sabato 21 settembre 2013
Forma politica e conflitto in Machiavelli
Risvolto
Il testo cerca di individuare la risposta che Machiavelli,
nel corso della sua intera opera, dà al problema posto nel XVIII
capitolo del I libro dei Discorsi, ovvero “in che modo nelle città
corrotte si potesse mantenere uno stato libero, essendovi; o, non vi
essendo, ordinarlo”. L’indagine attraversa tutti gli scritti maggiori di
Machiavelli, dal Principe ai Discorsi, focalizzandosi, soprattutto,
sulle Istorie fiorentine e su due brevi testi del 1520-1522: il
Discursus florentinarum rerum e la Minuta di provisione per la Riforma
dello Stato di Firenze, dove Machiavelli tratteggia una forma di
ordinamento atta a riportare Firenze al “vivere libero e civile”
caratteristico di una repubblica. Il cuore del nuovo ordinamento è
un’idea innovativa del “mescolamento” degli umori che rifuggendo dalle
teorie del governo misto di stampo polibiano quanto da esiti democratici
in senso moderno, mira a fondere gli umori attraverso un dispositivo
istituzionale capace di esaltare la produzione di virtù da parte delle
lotte.
Le fondamenta partigiane della Repubblica
Machiavelli e Firenze. Proposte di una forma politica che mantenga spazi di libertà nel nascente capitalismo
APERTURA - Luca Cobbe il manifesto 2013.09.18 - 11 CULTURA
Old Nick è uno degli epiteti coi quali, in
inglese, si nominava il diavolo agli albori della modernità. Un suo
primo uso è rinvenibile attorno al 1643 ed è suggestivo ricondurne
l'origine alla cattiva fama dell'autore del Principe e dei Discorsi
sopra la prima deca di Tito Livio. Al di là di qualsivoglia questione
etimologica, per lunghi secoli l'opera di Machiavelli è stata
considerata alla stregua del manuale del perfetto tiranno. Solo a
partire dagli anni Sessanta del Novecento, una più recente storiografia
ha smarcato il pensiero del segretario fiorentino da quest'immagine
cristallizzata nei secoli. In particolare, a partire da alcuni studi di
Louis Althusser, Machiavelli è divenuto uno dei «maestri» di un canone
sovversivo della filosofia che pone nel conflitto il baricentro di
qualsiasi considerazione sulla politica.
L'enfasi sulla cifra
conflittuale della sua opera, se è servita a scardinarne l'immagine
demoniaca, non ha impedito che essa sia stata spesso inquadrata
all'interno dell'orizzonte concettuale della sovranità moderna e della
sua statualità. Insomma, il Machiavelli conflittuale ha spesso strizzato
l'occhio al profeta dello Stato nazione a venire.
L'ordinamento
della libertà. Machiavelli e Firenze di Fabio Raimondi (ombre corte,
euro 16) prova a restituire Machiavelli al suo tempo e al suo contesto
politico, che è quello di una modernità ancora non integralmente fissata
nella vicenda dello Stato sovrano. Non si tratta tuttavia di una
operazione erudita di contestualizzazione. Restituire Machiavelli a
Firenze significa per Raimondi riportarlo al problema politico che ha
sempre attraversato la sua esperienza pratica e teorica: la repubblica
come forma politica della disunione. Significa riattivare al presente la
sua pratica politica di «presa di parte in situazione». Un Machiavelli
partigiano piuttosto che profeta.
Il segretario militante
Soffermandosi
in particolare sulle Istorie fiorentine e su due brevi testi composti
tra il 1520 e il 1522 - il Discursus florentinarum rerum e la Minuta di
provisione per la Riforma dello Stato di Firenze - Raimondi ricostruisce
questa «situazione» sondando l'ipotesi di un Machiavelli repubblicano
anche e soprattutto post rem perditas, di un Machiavelli «militante»,
ossessionato dal problema di come pensare un riordinamento repubblicano
per Firenze che sia capace di istituire e rafforzare la sua particolare
libertà.
Firenze per Machiavelli è il paradigma e la crisi stessa del
concetto di repubblica. Le dinamiche che l'attraversano fanno saltare i
modelli interpretativi approntati e collaudati nelle opere precedenti e
lo costringono a un vera e propria ridefinizione concettuale. Il
principio della corruzione di Firenze pare infatti essere tutt'uno con
la ragione del suo conservarsi: le sue divisioni interne. Alle prese con
questa aporia, Machiavelli torna sui suoi «principi» e innova al
contempo l'orizzonte della propria analisi. «Firenze è esempio del nuovo
e richiede un sapere tutto nuovo» osserva Raimondi. Non abbiamo a che
fare, però, con la nascita della scienza politica moderna, intesa come
trasposizione di una logica neutrale e oggettiva sulla materia politica.
Il «legame divisivo» sul quale si regge Firenze, gli scontri che
l'attraversano, impongono all'osservatore una presa di parte che, lungi
dall'essere l'opposto dell'oggettività, ne è la condizione necessaria.
Solo grazie a essa diviene possibile afferrare la verità, che è sempre
«offensiva», per usare le parole dello stesso Machiavelli, e mai
neutrale. È quindi la ricerca di una possibile virtù della disunione,
che renda il conflitto civile motore di una città libera e potente, a
segnare questa fase del pensiero machiavelliano.
Se il popolo, per il
suo desiderio di non voler essere dominato, continua a essere
repubblicanamente il guardiano della libertà, non lo è in base a una sua
qualità naturale o morale, ma poiché Machiavelli lo riconosce l'unica
forza in grado di frenare e deviare la trasformazione del rapporto
gerarchico del mondo feudale in quello servo-padrone. Sono i suoi
tumulti a rappresentare la sola possibilità di rigenerazione e di
invenzione istituzionale della comunità politica.
La storia di
Firenze mostra però a Machiavelli che il popolo e i grandi non
rappresentano più i due unici umori che muovono l'aggregato politico.
Firenze, città mercantile, sperimenta il sorgere del capitalismo e del
suo ordine disordinato perché produttore di divisione e di un movimento
che non risparmia nessuno. Gli interessi individuali ed economici
attraversano e dividono anche il popolo. Ciò che sembrava naturale per
la Roma antica, l'opposizione tra due umori, non lo è più per Firenze.
Gli umori diventano trasversali, complicano e offuscano la geografia del
conflitto e dei comportamenti politici approntata da Machiavelli a
partire dall'esempio romano. È però a questa altezza che la politica
deve essere in grado di acquisire uno statuto determinato, critico,
visto che per «crisi» Machiavelli non intende più il sinonimo di
corruzione, decadenza, degenerazione, ma il motore dell'ordine
mercantile in ascesa, delle sue istituzioni politiche e sociali. A
partire da questa scoperta, egli ripercorre la storia delle lotte e
divisioni che attraversano e hanno attraversato Firenze e prova a
pensare l'impensabile.
L'equilibrista
Tumulti,
discordie, fazioni, sette, armi, ordinamenti, sono solo alcuni dei
fattori presi in considerazione da Machiavelli per afferrare il processo
di continua divisione, distruzione e creazione di ordine che
caratterizza il capitalismo, anche quello degli albori, e le
contraddizioni che non smette di sviluppare anche e soprattutto «dentro»
le parti piuttosto che tra di esse. Machiavelli si muove come un
equilibrista sospeso a centinaia di metri d'altezza. Egli è costretto,
dalla situazione, a vagliare qualsiasi strumento istituzionale che,
tenuto conto dell'ordine divisivo del capitalismo nascente, non gliene
lasci il dominio sulle vite degli uomini. Da qui l'ambiguità che spesso
gli è stata rimproverata. Ma in questa costrizione egli sperimenta
filosoficamente quel concetto di libertà che rappresenta il fulcro della
sua opera e che Raimondi ha il merito di ricostruire puntualmente. Una
libertà parziale, sempre situata e collettiva, mai astratta e
individuale. Una libertà pensata come quel vuoto che deve essere tenuto
sempre aperto in un ordinamento dalla forza delle lotte. Una libertà che
si fa ordinamento nel momento in cui riesce a riconoscere,
istituzionalizzare e orientare con la forza verso l'uguaglianza, quel
fattore divisivo che rappresenta la verità di ogni città.
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