
Mario Tronti:
Per la critica del presente, pagine 147 euro 12,00 Ediesse
Risvolto
Popolo, Stato, Partito, Lavoro, Crisi. Parole antiche, cariche di
storia, e tuttavia ancora presenti. Nella politica di oggi stravolte,
malintese, contestate, sofferte. Ripensarle in fila, una dietro l’altra,
può essere utile per capire e per agire. Di questo si parla, in questo
libro. E poi sinistra: parola, anch’essa, antica, ma non tanto, non
troppo, rispetto alle altre. E forse per questo più consumata. Su di
essa precipita oggi tutto il discorso politico. Sinistra, da rivisitare,
da rideclinare, insomma da mettere a punto: soprattutto da porre a
confronto con le grandi trasformazioni recenti: economico-finanziarie,
sociali, politiche, antropologiche. Resiste il nome all’urto? Per la
critica del presente, la sinistra è necessaria. Ma è sufficiente? Ecco
il problema.Intervista a Mario Tronti:
"La lotta di classe c'è ancora""Non facciamoci distrarre". Parla il fondatore dei "Quaderni
Rossi" e dell'operaismo teorico che oggi si definisce "intellettuale
comunista senza un partito comunista"di
MICHELE SMARGIASSI Repubblica 05 settembre 2013
Il capitolo inedito del libro di Tronti «Per la critica del presente»Bisogno di sinistra. E di andare oltre«L’agire politico, trasformativo, non può ora che pensarsi e praticarsi in sintonia, in alleanza, con forme, libere, di sensibilità religiosa» «L’oltre della sinistra è l’oltre di questo mondo. . Questo linguaggio evocativo va riempito di contenuti, cioè di scelte, decisioni, atteggiamenti, programmi, che parlino all’esistenza quotidiana delle persone semplici. Semplici è il nome politico, tradizionale, e proprio per questo oggi innovativo, per dire il concetto cristiano degli ultimi.»di Mario Tronti l’Unità 19.9.13
WELT-UND-LEBENSANSCHAUUNG: SI DICEVA COSÌ
UNA VOLTA. CONCEZIONE/VISIONE DEL MONDO E DELLA VITA. UNA FORZA
POLITICA, CON L’AMBIZIONE DI PRESENTARSI COME UNA POTENZA STORICA, SI
DOTAVA DI QUESTA ARMA INTELLETTUALE. Comprensione della realtà e
proposizione di un progetto. Con questo, convinceva, mobilitava,
chiedeva e otteneva appartenenza, lottava. Scomparsa, oggi, questa
dimensione. L’ideologia della fine delle ideologie ha fatto terra
bruciata. È l’ora di chiamare con il suo nome questo apparato dominante
di idee: una forma contemporanea di nichilismo politico. Come tale va
combattuto. Dopo l’89 del Novecento, non c’è stata una proposta, se non
quella restaurativa dello statu quo ante. C’è stata invece la
cancellazione, per l’avvenire, di qualsiasi proposta. L’evocazione della
«fine della storia» voleva dire questo. Nessuno più poteva, e doveva,
permettersi di proporre una concezione del mondo, e della vita. Essa
aveva assunto in tale misura il modo di una forma alternativa da
meritare, solo per questo, di essere destrutturata, demonizzata, da
parte di chi voleva mettere al sicuro, in via definitiva, ricchezza e
potere. I processi di secolarizzazione sono stati un decisivo vettore di
trasmissione della narrazione che decretava la fine di tutte le
narrazioni. Anche in politica vinceva il relativismo. Più nessuna
verità, non dico come possesso ma nemmeno come ricerca. L’immanenza dei
fini ne risultava come conseguenza. Tutto sta dentro questo mondo, da
cui è impossibile uscire. Il Castello di Kafka è inattaccabile, come il
Processo che lo costituisce è impenetrabile. Una sola forma di vita,
quella borghese, all’interno della quale la sola decisione che ti viene
concessa è come starci. Non se starci: perché questo è già stato deciso
per te da quando sei nato. Al posto dell’oltre, il niente. L’operazione,
vincente, è consistita nell’oscurare l’orizzonte, illuminando la notte.
Sono andate più o meno così le cose, nell’ultimo trentennio. Luccicava
il liberismo assoluto, mentre si spegnevano le luci del socialismo. Poi,
il risveglio negli incubi della crisi generale ha fatto vedere come
perdute tutte le illusioni.
UN ALTRO MONDO
Da qui, occorre
ripartire. «Un altro mondo è possibile»: gridavano generosamente i
movimenti antagonisti. Questo già prima che il sistema imboccasse la via
della sua crisi. Contrapporre le nostre illusioni alle loro può essere
utile per un momento di mobilitazione. Subito dopo, conviene passare a
un duro lavoro di costruzione. Realisticamente, dovremmo dire: «un altro
mondo è necessario». E siamo ancora nello stato di fatto di dover
creare le condizioni di possibilità. Se non si riequilibra il rapporto
di forza tra il sotto e il sopra della società, queste condizioni non si
creeranno. E dunque questo è il primo obiettivo. Ricostituire una
soggettività collettiva in grado di far sentire la propria presenza in
campo, con un pensiero alternativo e una pratica di lotta capaci di fare
storia. Nuova storia, perché è vero che quella vecchia è finita, quella
antica degli Imperi e delle Chiese, quella moderna delle Nazioni e
degli Stati. È finita anche quella contemporanea, novecentesca, delle
classi e dei partiti? Ecco, qui dobbiamo fermarci un momento a
riflettere. Perché qui non si può dire che siamo decisamente al dopo, a
quel post, che definisce, sembra definire, appunto, adesso, ogni
presenza. Piuttosto, c’è un passaggio, non concluso. Il passato è troppo
prossimo: non tutto è da trattenere, non tutto da liquidare.
Nell’equilibrio fra tradizione e trasformazione si giocherà il
prestigio, l’autorevolezza, l’efficacia di una nuova forza d’urto.
L’altermondialismo
è un’idea non realizzata, da realizzare. Questa è la funzione dei
movimenti dal basso: sono la domanda, non la risposta. Un’istanza
simbolica: importante, essenziale, nell’èra dell’agire comunicativo. Il
99 per cento da una parte, l’1 per cento dall’altra non è un dato
statistico, è un immaginario mobilitante. Deve passare nelle mani di una
potenza politica organizzata. La globalizzazione è un fatto, dalla
testa dura. C’è il mondo dei mercati, della produzione, dei consumi: che
rende possibile il mondo dei popoli, dei lavori, degli esclusi. Prima
di tutto, rendere visibili gli estremi: i paperoni della finanza, i
dannati della terra. Poi, lavorare sugli spazi intermedi, con i loro
tempi di vita, assai diversi nei diversi mondi. I popoli non sono più
quelli delle nazioni, anche se lo sono in parte ancora e di nuovo
bisogna tenerne conto: ma tendenzialmente sono popoli di continenti.
Favorire questa sovranazionalità dei popoli. Concepirla, organizzarla,
come un livello più alto degli storici movimenti di liberazione. Gli
eredi del movimento operaio, con l’internazionalismo proletario, sanno
meglio di altri di che cosa si tratta. L’Europa è oggi il luogo del
grande esperimento. Unione economica, monetaria, finanziaria: che cosa
manca per l’unità politica? Manca la volontà. Il partito del socialismo
europeo è vocato a essere il motore di questo processo. Il cuore oltre
l’ostacolo aspetta di essere gettato. I lavori non sono più quelli degli
operai delle grandi fabbriche, anche se lo sono in parte ancora, e
bisogna tenerne conto. Il lavoro industriale cala in Occidente, cresce
nel mondo. E comunque si trasforma tecnologicamente e socialmente. Di
nuovo tradizione e trasformazione. Si moltiplicano, e si frantumano, le
figure di lavoro. Ma le figure autonome non cancellano le figure
dipendenti. In molti casi, esprimono forme nuove di dipendenza. Il
lavoro immateriale si aggiunge al lavoro materiale, non lo sostituisce.
Semmai si ridistribuiscono le funzioni su basi etniche. Una novità. Il
mercato mondiale del lavoro andrebbe rappresentato sindacalmente e
politicamente. Ecco un’idea alternativa di mondo. E gli esclusi.
Irrompono sulla scena da protagonisti. Si liberano da una passiva
subalternità secolare. (...) Non basta importare lì i riti di una
democrazia elettorale, bisogna avviare quella dialettica virtuosa di
diritti politici, diritti civili, diritti sociali, che ha fatto la
nostra lunga vicenda di storia moderna e contemporanea.
Ce n’è di
«che fare»! E qui manca qualcosa di più che la sola volontà. Manca
un’élite. Uso questa parola senza patemi d’animo di incertezza. Non
esiste lotta di popolo, liberazione del lavoro, fine definitiva
dell’esclusione, senza classi dirigenti. O meglio, possono esistere
queste cose occasionalmente, momentaneamente, ma senza che durino, che
incidano, che impongano, che vincano. E invece, occorre durare,
incidere, imporre, e conquistare posizioni senza tornare più indietro.
Gli altri hanno un ponte di comando, da questa parte ci deve essere un
punto di direzione. Comandare e dirigere sono due differenti forme di
agire politico. Comando vuole personalizzazione, direzione chiede
collegialità. Insieme, si sbaglia meno, e si decide meglio. Nella
dialettica tra posizioni, la decisione diventa un processo, e solo come
processo, concluso, diventa efficace perché condivisa. Il comando si
esprime come potere, la direzione come autorità. Gruppo dirigente è una
nobile categoria del politico. È difficile che sia univoco, è normale
che sia composito. Nel partito, rappresenta la composizione della
militanza. I militanti devono essere a loro volta dirigenti politici
nella società. Dirigere vuol dire orientare, orientare vuol dire
convincere, convincere non vuol dire essere conosciuti, ma essere
riconosciuti. Nel riconoscimento sta l’autorevolezza dei dirigenti.
Anche nel partito occorre ricongiungere l’esperienza del passato con la
tendenza del presente. Appartenenza al collettivo esige oggi molta più
libertà della persona. Ma come si passa dall’individuo proprietario alla
persona-mondo, questo, per saperlo, bisognerebbe assumere, come
programma minimo, una rivoluzione intellettuale e morale delle forme di
vita.
Ecco: forme di vita: qui, la questione antropologica, che sta
lì, passivamente presente, e va resa viva, attiva, protagonista del
conflitto con una forma di mondo, dominante. Vita e mondo oggi si
contraddicono. I mondi vitali si sono scissi e vanno ricomposti, pena la
deriva del disagio di civiltà in una inarrestabile decadenza civile. È
il problema, critico, esso stesso in crisi, del senso da dare
all’esistenza umana. L’essere umano non può vivere come appendice della
merce, come funzione di mercato, come produttore di reddito e
consumatore del prodotto che produce. (...) L’agire politico,
trasformativo, non può ora che pensarsi e praticarsi in sintonia, in
alleanza, con forme, libere, di sensibilità religiosa. La dimensione
laicista, la secolarizzazione dei comportamenti alternativi, è ormai
tutta catturata dentro l’orizzonte invalicabile del presente. L’oltre
della sinistra è l’oltre di questo mondo. Questo linguaggio evocativo va
riempito di contenuti, cioè di scelte, decisioni, atteggiamenti,
programmi, che parlino all’esistenza quotidiana delle persone semplici.
Semplici è il nome politico, tradizionale, e proprio per questo oggi
innovativo, per dire il concetto cristiano degli ultimi. Gli esclusi,
che non aspirano ad essere inclusi, piuttosto pretendono di escludere da
sé la subalternità, la dipendenza, la stessa libera acquiescenza,
rispetto ai meccanismi di sistema.
E allora, e dunque: il nome e la
cosa. Importante, essenziale non è dire sinistra. Importante, essenziale
è dire che cos’è sinistra, oggi. Se il nome fosse di ostacolo per una
più ampia aggregazione di forze intorno al «che cos’è sinistra», in modo
da farne una potenza in campo, con cui tutti, dall’alto e dal basso,
élites e popolo, devono fare i conti, discutiamo qual è il nome
appropriato. Mettiamolo sul tappeto. E ripartiamo all’attacco.
Il senso dei partiti per la democrazia
di Antonio Gnoli Repubblica 14.10.13
Il
Novecento è stato il secolo della forma-partito. Il suo trionfo. Lo
ricorda Mario Tronti in Critica del presente (ed. Ediesse). Grande o
piccola, l’azione politica non ha quasi mai fatto a meno della presenza
di quel soggetto, a un tempo compatto e duttile. Salvo poi finire, in
questi anni, nella tempesta dell’antipolitica. Criticati per
inconcludenza, avidità e corruzione, privi di una reale strategia, i
partiti si sono arroccati in difesa dei loro privilegi. Si teorizza che
la democrazia non possa fare a meno di loro. Ma i partiti (quasi sempre)
ne prescindono benissimo. È vero: ci sono varie formepartito e non
tutte personalistiche e autoritarie. A meno di intenderlo come
accrescimento del potere, Simone Weil considerava il fine di un partito
politico vago ed irreale. Ai suoi occhi una tale struttura collettiva
era potenzialmente totalitaria ed idolatrica. Mi ha sempre turbato la
frase di Brecht: “il partito ha mille occhi”. I miei, improvvisamente,
mi sono apparsi superflui. Tronti elogia il mito del partito dal quale
non riesce a staccarsi. Ne vede l’arma di difesa collettiva contro lo
sfruttamento e i soprusi. Sopravvive in lui il Novecento, come un puzzle
di macerie difficili da ricomporre.
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