Un secolo e mezzo prima che Occupy riempisse le strade e le piazze del mondo, la città moderna era già fucina di idee rivoluzionarie, e fu dallo spazio urbano che soffiarono i primi venti del cambiamento sociale e politico. Da sempre le città sono teatri che mettono in scena il pensiero utopico, ma anche centri di accumulazione capitalistica, e quindi spazi di conflitto contro quei pochi che, controllando l'accesso alle risorse comuni, determinano la qualità della vita di molti. L'urbanizzazione ha giocato un ruolo primario nell'assorbimento del surplus di capitale, alimentando processi di "distruzione creatrice" che hanno sottratto alle masse il diritto di costruire e ricostruire le proprie città. Questo conflitto latente è esploso periodicamente in grandi rivolte popolari, come nella Comune di Parigi del 1871, a seguito della riconfigurazione urbanistica voluta da Napoleone III e realizzata da Haussmann, quando i cittadini espropriati si sollevarono per imporre il governo rivoluzionario sulla capitale. O come nel 1968, con i grandi movimenti sociali urbani che agitarono Chicago e Berlino, Praga e Città del Messico, o ancora, nell'estate 2011, con i riots che hanno bruciato le periferie di Londra e con l'ondata di indignazione contro il potere finanziario che ha scosso America ed Europa. "Città ribelli" ripercorre la storia delle città come centri propulsori della lotta di classe e dei movimenti di riappropriazione dei diritti collettivi.
sabato 21 settembre 2013
Il libro di David Harvey sulle città ribelli
Ribelli, ma quanto rivoluzionarie [SGA]?
Risvolto
Un secolo e mezzo prima che Occupy riempisse le strade e le piazze del mondo, la città moderna era già fucina di idee rivoluzionarie, e fu dallo spazio urbano che soffiarono i primi venti del cambiamento sociale e politico. Da sempre le città sono teatri che mettono in scena il pensiero utopico, ma anche centri di accumulazione capitalistica, e quindi spazi di conflitto contro quei pochi che, controllando l'accesso alle risorse comuni, determinano la qualità della vita di molti. L'urbanizzazione ha giocato un ruolo primario nell'assorbimento del surplus di capitale, alimentando processi di "distruzione creatrice" che hanno sottratto alle masse il diritto di costruire e ricostruire le proprie città. Questo conflitto latente è esploso periodicamente in grandi rivolte popolari, come nella Comune di Parigi del 1871, a seguito della riconfigurazione urbanistica voluta da Napoleone III e realizzata da Haussmann, quando i cittadini espropriati si sollevarono per imporre il governo rivoluzionario sulla capitale. O come nel 1968, con i grandi movimenti sociali urbani che agitarono Chicago e Berlino, Praga e Città del Messico, o ancora, nell'estate 2011, con i riots che hanno bruciato le periferie di Londra e con l'ondata di indignazione contro il potere finanziario che ha scosso America ed Europa. "Città ribelli" ripercorre la storia delle città come centri propulsori della lotta di classe e dei movimenti di riappropriazione dei diritti collettivi.
Un secolo e mezzo prima che Occupy riempisse le strade e le piazze del mondo, la città moderna era già fucina di idee rivoluzionarie, e fu dallo spazio urbano che soffiarono i primi venti del cambiamento sociale e politico. Da sempre le città sono teatri che mettono in scena il pensiero utopico, ma anche centri di accumulazione capitalistica, e quindi spazi di conflitto contro quei pochi che, controllando l'accesso alle risorse comuni, determinano la qualità della vita di molti. L'urbanizzazione ha giocato un ruolo primario nell'assorbimento del surplus di capitale, alimentando processi di "distruzione creatrice" che hanno sottratto alle masse il diritto di costruire e ricostruire le proprie città. Questo conflitto latente è esploso periodicamente in grandi rivolte popolari, come nella Comune di Parigi del 1871, a seguito della riconfigurazione urbanistica voluta da Napoleone III e realizzata da Haussmann, quando i cittadini espropriati si sollevarono per imporre il governo rivoluzionario sulla capitale. O come nel 1968, con i grandi movimenti sociali urbani che agitarono Chicago e Berlino, Praga e Città del Messico, o ancora, nell'estate 2011, con i riots che hanno bruciato le periferie di Londra e con l'ondata di indignazione contro il potere finanziario che ha scosso America ed Europa. "Città ribelli" ripercorre la storia delle città come centri propulsori della lotta di classe e dei movimenti di riappropriazione dei diritti collettivi.
ANTICIPAZIONI
Quella diffusa luce che caccia gli spettri del capitale
TAGLIO BASSO - David Harvey il manifesto 2013.09.12 - 10 CULTURA
L'urbanizzazione ha svolto un ruolo cruciale
nell'assorbimento del surplus di capitale, agendo su una scala
geografica sempre più vasta, ma al prezzo di violenti processi di
distruzione creatrice che hanno espropriato le masse di ogni possibile
diritto alla città. Questo processo sfocia periodicamente in grandi
rivolte, come nel 1871 a Parigi, quando gli espropriati si sono
sollevati per riprendersi la città che avevano perso. In modo analogo, i
movimenti sociali urbani del 1968, da Parigi e Bangkok, da Città del
Messico e Chicago hanno cercato di realizzare forme di vita urbana
diverse da quelle imposte dai costruttori capitalisti e dallo stato. Se,
come appare probabile, le difficoltà finanziarie dell'attuale
congiuntura dovessero aggravarsi, ponendo fine, dopo decenni di trionfi,
alla fase neoliberista, postmoderna e consumistica di assorbimento del
surplus attraverso l'urbanizzazione, e se ne seguisse una crisi di
proporzioni ancora maggiori, allora dovremmo domandarci: dov'è il nostro
Sessantotto o, con ancora più forza, dov'è la nostra Comune? La
risposta politica, riflettendo le trasformazioni del sistema fiscale,
non può oggi che essere molto più complessa, nella misura in cui il
processo urbano assume dimensioni globali ed è segnato da tutta una
serie di crepe, incertezze e sviluppi geografici diseguali. Ma le crepe,
come cantava Leonard Cohen, sono anche «ciò che lascia entrare la
luce».
Segnali di rivolta sono ovunque (le agitazioni in Cina e
India sono croniche, l'Africa è sconvolta da guerre civili, l'America
Latina è in fermento, ovunque stanno emergendo movimenti autonomisti, e
anche negli Stati Uniti alcuni indizi politici suggeriscono che la
maggior parte della popolazione, di fronte a disuguaglianze sempre più
feroci, inizia a pensare che «quando è troppo è troppo»). Ognuna di
queste rivolte potrebbe diventare improvvisamente contagiosa. E
tuttavia, a differenza del sistema finanziario, i movimenti sociali di
opposizione, urbani e metropolitani, per quanto diffusi in tutto il
mondo non sono davvero connessi. Anzi, molti non hanno nessun
collegamento. È improbabile, quindi, che una singola scintilla scateni
un incendio nella prateria, come sognavano un tempo i Weathermen. Ci
vorrà qualcosa di molto più sistematico. Ma se questi vari movimenti di
opposizione dovessero in qualche modo incontrarsi e coalizzarsi, per
esempio, intorno alla parola d'ordine del diritto alla città, che cosa
dovrebbero chiedere?
La risposta è abbastanza semplice: un maggiore
controllo democratico sulla produzione e sull'uso del surplus. Dal
momento che l'urbanizzazione rappresenta uno dei principali canali di
assorbimento delle eccedenze, il diritto alla città consiste
nell'instaurazione di un controllo democratico sull'utilizzo di tali
eccedenze attraverso l'urbanizzazione. Avere un surplus di produzione
non è un male, anzi, in molti casi è decisivo per una sopravvivenza
accettabile. Nel corso dell'intera storia del capitalismo, una parte del
plusvalore prodotto è stata prelevata dallo stato attraverso la
tassazione, e nelle fasi di governo socialdemocratico la quota prelevata
dallo stato è sensibilmente aumentata, collocando gran parte
dell'eccedenza sotto il controllo statale. Il programma neoliberista
dell'ultimo trentennio ha puntato a privatizzare il controllo del
surplus. I dati mostrano però che in tutti i paesi Ocse la percentuale
del prodotto complessivo in mano allo stato è rimasta sostanzialmente
costante dagli anni settanta. Il risultato più importante dell'attacco
neoliberista è stato quindi di impedire che la quota dello stato
crescesse come negli anni Sessanta. Un'ulteriore innovazione è
consistita nella creazione di nuovi sistemi di governance che integrino
l'interesse pubblico e quello privato e, servendosi del potere
finanziario, assicurino che il controllo sull'erogazione del surplus,
esercitato dall'apparato statale, favorisca i grandi gruppi economici e
le classi superiori nel dar forma al processo urbano. In definitiva,
l'aumento della percentuale del surplus controllata dallo stato potrà
avere effetti positivi solo se si riuscirà a riformare lo stato,
riportandolo sotto un controllo popolare democratico.
DAVID HARVEY
La Comune della metropoli
«Città ribelli», il nuovo libro del geografo americano da oggi nelle librerie. Un ambizioso exursus teorico su come la città sia il luogo del dominio, ma anche della resistenza
APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2013.09.12 - 10 CULTURA
Questo nuovo libro di David Harvey - Città
ribelli, Il saggiatore, pp. 224, euro 20 - consente di fare il punto sul
suo percorso teorico e politico, dove la città ha sempre avuto un ruolo
da protagonista, in quanto forma dell'abitare e del produrre società.
Harvey ha infatti già scritto sulla città in molti dei suoi primi
lavori, perché vi vedeva, siamo al giro di boa tra gli anni Settanta, il
luogo imprescindibile per una critica dello sviluppo capitalistico. Ma
questo suo ultimo lavoro è però un passaggio obbligato per comprendere
come il generoso e ambizioso tentativo di Harvey di innovare, in
continuità, la tradizione marxiana che ha nutrito la sua prassi
teorica-politica abbia raggiunto o meno il suo obiettivo. È dal dal
détournement che produce leggendolo che va quindi valutato il volume.
Poche le conferme dell'efficacia del pensiero politico della sinistra
che si ricavano dalla sua lettura, molte invece le aperture di credito,
mantenendo, va da sé, la debita distanza, alla tradizione libertaria di
Murray Bookchin sulla confederazione delle municipalità quale forma
politica alternativa allo Stato o alla riappropriazione del comune
proposta da Toni Negri e Michael Hardt nel loro Commonwealth.
Lo Stato del comunardo
Entrambe
le tesi sono, per Harvey, utili per spiegare le dinamiche sociali e
politiche dei movimenti sociali che vedono la classe operaia
tradizionale componente minoritaria, mentre il sindacato e il partito
politico non sono le forme organizzative adeguate per figure lavorative
erratiche, nomadi, intermittenti come sono i flussi lavorativi nelle
metropoli che producono il «comune». Per questo, il precariato è la
figura lavorativa che accomuna tutti i movimenti sociali, nel Nord come
nel Sud del Pianeta. Il «comune» che viene prodotto nella città è sì
esito della produzione di merci, ma anche di quelle condizioni affinché
ci sia produzione di merci. Il nodo da sciogliere è dunque immaginare
istituzioni che regolano l'accesso al comune. A differenza però dei
libertari e dei teorici della riappropriazione del comune, il teorico
americano ritiene ancora lo Stato l'istituzione che possa consentire il
governo egualitario della città e anche l'eguale accesso al comune.
Discutere di città vuole dire quindi discutere anche della forma-stato,
anche se su questo aspetto il volume è povero di elaborazione, relegando
questo nodo nelle pratiche politiche che emergono nel conflitto sociale
e politico. Harvey è in questo libro un comunardo, consapevole però che
è ineludibile una transizione che ha nello Stato lo strumento
indispensabile per preparare la sua estinzione.
Con questo Città
ribelli idealmente Harvey ritorna quindi sul luogo del delitto - la
politica della trasformazione -, anche se un anticipo delle sue tesi era
stato possibile leggerlo nel piccolo, ma denso volume Il capitalismo
contro il diritto alla città (ombre corte, pp. 106, euro 10. A questo
proposito la recensione di Sandro Mezzadra pubblicata su queste pagine
il 7 Luglio 2012 brilla per capacità chiarificatoria sulle potenzialità
del diritto alla città proposta da Harvey). La città, ma sarebbe meglio
sostituire a questo termine il ben più pregnante metropoli, è presentato
come il contesto dove il capitale può reinvestire le eccedenze di
prodotto che il mercato non riesce ad assorbire. Allo stesso tempo è il
luogo dove l'eccedenza di capitale, nella sua forma monetaria, può
trovare terreno di investimento e far ripartire il flusso produttivo
bloccato altrove. Un atelier, quindi, dove il rapporto tra capitale
finanziario, capitale industriale e, aggiunge l'autore, capitale
culturale trova nuovi punti di equilibrio. Di conseguenza, la città è
anche il luogo della resistenza, dei movimenti sociali che contestano il
regime di accumulazione che usa la finanza per aggirare i punti di
blocco del flusso produttivo.
Da questo punto di vista, Città
ribelli può essere considerato un'appendice del libro di David Harvey,
L'enigma del capitale (Feltrinelli), ma che raggiunge una sua autonomia e
forza esplicativa che lo rendono, appunto, l'approdo di un percorso
teorico e politico ventennale. Ma per meglio inquadrare gli esiti di
questo lavoro di ricerca, occorre fare i conti con la sua analisi sul
neoliberalismo.
L'impasse del neoliberismo
Il
geografo americano vede le politiche economiche e sociali avviate negli
anni Ottanta come una risposta dell'establishment al movimento globale
che dagli anni Sessanta e Settanta ha costituito una critica radicale al
capitalismo nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Harvey,
tuttavia, è soprattutto interessato anche a capire i risvolti economici,
oggettivi della perdita di capacità progressiva del keynesismo. La
crisi che irrompe sulla scena mondiale nel 1973 è considerata crisi di
sovrapproduzione. Un punto di vista che mitigherà nel corso del tempo,
allorché si confronta con quella «condizione postmoderna», dove il
capitale cerca di rimodulare il rapporto tra spazio e tempo. Il capitale
si dà una prospettiva globale, avviando un decentramento produttivo che
arriva a coinvolgere aree geografiche del pianete fino ad allora
collocate alla «periferia» del modo di produzione capitalistico. L'Asia,
alcuni paesi dell'America latina diventano i luoghi privilegiati di
tale rimodulazione dello spazio produttivo. Per fare questo, il fattore
tempo diventa essenziale. La rete produttiva che viene costituita deve
«annullare» le asincronie temporali di un processo lavorativo ormai
mondiale. Da questo punto di vista, l'informatica e, come ha suggerito
Sergio Bologna, la riorganizzazione della logistica sono essenziali. Ma
se questa componente dell'analisi non determina grandi ripensamenti
della teoria marxiana, l'ordine del discorso di Harvey sconta non poche
difficoltà quando la sua attenzione si concentra sul «centro» del
capitalismo, terremotato da una grande trasformazione antropologica che
rende difficile utilizzare la cassetta degli attrezzi della tradizione
marxiana. Per uscire dall'impasse, Harvey affronta il ruolo della
finanza dell'accumulazione di capitale; il ruolo dello stato nella
globalizzazione, l'emergere di processi lavorativi che non hanno la
fabbrica come centro della produzione di valore.
Nella ricostruzione
di un percorso teorico il rischio è di non riuscire a mettere a fuoco la
costellazione teorica di riferimento. In Harvey sono evidenti gli
influssi delle tesi di Giovanni Arrighi sulla natura obbligatoriamente
globale del capitalismo contemporaneo, ma non mancano echi delle
posizioni di Michel Foucalt sull'ordoliberismo e la biopolitica. Da
questo punto di vista L'enigma del capitale (Feltrinelli) è il suo libro
più sofferto. Concede molto al marxismo critico quando vede nella
finanza non solo un elemento parassitario, improduttivo, bensì dinamico
che consente al capitale di uscire dalle frequenti crisi in cui
inciampa. Ed è evidente il richiamo alle tesi di Foucault sulla funzione
pastorale dello Stato nel modellare e controllare i comportamenti
sociali. Interessante è anche la sua rivisitazione dell'accumulazione
originaria, che lo porta a distinguere tra accumulazione per
espropriazione e accumulazione per sfruttamento. E se la prima forma gli
consente di interpretare le nuove enclosures delle terre in America
latina e Africa, nonché il ruolo della proprietà intellettuale nel
garantire l'espropriazione del sapere sociale da parte delle imprese,
l'accumulazione per sfruttamento così come la propone gli impedisce di
fare i conti con le nuove forme di lavoro vivo emergenti dalla lunga
trasformazione neoliberista.
Il capitale è migrante
È
per questo rilevante il richiamo alla Comune di Parigi che egli fa in
questo volume, interpretata non solo come il primo esempio di come il
diritto alla città sia potenzialmente antagonista al capitalismo, ma
anche come un'esperienza politica che ha visto protagoniste figure
lavorative distanti dalla classe operaia della manifattura. Ma Parigi è
anche il punto di avvio per esemplificare il circolo virtuoso, per il
capitale, di quell'habitat sociale per reinvestire le eccedenze di
prodotto e di denaro che la «normale» produzione e consumo di merci non
riesce a «smaltire». Nella metropoli c'è dunque «distruzione creatrice»,
quando la gentrification caccia i «poveri» da una zona degradata per
farne il luogo abitativo per i «ricchi». Oppure è il contesto in cui lo
sprawl urbano può dispiegarsi dopo che sono stati rimossi vincoli
ambientali, sociali. Le città possono però giungere al collasso. In
questo caso, il circolo virtuoso può avvenire in altre città, nazioni.
Così dopo l'ondata di ristrutturazioni urbane statunitensi, ci sono
state quelle europee (Londra, di nuovo Parigi, Berlino, Barcellona), poi
in quelle asiatiche, infine in quelle cinesi.
In Città ribelli
compaiono tra le pagine tesi di Saskia Sassen sulle «città globali» o
quelle di Mike Davis sulla privatizzazione dello spazio pubblico
attraverso le città recintate, fino a vedere negli slums la
manifestazione dell'apocalisse culturale e sociale di un modello di
capitalismo che ha perso la sua forza propulsiva. E tuttavia Harvey si
concentra su alcuni aspetti assenti nelle analisi di Davis e Sassen,
cioè la produzione del comune. Lo dice senza mezzi termini che la
metropoli e il lugo per eccellenza della produzione di merci, ma anche
di quel comune che l'attuale modo di produzione rende produttivi. Per il
geografo americano, la città è dunque il luogo dello «sfruttamento di
secondo grado» - forti sono i richiami al secondo e terzo libro del
Capitale di Marx, in particolare le parti dedicate al capitale fittizio e
alla rendita fondiaria, intesi da Harvey come strumenti per superare la
crisi . Il diritto alla città è sinonimo del conflitto contro questo
tipo di sfruttamento. Non solo per il diritto all'abitare, ma perché il
diritto di accesso al comune significa agire il conflitto contro le
nuove enclosures sul sapere, la conoscenza, la salute, alla mobilità.
Conflitti che vedono protagonisti precari e lavoratori informali, cioè
quel precariato che la controrivoluzione neoliberista ha reso forma
dominante nei rapporti tra capitale e lavoro.
L'assenza del politico
Con
generoso ottimismo della ragione, Harvey descrive le rivolte in America
Latina, in Europa, in Cina, a Los Angeles, New York come le tappe in
cui la prospettiva comunarda si sta diffondendo. Ma si ritrae quando si
manifestano contraddizioni e limiti di tale rivolte. L'assenza, ad
esempio, in questo volume di una adeguata teoria dello stato è sinonimo
di una altrettanto evidente mancanza di una teoria del politico. Sia ben
chiaro: è un'assenza che qualcun altro teorico ha già colmato. Semmai è
evidente che le sperimentazioni politiche che elenca - gli indignados,
Occupy Wall Street, le rivolte di piazza Tahrir, o quelle più recenti di
Istanbul e delle città brasiliane - hanno questo nodo da sciogliere.
Che non è cosa da poco, perché nell'attuale contesto significa
«produrre» una rinnovata teoria della rivoluzione che prenda congedo da
quella che ha animato il lungo Novecento, senza però nulla concedere
all'omeopatiche ricette politiche sollecitanti la salvaguardia del
legame sociale.
SCAFFALI
Un geografo sceso nei labirinti urbani
BREVE il manifesto 2013.09.12 - 10 CULTURA
David Harvey è considerato uno dei più
importanti geografi statunitensi. Rilevanti sono stati, negli anni
Settanta del Novecento, suoi contributi per innovare lo statuto di
questa disciplina, «contaminandola» con l'etnografia, le scienze
sociali. È del 1973 il saggio «Explanation in Geography», dove presenta
in maniera organica la sua proposta di «riforma» della geografia. Metodo
di indagine che utilizza per «Social Justice and the City», libro che
costituisce una punto di svolta nella sua produzione scientifica e che
raccoglie anche le riflessioni sulla sua esperienza di consulente
dell'amministrazione di Baltimora nei progetti di sviluppo urbano della
città americana. Ama definirsi un «geografo marxista». E la gestione
dello spazio e i processi di urbanizzazione fanno da sfondo ai libri
«The Limits to Capital» e «The Urabanization of Capital». Negli anni
Ottanta pubblica «L'esperienza urbana» (Il saggiatore), dove la città
viene affrontata come il contraltare dello sviluppo capitalistico. Ma è
con «Crisi della modernità» (Il Saggiatore) che David Harvey comincia ad
essere indicato come un teorico marxista. Un libro, spesso, considerato
espressione di una teoria del postmoderno: giudizio respinto
dall'autore, che considera invece (alla stessa maniera di Frederic
Jameson) il postmoderno l'ideologia contemporanea del capitalismo. Tra
gli anni Novanta pubblica «Breve storia del neoliberismo» (Il
saggiatore). Tieni dei seminari sul primo libro del capitale: i video
del «corso» occupano per mesi la top ten dei video più visti attraverso
Internet (I testi sono stati tradotti dalla casa editrice Casa Usher).
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