giovedì 19 settembre 2013

Antichi collaborazionismi e nuove inquisizioni

Cover: The Collaboration in HARDCOVERBen Urwand: The Collaboration: Hollywood’s Pact with Hitler, Harvard U.P.
Risvolto
To continue doing business in Germany after Hitler’s ascent to power, Hollywood studios agreed not to make films that attacked the Nazis or condemned Germany’s persecution of Jews. Ben Urwand reveals this bargain for the first time—a “collaboration” (Zusammenarbeit) that drew in a cast of characters ranging from notorious German political leaders such as Goebbels to Hollywood icons such as Louis B. Mayer.At the center of Urwand’s story is Hitler himself, who was obsessed with movies and recognized their power to shape public opinion. In December 1930, his Party rioted against the Berlin screening of All Quiet on the Western Front, which led to a chain of unfortunate events and decisions. Fearful of losing access to the German market, all of the Hollywood studios started making concessions to the German government, and when Hitler came to power in January 1933, the studios—many of which were headed by Jews—began dealing with his representatives directly.Urwand shows that the arrangement remained in place through the 1930s, as Hollywood studios met regularly with the German consul in Los Angeles and changed or canceled movies according to his wishes. Paramount and Fox invested profits made from the German market in German newsreels, while MGM financed the production of German armaments. Painstakingly marshaling previously unexamined archival evidence, The Collaboration raises the curtain on a hidden episode in Hollywood—and American—history.



Così Hollywood si inchinò al volere dei nazisti
Il libro choc di Ben Urwand “The Collaboration” rivela come gli studios concordavano con Hitler le sceneggiature
maurizio molinari La Stampa 03/08/2013


Il patto degli studios con Hitler per salvare gli incassi in Germania
31 ott 2013 Libero MAURIZIO STEFANINI

Uno storico di Harvard ricostruisce come i proprietari ebrei di Paramount & C. blandivano il regime antisemita, accettandone la censura. Solo l’attacco a Pearl Harbour cambiò tutto
«Hollywood è degli ebrei», disse Marlon Brando nell’aprile del 1996 al Larry King Live. Scatenando ovviamente una serie di reazioni. Ma in modo non polemico già nel 1988 Neal Gabler aveva scritto sul tema il famoso libro An Empire of Their Own: How the Jews Invented Hollywood, poi divenuto anche un documentario e insignito nel 1989 sia del Los Angeles Times Book Prize per la storia che del Theatre Library Association Award. E lì il fatto che l’industria cinematografica della California fosse stata creata da un gruppo di imprenditori ebrei di origine umile era nonsolostoricamente documentato, ma anchespiegato nelle sue più profonde motivazioni. Fuggite dall’Europa Orientale dei pogrom dopo generazioni e generazioni di persecuzioni e discriminazioni, le loro famiglie avevano infine trovato negli Usa un Paese dove poter essere accettati e potersi integrare senza dover rinunciare alla propria identità, e loro avevano dunque trovato più che naturale creare un tipo di film che celebrasse proprio questo «sogno americano», facendolo conoscere in tutto il mondo. Amaro paradosso, però, proprio questa crescente esposizione sui mercati internazionali portò a un certo punto i padroni ebrei di Hollywood a blandire Hitler. È la storia raccontata dallo storico Ben Urwand, Junior Fellow a Harvard, nel recente saggio The Collaboration. Hollywood's Pact with Hitler ( Belknap Press, pp. 366, dollari 19,99).      
La cosa può sembrare sorprendente a chi abbia in mente la vera e propria marea di film anti-nazisti e anti-giapponesi che Hollywood sfornò a partire di Pearl Harbor. Ma l’errore è appunto quello di non guardare le date di quei film. In realtà, negli otto anni che vanno dall’arrivo di Hitler al potere all’attacco giapponese, solo due film anti-nazisti furono prodotti da Hollywood, e entrambi uscirono nel 1940, quando la guerra era ormai iniziata, anche se gli Stati Uniti erano ancora neutrali: Confessioni di una spia nazista di Anatole Litvak, di origine ebreo ucraino; e Bufera mortale di Frank Borzage, nome d’arte dell’oriundo trentino Frank Borzaga. Effettivamente quest’ultima pellicola, storia di un professore ebreo sposato con una aristocratica tedesca e travolto dalle leggi razziali, provocò le ire di Hitler a un punto tale che la Metro Goldwyn Mayer si vide mettere al bando in tutta la Germania e territori occupati. Ma ormai il business del cinema nell’Europa in guerra era agli sgoccioli. E poi c’è Il grande dittatore di Charlie Chaplin, che però va considerato a parte in quanto produzione indipendente.
È forse più notevole ancora che in questi otto anni a Hollywood siano stati fatti solo due film con personaggi ebrei: La casa dei Rothschilddi Alfred L. Werker, del 1934; ed Emilio Zola del tedesco emigrato William Dieterle, centrato sul caso Dreyfus, del 1937. A quell’epoca la Metro Goldwyn Mayer, la Universal, la Paramount e la Warner Bros avevano proprietari ebrei, lasciando Darryl Zanuck della Twentieth Century Fox nella posizione di unico grande produttore “gentile”.
Èvero cheèpropriodella Foxuna lettera del gennaio 1938 scoperta e pubblicata da Urwand in cui si chiede un parere sui film americani nientemeno che al Führer in persona, notoriamente grande propugnatore dell’«arma cinematografica» e grande estimatore di Stanlio e Ollio e di Topolino (come Mussolini, del resto). E quella missiva è addirittura chiusa da un «Heil Hitler!». Ma i documenti d’archivio dimostrerebbero che comunque anche gli altri studios cercarono in tutti i modi di non irritare il regime nazista: sia per salvaguardareunmercato che distribuiva tra i 20 e i 60 film americani all’anno; sia preferendo tenere un basso profilo in un momento in cui l’antisemitismo stava dilagando anche in America e i Protocolli dei Savi di Sion erano al primo posto nelle classifiche librarie.
Già allarmati quando, nel 1930, in una Germania ancora democratica i militanti nazisti avevano condotto un duro boicottaggio dei cinema in cui si proiettava All’ovest niente di nuovo, addirittura i grandi produttori a un certo punto iniziarono a chiedere pareri preventivi al console tedesco a Los Angeles, George Gyssling. E fu lui a esempio a imporre nel giugno 1934 l’annullamento del progetto di The Mad Dog of Europe: un film anti-nazista di Herman Mankiewicz, ebreo, ex corrispondente in Germania e futuro sceneggiatore di Quarto Potere di Orson Welles. «Abbiamo interessi in Germania», scrisse senza mezzi termini al produttore Al Rosen il vice-presidente di Metro Goldwyn Mayer Louis Burt Mayer: un ebreo nato a Minsk col nome di Lazar Meir, che fu il grande creatore dello star system hollywoodiano e degli stessi Oscar. «Io rappresento l’industria del cinema di Hollywood, abbiamo scambi con la Germania, delle entrate notevoli e, per quanto mi riguarda, quel film non dovrà mai essere fatto».
Allo stesso modo Mayer bloccò unaltro film anti-nazista nel 1936: It Can't Happen Here di Frank Borzage, da un romanzo di Sinclair Lewis, incubo fantapolitico su una dittatura che si imponeva negli stessi Stati Uniti. Addirittura, secondo Urwand, la Metro Goldwyn Mayer sarebbe arrivata a investire nell’industria degli armamenti tedesca gli utili dei film proiettati in Germania, che la legge tedesca impediva di riportare negli Usa.

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