mercoledì 25 settembre 2013
Emauele Severino cerca di convertire Bergoglio e Dio al parmenidismo
Se Cesare non è dalla parte di Dio
Il problema dell'assoluto e l'eterno scontro tra legge e dottrina
di Emanuele Severino Corriere 25.9.13
Con la lettera del Pontefice a Eugenio Scalfari il dialogo tra
«credenti» e «non credenti» è giunto a una svolta di grande importanza e
interesse. Che va accuratamente tutelata. Anche da parte di chi è
soltanto uno spettatore — che però, come me, sia interessato al
problema. Il Pontefice ha un modo ammirevole di mettersi in relazione al
prossimo. Ammirevole, anche, il desiderio dei due interlocutori di
confrontarsi con ciò in cui non credono. Proprio per l'importanza di
questa inedita forma di dialogo è però altrettanto importante che non
sorgano equivoci. Mi limito a due esempi.
Il Pontefice scrive a
Scalfari: «Mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun
assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di
verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato». Il Pontefice
risponde: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta",
nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni
relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio
per noi in Gesù Cristo». Ma aggiunge: «Ciò non significa che la verità
sia variabile e soggettiva, tutt'altro». Si riferisce anche alla verità
della fede. Ora, Scalfari aveva sì parlato di «verità assoluta», ma
intendendo non «ciò che è slegato, ciò che è privo di relazioni», ma
proprio la verità che non è «variabile e soggettiva». E il Papa gli
risponde che no, non è variabile e soggettiva: «Tutt'altro». In questo
modo, la domanda è elusa, e viene ribadita la posizione ufficiale della
Chiesa (confrontare la recente enciclica Lumen fidei, La Scuola, 2013).
A
sua volta Scalfari, nella recente intervista a Otto e mezzo, ha lodato
l'innovazione di papa Francesco rispetto alla costante critica rivolta
al relativismo da papa Ratzinger, e fa addirittura passare per
relativista papa Francesco (appunto per il suo rifiuto del concetto di
verità «assoluta»). Ma lo loda per qualcosa che papa Francesco si è ben
guardato dal sostenere. «La verità è variabile e soggettiva?», chiedeva
Scalfari. «No!», risponde il Pontefice: «Tutt'altro!».
Una seconda
possibilità di equivoco, tra i due interlocutori, vorrei segnalare, e
ben più importante... Dopo aver scritto che la specificità di Gesù «è
per la comunicazione, non per l'esclusione», il Pontefice aggiunge che
«da ciò consegue anche — e non è una piccola cosa — quella distinzione
tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel "dare a Dio
quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare", affermata con
nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia
dell'Occidente». Non mi consta che finora Scalfari abbia chiesto
chiarimenti in proposito. Mi permetto di dirgli che invece, proprio lui,
dovrebbe chiederli. In questo caso sarebbe il silenzio a favorire
l'equivoco.
Da quasi cinquant'anni (che rispetto alla storia
dell'Occidente sono certamente nulla) vado mostrando che quel detto
evangelico, lungi dal sancire la «distinzione tra la sfera religiosa e
la sfera politica», nega tale distinzione. Non ho mai ricevuto una
risposta adeguata — e mi sembra grave —; mi sembra di averne parlato
anche con Scalfari in quello che forse è stato il nostro unico dibattito
pubblico, a Roma. Ne ho parlato anche su queste colonne. Se qui debbo
pur giustificare in qualche modo la mia tesi, che indubbiamente suona
troppo perentoria, come d'altra parte non vergognarmi di doverlo fare
ancora una volta?
Domandiamo a Gesù se a Cesare — cioè allo Stato —
si possa dare qualcosa che sia contro Dio. Risponderebbe di no!
Assolutamente no! Ciò significa che le leggi dello Stato non potranno
essere contro le leggi di Dio, del Dio di Gesù, della cui verità oggi la
Chiesa si ritiene depositaria. Domandiamogli ancora se allo Stato si
possono dare leggi neutrali, che cioè consentano ai cittadini sia di
agire contro Dio, sia di non essergli contrari. Ancora una volta Gesù
risponderebbe di no, e altrettanto risolutamente: si renderebbe lo Stato
libero da Dio; si lascerebbe ai cittadini la libertà di vivere contro
Dio. Con la prima risposta lo Stato sarebbe costretto a essere uno Stato
cristiano (anzi cattolico); con la seconda lo si lascerebbe libero di
non esserlo. Ma anche questa libertà è un modo di essere contro Dio.
Quindi per Gesù le leggi dello Stato debbono essere cristiane (e
cattoliche).
Ma esistono leggi dello Stato la violazione delle quali
non implichi una sanzione statale, terrena? Assolutamente no. Quindi —
come spesso si dice, ma senza accorgersi della connessione tra questo
dire e il detto di Gesù — è necessario che il peccato (l'agire contro
Dio) sia anche delitto (l'agire contro lo Stato), una colpa che è punita
in terra prima che nell'al di là. Ma in questo modo la «distinzione tra
la sfera religiosa e la sfera politica» che, anche secondo questo
Pontefice, dovrebbe essere conseguenza di quel detto, è invece
radicalmente negata da questo detto. Certo, l'intenzione di Gesù, si può
ritenere, è di separare quelle due sfere; ma il contenuto oggettivo di
quello che egli afferma è inevitabilmente la riduzione della sfera
politica a quella religiosa. O anche: Gesù vuole conciliare
l'inconciliabile: vuol conciliare la distinzione tra politica e
religione con la loro reciproca opposizione (giacché anche la politica
che non crede in Dio non vuole che a Dio sia dato quel che è contro
Cesare).
Con quanto ho osservato non ho affatto inteso sostenere che,
quindi, abbia senz'altro ragione il pensiero laico, che vuol tener
separate quelle due sfere. Ho inteso mostrare che il comando di Gesù non
conduce là dove comunemente si crede. L'estremismo islamico che
massacra i cristiani non è forse la conseguenza ultima della convinzione
che nella società non si debba consentire ciò che — come le altre fedi —
è contro il Dio in cui si crede? E viceversa, nel fanatismo degli amici
di Cesare (vedi rivoluzioni francese e bolscevica) non si massacrano i
credenti in nome del principio che non si debba dare al loro Dio ciò che
è contro Cesare?
Nel dialogo tra Scalfari e il Pontefice i problemi
che ho indicato non sono gli unici. I più importanti stanno più in
fondo. Qui si voleva dare soltanto un contributo alla tutela della
chiarezza del dialogo.
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