domenica 2 giugno 2013
Un libro su Lacan, in attesa degli Altri scritti
Risvolto
Avevo desiderato rendermi conto se un sapere così complesso come quello
di Lacan non rimanesse una pura elucubrazione sulla scoperta freudiana,
ma potesse diventare veramente linfa per uno psicoanalista nel suo
lavoro quotidiano. In questo libro questa linfa la si percepisce, viene
in superficie come un'amalgama che risulta dagli interessi della teoria
psicoanalitica letta secondo l'insegnamento di Lacan, seguendo le
indicazioni di colui che Lacan aveva chiamato il suo "unico lettore",
ossia Jacques-Alain Miller, e dalle implicazioni che richiede la pratica
clinica. Pratica clinica che prende il suo avvio quasi
contemporaneamente a metà degli anni '70, sia come psicoanalista
dell'Ecole freudienne de Paris, sia per essersi dedicato a quella che è
stata chiamata "psicoanalisi applicata", con lo scopo, in questo caso,
di individuare le possibilità di cura, e soprattutto per dei bambini
autistici. Di Ciaccia, considerato all'unanimità uno dei maggiori
esegeti di Lacan in Italia, risponde alle mie sollecitazioni: quelle che
lo riguardano personalmente, nel suo rapporto con la psicoanalisi ma
soprattutto con quella figura misteriosa e affascinante che è stata per
lui Lacan.
Jacques Lacan l’inconscio visto da vicino
di Luciana Sica Repubblica 2.6.13
Se gli Scritti usciti negli anni Settanta dicono “come” funziona l’inconscio, gli Altri scritti che
Einaudi pubblicherà in settembre dicono “perché” funziona in quel modo:
«Lacan mette in chiaro qual è il motore dell’inconscio che consente ai
sintomi quelle infinite ripetizioni che sono la delizia e lo strazio
degli esseri umani».
Sarà anche dubbio che Lacan “metta in chiaro”
qualcosa, spesso somiglia tanto a un ossimoro, ma è così per Antonio Di
Ciaccia, l’analista che ha legato il suo nome alla traduzione e alla
cura dell’opera lacaniana in Italia. L’uscita degli Altri scritti, più
di seicento pagine, è attesa perché - a differenza dei Seminari sono
testi redatti di pugno dal maestro francese, sempre lettissimo da
studiosi (non solo analisti) di ogni parte del mondo. E per le “chicche”
che contiene, dall’inaugurale Discorso di Roma del ’53 a Lo stordito,
un vero e proprio compendio teorico, fino alle riflessioni sulla
capacità (o meno) dell’analista di decifrare le formazioni
dell’inconscio. Altri testi riguardano filosofi come Merleau-Ponty e
scrittori, da Wedekind a Marguerite Duras. E Joyce, naturalmente. La
scrittura è discontinua, si passa da uno stile barocco, prolisso,
involuto - “alla Bossuet”, dice il curatore - a un linguaggio scarno,
essenziale, costruito con precisione millimetrica.
Sono gli Altri
scritti lo spunto iniziale per un libro-intervista che Di Ciaccia firma
con Doriano Fasoli, una conversazione imbevuta di lacanismo sin dal
titolo enigmatico - Io, la Verità, parlo (Alpes), anche con il rischio
che la citazione si presti all’equivoco. Né Lacan infatti né chiunque
altro - forse con l’eccezione del Figlio di Dio - può arrogarsi la
pretesa di rappresentare la Verità, che pure esiste e quando “parla” lo
fa sempre in prima persona e va anche presa per buona. Gli analisti lo
sanno, e proprio per questo lasciano parlare il paziente che dice “tutto
quello che gli passa per la mente”, obbedendo alla regola freudiana
dell’associazione libera, il carburante essenziale perché il motore
inconscio si metta in funzione. La Verità “parla” allora attraverso il
paziente, che dice di amare una persona e qualche minuto dopo di
detestarla: solo all’apparenza una contraddizione, visto che tutte e due
le affermazioni sono vere.
A dispetto del titolo, il volume è di
segno divulgativo, fedele all’impostazione di Fasoli che sin dalle prime
righe della prefazione ne chiarisce il senso: «Avevo desiderato
rendermi conto se un sapere così complesso come quello di Lacan non
rimanesse una pura elucubrazione sulla scoperta freudiana, ma potesse
diventare veramente linfa per uno psicoanalista nel suo lavoro
quotidiano».
Di Ciaccia asseconda il suo intervistatore, spiegando in
modo accessibile questioni anche molto complesse: cos’è un’analisi
nell’indirizzo di Lacan e che differenza c’è tra una psicoanalisi e una
psicoterapia, quando inizia davvero un’analisi e in che modo l’analista
investito dall’amore transferale del paziente, dovrà ben guardarsi dal
farne uno strumento di potere. O anche come valutare che l’analisi sia
conclusa in modo valido, e sempre “uno per uno”, magari con la
riscoperta di una capacità più inventiva di stare al mondo. L’elemento
personale affonda nei ricordi che l’autore insegue con sapore
nostalgico. Sono tanti gli aneddoti legati alla sua lunga e intensa
frequentazione di Lacan. Ma qui Di Ciaccia tira in ballo anche un altro
genere di affetti: «In fondo - mi dice - un libretto così antiaccademico
è nato tanti anni fa quando, viaggiando in macchina, i miei due figli
allora adolescenti approfittavano di quel nostro tempo insieme e del
sonno della madre per farmi delle domande che avevano a che fare con la
psicoanalisi. In realtà, facendo finta di niente, mi chiedevano
chiarimenti sui problemi che a quell’età li assillavano. E io, facendo
altrettanto finta di niente, rispondevo usando nel modo più semplice
l’insegnamento di Lacan... Credo però che rimarranno inedite le parti
più salienti di quelle “lezioni”, come le chiamavano loro, con ironia».
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