pista di atterraggio a sud del Passo del
Karakoram, potrebbe tagliare la strada principale che collega la Cina
con il suo «alleato per tutte le stagioni», il Pakistan. L’intrusione
dell’esercito cinese, minacciando la base indiana, può essere tesa a
precludere la possibile capacità dell’India di interrompere i
rifornimenti per le truppe cinesi e i lavoratori nella regione pakistana
del Gilgit-Baltistan, dove la Cina ha ampliato la propria presenza
militare e i progetti strategici. Per salvaguardare quei progetti,
diverse migliaia di truppe cinesi, è stato riferito, sono state
dispiegate nella regione ribelle, prevalentemente sciita, chiusa al
mondo esterno.
Per l’India, l’incursione cinese minaccia anche il
suo accesso al ghiacciaio di Siachen, 6.300 metri, a ovest di Depsang.
Il Pakistan rivendica il ghiacciaio, controllato dall’India, che,
strategicamente incastrato tra le parte pakistana e quella cinese del
Kashmir, è servito come campo di battaglia, il più alto e il più freddo
al mondo (e uno dei più sanguinosi) a partire dalla metà degli Anni ‘80
fino al cessate il fuoco del 2003.
Le opzioni non militari
dell’India per forzare il ritiro cinese da Depsang spaziano dalla
diplomazia (sospensione di tutte le visite ufficiali o riconsiderazione
del suo riconoscimento del Tibet come parte della Cina) all’economia (un
boicottaggio informale delle merci cinesi, proprio come la Cina ha
danneggiato il Giappone attraverso un boicottaggio non ufficiale dei
prodotti giapponesi). Una possibile risposta militare potrebbe
coinvolgere l’esercito indiano nello stabilire un proprio accampamento
sul territorio cinese in un luogo che i leader cinesi reputino altamente
strategico.
Ma, prima che possa esercitare qualsiasi opzione
credibile, l’India ha bisogno di un governo stabile. Fino ad allora, la
Cina continuerà a rivendicare le sue pretese con qualsiasi mezzo -
lecito o illecito - ritenga vantaggioso.
Traduzione di Carla Reschia
Corriere 2.6.13
Il neonato nel tubo e il dramma dei bimbi cinesi abbandonati
Un caso di cronaca accende i riflettori su una piaga sociale: i piccoli rifiutati dai genitori
di Guido Santevecchi
L'allarme. Una giovane donna di Jinhua, nello Zhejiang, ha chiamato
aiuto: il suo bambino era finito nello scarico. I pompieri hanno dovuto
segare il tubo ma sono riusciti a salvarlo
Indagini. La polizia, dopo aver interrogato la ragazza, una cameriera di
22 anni, non sposata, ha creduto alla versione di un «parto
accidentale» anche se restano ancora dei dubbi
PECHINO — Questa è la storia di Baby 59, un bambino che non doveva
nascere. E di milioni di suoi fratelli e sorelle in Cina. Il piccolo è
stato trovato nel tubo di scarico di un palazzone di Jinhua, nella
provincia orientale dello Zhejiang: una donna ha dato l'allarme dicendo
di aver sentito piangere; i pompieri hanno lavorato con le seghe per
aprire il tubo di 10 centimetri di diametro senza tagliare il corpicino.
Dopo due ore il miracolo: dalla lamiera è sbucato un bel maschietto,
qualche sbucciatura, tutto congestionato e tremante, ancora semiavvolto
nella placenta, sano. Quasi una seconda nascita.
La scena è stata ripresa da una telecamera ed è finita sui tg cinesi.
Tutti hanno pensato che il piccolo fosse stato gettato nello scarico,
perché questo succede spesso ai figli non voluti in Cina (e anche in
Occidente, quanti casi di abbandoni nei bagni delle autostrade). In
ospedale il neonato è stato messo in un'incubatrice, la numero 59 e a
questo deve il suo nome provvisorio: Baby 59. È cominciata una
processione di gente che ha portato pannolini, vestitini, latte in
polvere. Molti si sono offerti di adottarlo, la storia è diventata così
popolare che dalla Romania anche il calciatore Adrian Mutu si è fatto
avanti.
Nel frattempo la polizia ha cominciato a ragionare: mentre i pompieri
lavoravano c'era una ragazza che non smetteva di guardare la scena,
pallida, emozionata, non diceva una parola. Aveva dato lei l'allarme.
L'hanno interrogata, hanno voluto vedere dove viveva. Nella sua stanza
gli agenti dello Zhejiang hanno trovato le tracce di una gravidanza
avanzata e dei pupazzetti, pronti per un neonato. La ragazza, 22 anni,
fa la cameriera in un ristorante, è diplomata ma non ha trovato di
meglio perché se non si vuole finire in fabbrica comincia ad essere
difficile anche per i giovani cinesi trovare un lavoro. Vive in un
palazzo alveare, ed è anche fortunata perché ha una stanza tutta per sé.
Quando è rimasta incinta non ha detto niente ai genitori, prima ha
pensato di abortire, poi di farsi sposare, ma il ragazzo non ha voluto
saperne. Alla fine, dice di aver deciso di tenere il piccolo e quei
giocattoli nella stanza sono una prova. Per nascondere la gravidanza ha
cominciato a indossare camicioni sempre più larghi. Quella mattina si è
sentita male, è andata nel bagno comune, dice di aver partorito quasi
senza accorgersene. Molti pensano che abbia invece gettato il piccolo,
in un'altra fase di depressione. La polizia le crede.
Baby 59 ha 200 mila fratelli e sorelle: tanti sono i bimbi abbandonati
ogni anno in Cina. E 712 mila sono finiti negli orfanotrofi, dicono le
statistiche ufficiali. Non sono lasciati per la strada solo per
condizioni di disagio o povertà dei genitori, ma anche perché padri e
madri cinesi che per legge possono avere un figlio solo, pretendono che
sia perfetto. Se si accorgono che il piccolo ha dei problemi, la
tentazione di rifiutarlo e provare ad avere un altro «erede normale» è
terribilmente forte.
I sociologi di Pechino spiegano che anche nella tradizionalista Cina
ormai più del 70 per cento dei ragazzi hanno relazioni sessuali prima
del matrimonio e siccome la scuola si vergogna di insegnare che esiste
la contraccezione (e questo succede anche da noi in Occidente), le
gravidanze inattese si moltiplicano. «La gente ha idee molto ambigue:
molti non credono di commettere un delitto quando sopprimono un neonato o
lo abbandonano», ha detto alla Associated Press il sociologo Li Yinhe. E
poi ci sono altri 61 milioni di bambini e adolescenti che secondo
l'Ufficio statistiche vivono senza i genitori, costretti a lasciare il
villaggio per andare a guadagnarsi il pane come lavoratori migranti in
città. I figli vengono rimandati a casa in campagna quando arrivano
all'età della scuola (perché lì l'istruzione per loro che non hanno
hukou in città, la residenza, è gratuita), se sono fortunati stanno con i
nonni o con fratelli più grandi, altrimenti restano soli: i minorenni
costretti a vivere senza parenti al villaggio sono 2 milioni.
Se si sommano tutti questi numeri si arriva a molti milioni di ragazzi a
cui viene rubata l'infanzia. Baby 59 sta bene, affidato ai nonni in
campagna, mentre la mamma è curata in ospedale e il presunto padre ora
invoca il test del Dna. C'è un detto in Cina: «Un bimbo che nasce nel
letame ha visto il peggio della vita. Da grande non può che diventare
imperatore».
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