giovedì 19 settembre 2013

Comunione e Controrivoluzione: biografia di un crociato della Guerra Fredda

Vita di Don Giussani
Alberto Savorana: Vita di don GiussaniRizzoli
Risvolto
"La storia di don Giussani è così significativa, perché ha vissuto le nostre stesse circostanze, e ha dovuto affrontare le stesse sfide e gli stessi rischi, ha dovuto fare lui stesso il cammino che descrive in tanti brani delle sue opere" (Juliàn Carrón). Le circostanze che ha attraversato e le persone incontrate sono state decisive per il delinearsi della vocazione di don Luigi Giussani: i suoi genitori, i professori e i compagni del Seminario, le sue letture, il sacerdozio, i primi giovani conosciuti in confessionale o in treno, l'insegnamento, le incomprensioni e i riconoscimenti, la malattia. Don Giussani ha sempre considerato il cristianesimo come un fatto, un evento reale nella vita dell'uomo, che ha la forma di un incontro, invitando chiunque a verificarne la pertinenza alle esigenze della vita. Così è stato per i tanti ragazzi e adulti di tutto il mondo che hanno riconosciuto in quel prete non solo un maestro dal quale imparare, ma soprattutto un uomo col quale paragonarsi, un compagno di cammino affidabile per rispondere alla domanda: come si fa a vivere? Oggi uno di quei "ragazzi" prova a raccontare chi era e come ha vissuto don Giussani attraverso molti documenti inediti. Nasce così questa biografia che, oltre a ricostruire la cronaca dei giorni del fondatore di Comunione e Liberazione, offre ai lettori il segno della sua eredità per la vita delle persone e della Chiesa.

Don Giussani, prima la fede poi la politica
In una monumentale biografia curata da Alberto Savorana l’epopea del prete che nel ’68 sfidò la sinistra e i vertici della Chiesa milanese
gianni riotta La Stampa 11/09/2013

E «Don Gius» andò controcorrente
Piero Gheddo Avvenire 11 settembre 2013

La vita di don Giussani scomoda anche chi lo ha seguito
di Eugenio Mazzarella l’Unità 21.9.13

UNO SPACCATO DELLA STORIA D’ITALIA DAGLI ANNI ’50 AD OGGI, E DELLA STORIA DELLA CHIESA, la Vita di don Giussani di Alberto Savarona, presentata a Milano in un'affollatissima Università Cattolica. Vita che spiazza non poco chi l'avvicini senza pregiudizi affidandosi, con Savorana, alle fonti, ai documenti, ai testimoni, ma soprattutto a don Giussani stesso. Un Giussani che esorbita da molti dei cliché che l’hanno accompagnato a lungo. Il giovane docente che lascia il seminario per farsi «cappellano degli studenti», e l’avversario del ‘68, che si rifarà con gli interessi; il suscitatore di impegno laicale e vocazioni e il delicatissimo amico di tanti; il Giussani che balza sulla sedia leggendo Pasolini «unico intellettuale cattolico italiano»; e quello che ricorda a un amico spagnolo, che per la sua vicinanza a Cl finirà in galera sotto Franco, e che propone di vivere «per Cristo e per i poveri», che «Cristo viene prima», se no «diventiamo solo marxisti».
E qui siamo al punto di Giussani, e di tutta questa Vita di don Giussani: Cristo, il filo che mette in armonia persino gli ossimori. D’altro canto è l’ultimo Giussani in questo punto a farsi in mezza riga la sua autobiografia: «È la vita della mia vita, Cristo».
Quando nel '54 entra al Berchet ha un’idea chiarissima della situazione della Chiesa. Un cattolicesimo oscillante tra devozione parrocchiale e convenzione sociale, un associazionismo in crisi, una cultura cattolica intimidita dalla modernità, chiusa nei suoi circuiti, succube dell’avanzante cultura laica e marxista; e quando si apre ansiosa di mostrare una ragionevolezza della fede per depotenziamento della sua pretesa pubblica ed esistenziale, snervata della sua intrinseca razionalità.
Giussani invece è convinto che non sono le ragioni della fede a essere irrazionali, ma la ragione moderna «rattrappita» in puro spirito «positivo» a essere irrazionale. Un punto che sarà di Ratzinger, e spiega la loro ininterrotta vicinanza: la «superstizione illuministica» della modernità dell'incomunicabilità tra ragione e fede, di cui ha parlato in questi giorni Francesco.
Mettere in movimento il carisma di Cristo alla sua Chiesa, la fede in Lui, nel calore di una trasmissione personale così come l’aveva ricevuto, ritrovare l’autorità della tradizione nel carisma, nel fatto-principio che l’ha istituita, Cristo che ti cambia la vita, Dio che si fa carne, pertinente alle esigenze fondamentali dell’uomo, fu la grande intuizione di Giussani, per rispondere nella Chiesa alla crisi delle istituzioni e dell’autorità nella società del ‘900. Un’intuizione cui darà piena accoglienza e riconoscimento la Chiesa di Wojtila e di Ratzinger. C’era in questo una «febbre» di vita cristiana, che certo poteva urtare, e Giussani lo sapeva. Fino ad essere tacciata di integralismo, anche nella Chiesa. Integrità della vita cristiana, piuttosto, era per Giussani. Un versetto di Matteo «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio» potrebbe dir molto dell'idea di presenza cristiana nel mondo di Giussani. Nella capitale riserva però che, nel mondo, sei prima di Cristo, e poi del mondo.
A Giussani è presentissimo fin dagli inizi il rischio nella Chiesa, anche nella sua creatura, il Movimento, del venir meno di questa capitale riserva critica, che sei prima di Cristo. L’insofferenza di Giussani all’istituzionalizzazione associazionistica, culturale, intellettuale del movimento, e alla tentazione «politica», emerge in questa Vita come una costante: nel ’75 dopo una riuscitissima assemblea al Palalido, sconcerta chi si compiace, con un tranchant «E io che c’entro col movimento?». In un raduno del ’93 tronca la discussione «Della vostra compagnia io me ne infischio» e va via; lasciando basiti gli universitari, tanto da dover spiegare l’indomani che non intendeva poi mandarli a quel paese, ma si trattava di una correzione fraterna. Il tema, centrale, attiene alla preoccupazione costante in Giussani, e negli anni della malattia più viva, della custodia del carisma ricevuto, della sua salvaguardia dal rischio di una mondanizzazione dove nella vita del Movimento il segno della liberazione non fosse una comunione personale con Cristo, che si proietta nel mondo, la preoccupazione di un andare insieme al Destino, ma piuttosto quella del destino del Movimento. Scenario in cui alla fine si finisse per lavorare all’opera di se stessi piuttosto che all’opera di un Altro, che lui aveva iniziato sui banchi del Berchet. Il testimone passato agli Spagnoli, a chi aveva spalancato le porte a Cl, all’opera di un Altro, la scelta di Carron, attiene a questa tutela del carisma dai rischi di una mondanizzazione, che chiuda più strade di quante crede di assicurarsene. Un lascito che ha il tono di un bilancio, e insieme il vincolo di un indirizzo.


Fede, ragione e vera felicità La scommessa di Giussani
Nella cupa Italia delle ideologie, insegnava a valorizzare la persona e tornare alle radici del cristianesimo: una lezione dimenticata da alcuni suoi seguaci
Maurizio Caverzan - il Giornale Mer, 30/10/2013 

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