QUALCHE SERA FA A CENA ALCUNI AMICI DI «ALFABETA 2» SI DICEVANO STUPITI (INVERO INDISPETTITI) i del fanatismo ardente che ancora circonda la figura di Pasolini e invitavano Balestrini e me a intervenire per fare definitiva chiarezza. Balestrini ed io abbiamo risposto che (a suo tempo) «avevamo già dato» non salvando il Poeta delle Ceneri di Gramsci da un giudizio fortemente critico. Né altro avevamo da aggiungere.
mercoledì 25 settembre 2013
Angelo Guglielmi sul culto apocalittico di Pasolini
Su Pasolini un giudizio fortemente critico»
Enrico Filippini a proposito del fenomeno Pasolini
di Angelo Guglielmi l’Unità 24.9.13
QUALCHE SERA FA A CENA ALCUNI AMICI DI «ALFABETA 2» SI DICEVANO STUPITI (INVERO INDISPETTITI) i del fanatismo ardente che ancora circonda la figura di Pasolini e invitavano Balestrini e me a intervenire per fare definitiva chiarezza. Balestrini ed io abbiamo risposto che (a suo tempo) «avevamo già dato» non salvando il Poeta delle Ceneri di Gramsci da un giudizio fortemente critico. Né altro avevamo da aggiungere.
Ma oggi ho
l’occasione di leggere una riflessione sul fenomeno Pasolini che, in
quanto sgombra (almeno così a me pare) di ogni malevolenza soggettiva,
propongo all’attenzione dei suoi ammiratori (vecchi e soprattutto nuovi)
convinto che non può lasciarli indifferenti. Più che un giudizio è una
sorta di esame autoptico (non spaventatevi si parla di una autopsia
intellettuale).
L’occasione è la lettura di un felice libretto di
Enrico Filippini (Eppure non sono un pessimista) appena uscito che
riporta due interviste che Enrico (grande esempio di
scrittore-gionalista) fa al filosofo tedesco Jurgen Habermas l’una nel
1979 e la seconda otto anni dopo.
I due (Habermas e Flippini)
conversano sulla crisi etica (e più in genere culturale) intervenuta
dopo gli anni della rivolta sessantottesca (terrorismo incluso) quando
secondo Habermass «si delineò una curva che nell’opinione pubblica si
esprimeva in un gusto nuovo per la tradizione e per la privateza», in
pratica inducendo nell’individuo una solitudine che prima si manifestò
come ignavia per poi scivolare nella ricerca delle pur basse
soddisfazioni personali, a fronte (e profittando) delle opportunità che
lo Sviluppo (tecnologico industriale) con spinte sempre più accelerate
metteva a disposizione Più dottamente Habermas parla di «colonizzazione
della vita quotidiana» sottoposta a una così asfissiante rete di
condizionamenti (e di controlli) da smarrire ogni spontaneità e
innocenza.
A questo punto della conversazione Filippini viene
sorpreso da una battuta di Habermas il quale riferendosi all’antologia
(che era poi l’oggetto della conversazione) in cui aveva raccolto 48
interventi di filosofii e uomini di cultura tedeschi sulla situazione
spirituale del tempo, a un certo punto se ne esce:..«C’é poi Pasolini...
chiamato in causa da non poche di quei 48 autori». Lo stupore di
Filippini è evidente tanto che Habermas deve aggiungere «se lo legge in
tedesco ha una certa spontaneità intellettuale». Filippini spiega il suo
sbalordimento elencando ciò che non gli piace in Pasolini:
«l’impoliticità apocalittica, il gusto di vacinare la catastrofe,
l’estetismo della sua utilizzazione del dialetto nei romanzi, il
neoclassicismo retorico delle poesie, il populismo».
Habermas
annuisce sempre sorridendo e conclude «Sì, lo so ma...». Dopo questo
intermezzo la conversazione riprende sul tema generale che poi è la fine
dei valori in cui fino allora ci eravamo riconosciuti delegittimati e
scaduti e la deriva soddisfatta verso un complice e compiaciuto amor sui
(in qualche modo la strombazzata «rivoluzione antropologica» vaticinata
da Pasolini). Della quale Habermas prende atto e insieme fissa la
distanza affermando che: sì, la rottura tra le parole e le cose è ormai
forse definitiva ma «quello a cui occorre non rinunciare è una certa
sensibilità per il fatto che c’é un ambito di vita da conservare, un
ambito comunicativo». Vuole dire che la deriva (la fine
dell’autenticità) va comunque contrastata e la forza e la responsabilità
del contrasto spetta al sociale. A Filippini appare una pretesa
contraddittoria (e prima ancora ingenua) preferendo piuttosto di vedere
la soluzione riconoscendo in quella deriva l’essenza stessa del moderno
da rielaborare in un progetto nuovo di pratica esistenziale.
Tornato a
casa a mente più fredda (lontano dai toni accesi della conversazione)
Filippini riflette sul fenomeno Pasolini (ed è questa riflessione che
offro agli attuali frettolosi celebratori dell’autore degli Scritti
corsari): «Pasolini era autenticamente disperato dei guasti che il
famoso Sviluppo aveva provocato nel corpo sociale italiano. E la sua
disperazione, come ogni disperazione, era rispettabile e perfino
condivisibile. Ma ciò che a un certo punto rese la sua disperazione muta
letterariamente e apocalittica e ciarliera ideologicamente era la
passione, cioè la sua concezione della letteratura, che era una
concezione umanistica, legata al decadentismo nella sua concezione
pascoliana, ma non alla nozione e al movimento della decadenza, cioè
assolutamente non attrezzata a cogliere la crisi nel suo stesso corpo».
Come erano riusciti a fare Kafka e Joyce, e Gadda in Italia.
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