Ben Urwand: The Collaboration: Hollywood’s Pact with Hitler, Harvard U.P.
Risvolto
To continue doing business in Germany after Hitler’s ascent to power,
Hollywood studios agreed not to make films that attacked the Nazis or
condemned Germany’s persecution of Jews. Ben Urwand reveals this bargain for the first time—a “collaboration” (Zusammenarbeit)
that drew in a cast of characters ranging from notorious German
political leaders such as Goebbels to Hollywood icons such as Louis B.
Mayer.At the center of Urwand’s story is Hitler himself, who was obsessed
with movies and recognized their power to shape public opinion. In
December 1930, his Party rioted against the Berlin screening of All Quiet on the Western Front,
which led to a chain of unfortunate events and decisions. Fearful of
losing access to the German market, all of the Hollywood studios started
making concessions to the German government, and when Hitler came to
power in January 1933, the studios—many of which were headed by
Jews—began dealing with his representatives directly.Urwand shows that the arrangement remained in place through the
1930s, as Hollywood studios met regularly with the German consul in Los
Angeles and changed or canceled movies according to his wishes.
Paramount and Fox invested profits made from the German market in German
newsreels, while MGM financed the production of German armaments.
Painstakingly marshaling previously unexamined archival evidence, The Collaboration raises the curtain on a hidden episode in Hollywood—and American—history.
22 novembre 2013
Così Hollywood si inchinò al volere dei nazisti
Il libro choc di Ben Urwand “The Collaboration” rivela come gli studios concordavano con Hitler le sceneggiature
maurizio molinari La Stampa 03/08/2013
Il patto degli studios con Hitler per salvare gli incassi in Germania
31 ott 2013 Libero MAURIZIO STEFANINI
Uno storico di Harvard ricostruisce come i proprietari ebrei di Paramount & C. blandivano il regime antisemita, accettandone la censura. Solo l’attacco a Pearl Harbour cambiò tutto
«Hollywood è degli ebrei», disse Marlon Brando nell’aprile del
1996 al Larry King Live. Scatenando ovviamente una serie di reazioni. Ma
in modo non polemico già nel 1988 Neal Gabler aveva scritto sul tema il
famoso libro An Empire of Their Own: How the Jews Invented Hollywood,
poi divenuto anche un documentario e insignito nel 1989 sia del Los
Angeles Times Book Prize per la storia che del Theatre Library
Association Award. E lì il fatto che l’industria cinematografica della
California fosse stata creata da un gruppo di imprenditori ebrei di
origine umile era nonsolostoricamente documentato, ma anchespiegato
nelle sue più profonde motivazioni. Fuggite dall’Europa Orientale dei
pogrom dopo generazioni e generazioni di persecuzioni e discriminazioni,
le loro famiglie avevano infine trovato negli Usa un Paese dove poter
essere accettati e potersi integrare senza dover rinunciare alla propria
identità, e loro avevano dunque trovato più che naturale creare un tipo
di film che celebrasse proprio questo «sogno americano», facendolo
conoscere in tutto il mondo. Amaro paradosso, però, proprio questa
crescente esposizione sui mercati internazionali portò a un certo punto i
padroni ebrei di Hollywood a blandire Hitler. È la storia raccontata
dallo storico Ben Urwand, Junior Fellow a Harvard, nel recente saggio
The Collaboration. Hollywood's Pact with Hitler ( Belknap Press, pp.
366, dollari 19,99).
La cosa può sembrare sorprendente a chi abbia in mente la vera e propria
marea di film anti-nazisti e anti-giapponesi che Hollywood sfornò a
partire di Pearl Harbor. Ma l’errore è appunto quello di non guardare le
date di quei film. In realtà, negli otto anni che vanno dall’arrivo di
Hitler al potere all’attacco giapponese, solo due film anti-nazisti
furono prodotti da Hollywood, e entrambi uscirono nel 1940, quando la
guerra era ormai iniziata, anche se gli Stati Uniti erano ancora
neutrali: Confessioni di una spia nazista di Anatole Litvak, di origine
ebreo ucraino; e Bufera mortale di Frank Borzage, nome d’arte
dell’oriundo trentino Frank Borzaga. Effettivamente quest’ultima
pellicola, storia di un professore ebreo sposato con una aristocratica
tedesca e travolto dalle leggi razziali, provocò le ire di Hitler a un
punto tale che la Metro Goldwyn Mayer si vide mettere al bando in tutta
la Germania e territori occupati. Ma ormai il business del cinema
nell’Europa in guerra era agli sgoccioli. E poi c’è Il grande dittatore
di Charlie Chaplin, che però va considerato a parte in quanto produzione
indipendente.
È forse più notevole ancora che in questi otto anni a Hollywood siano
stati fatti solo due film con personaggi ebrei: La casa dei Rothschilddi
Alfred L. Werker, del 1934; ed Emilio Zola del tedesco emigrato William
Dieterle, centrato sul caso Dreyfus, del 1937. A quell’epoca la Metro
Goldwyn Mayer, la Universal, la Paramount e la Warner Bros avevano
proprietari ebrei, lasciando Darryl Zanuck della Twentieth Century Fox
nella posizione di unico grande produttore “gentile”.
Èvero cheèpropriodella Foxuna lettera del gennaio 1938 scoperta e
pubblicata da Urwand in cui si chiede un parere sui film americani
nientemeno che al Führer in persona, notoriamente grande propugnatore
dell’«arma cinematografica» e grande estimatore di Stanlio e Ollio e di
Topolino (come Mussolini, del resto). E quella missiva è addirittura
chiusa da un «Heil Hitler!». Ma i documenti d’archivio dimostrerebbero
che comunque anche gli altri studios cercarono in tutti i modi di non
irritare il regime nazista: sia per salvaguardareunmercato che
distribuiva tra i 20 e i 60 film americani all’anno; sia preferendo
tenere un basso profilo in un momento in cui l’antisemitismo stava
dilagando anche in America e i Protocolli dei Savi di Sion erano al
primo posto nelle classifiche librarie.
Già allarmati quando, nel 1930, in una Germania ancora democratica
i militanti nazisti avevano condotto un duro boicottaggio dei cinema in
cui si proiettava All’ovest niente di nuovo, addirittura i grandi
produttori a un certo punto iniziarono a chiedere pareri preventivi al
console tedesco a Los Angeles, George Gyssling. E fu lui a esempio a
imporre nel giugno 1934 l’annullamento del progetto di The Mad Dog of
Europe: un film anti-nazista di Herman Mankiewicz, ebreo, ex
corrispondente in Germania e futuro sceneggiatore di Quarto Potere di
Orson Welles. «Abbiamo interessi in Germania», scrisse senza mezzi
termini al produttore Al Rosen il vice-presidente di Metro Goldwyn Mayer
Louis Burt Mayer: un ebreo nato a Minsk col nome di Lazar Meir, che fu
il grande creatore dello star system hollywoodiano e degli stessi Oscar.
«Io rappresento l’industria del cinema di Hollywood, abbiamo scambi con
la Germania, delle entrate notevoli e, per quanto mi riguarda, quel
film non dovrà mai essere fatto».
Allo stesso modo Mayer bloccò unaltro film anti-nazista nel 1936:
It Can't Happen Here di Frank Borzage, da un romanzo di Sinclair Lewis,
incubo fantapolitico su una dittatura che si imponeva negli stessi Stati
Uniti. Addirittura, secondo Urwand, la Metro Goldwyn Mayer sarebbe
arrivata a investire nell’industria degli armamenti tedesca gli utili
dei film proiettati in Germania, che la legge tedesca impediva di
riportare negli Usa.
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