Nel IX secolo il califfo abbaside di Baghdad, Abù Ja'far Abdullah al-Ma'mun, creò uno dei centri di studio più imponenti che la storia umana abbia mai conosciuto, noto col nome di Bayt al-Hikma, La casa della saggezza. Jim Al-Khalili ci svela i nomi dei protagonisti di questa avventura meravigliosa: Abu Rayhan al-Biruni, Ibn al-Shatir, al-Khwàrizmi, Ibn al-Haytham, al-Ràzi ed altri ancora. Dietro a questi nomi, per noi quasi sconosciuti, si nascondono le vite e le opere di scienziati che hanno di fatto posto le basi del mondo moderno. L'autore ricostruisce con straordinaria perizia la storia di un'epoca nella quale menti geniali spinsero le frontiere della conoscenza così in là da plasmare le civiltà che seguirono, fino ai giorni nostri. Il suo libro è anche un tentativo di reintrodurre in Occidente un pezzo fondamentale di una cultura a lungo ignorata e in buona parte ancora da esplorare. Il pensiero scientifico e culturale occidentale è in debito, ben più di quanto comunemente si pensi, con ciò che realizzarono mille anni fa gli scienziati e i pensatori del mondo islamico, in un periodo che fu elusivamente descritto come una lunga Età Oscura, una penosa parentesi posta tra la grande civiltà classica greco-latina e il Rinascimento europeo. Si omette così, troppo spesso, di dire che per 700 anni la lingua internazionale della scienza fu l'arabo.
“Prima di Galileo e Newton la rivoluzione dimenticata”
Non solo matematica ma astronomia e geografia: “La scienza araba cambiò il mondo”di Gabriele Beccaria La Stampa TuttoScienze 2.10.13
Molti manoscritti sono perduti, così come gli imperi che li custodivano si sono sbriciolati. E allora se si vuole ricostruire una storia straordinaria - quella che riporta alla luce Jim Al-Khalili, fisico britannico di origini irachene e autore del saggio «La Casa della Saggezza» - è meglio cominciare dalle cose che resistono meglio ai colpi del tempo, le parole. Per esempio al-kimiya e al-Jebr. Che suonano famigliari, perché ricordano - giustamente - termini come alchimia e algebra. Insieme con tanti altri vocaboli - alcool, alcali, alambicco, amalgama, elisir - che celano la stessa origine. Sono gusci di suoni e significati ereditati dall’arabo molto tempo fa, quando il mondo era - se lo si guarda con i nostri occhi - sottosopra. Mentre l’Occidente languiva nella povertà, oltre che in una tremenda ignoranza, la civiltà scintillava in Medio Oriente e in Asia. Merito degli Omayyadi e degli Abbasidi e della fetta di mondo che plasmarono. Un melting pot che avrebbe unito popoli e culture dalla Spagna all’India.
Questa storia, che spesso sembra flirtare con esotiche esagerazioni, comincia intorno all’anno 800 e si evolve - tra trionfi, crisi e colpi di scena - fino all’alba del XVI secolo, quando l’Europa si riprende la leadership e ha inizio il Rinascimento. Non a caso è la storia di un’altra «Mille e una notte», parallela a quella di cui tutti hanno sentito parlare. E’ la «Mille e una notte» della matematica, dell’astronomia, della medicina, della geografia (e dell’alchimia e dell’algebra). Insomma di quella che oggi si definisce «scienza araba», ma che all’epoca era scienza tout court. Prima che sul palcoscenico si affacciassero i soliti noti, Kepler, Galileo, Newton.
Sono, invece, tanti ignoti quelli che il professor Al-Khalili evoca (a parte il duo Avicenna-Averroè): tra IX e XIV secolo celebrità assolute, oggi in una bolla d’oblio. Dissolti come la Casa della Saggezza - «la Bayt al-Hikma» - che il califfo al-Mamum innalzò a Baghdad e di cui oggi non resta nulla. Un mega-laboratorio ante-litteram, esempio di «Big Science» con secoli d’anticipo, come la definisce il fisico britannico: un misto di mecenatismo illuminato, infrastrutture d’avanguardia, cervelli cosmopoliti e libertà di ricerca. Lì si concentrano personaggi che - secondo Al-Khalili - cambieranno la storia del pensiero, anche occidentale. I nomi sono difficili da tenere a mente, ma vale la pena elencarne qualcuno.
Al-Khwarizmi, padre dell’algebra, al-Jahith, che abbozzerà una teoria evoluzionistica di stampo lamarckiano, e al-Farghani, protagonista di straordinarie osservazioni astronomiche. Erano le supernovae di un cosmo che espanderà i propri centri di studio, arrivando a Damasco, al Cairo, a Isfahan, a Samarcanda, a Bukhara, coinvolgendo figure da romanzo: Ibn Wahshiyya (studioso dei geroglifici), al Kindi (pioniere della crittografia), Ibn Firnas (un Leonardo da Vinci islamico che tentò il primo test al mondo di volo controllato), al-Razi (inventore della medicina clinica) e al-Haytham (teorico dell’ottica). A proposito degli ultimi due, Al-Khalili arriva a sostenere che siano approdati alla logica dell’esperimento e della verifica (cioè del metodo scientifico) in straordinario anticipo, bruciando le future pretese di Bacone e Cartesio. Professor AlKhalili, c’è un ec cesso di figure eccezionali nel suo libro: non è facile credere che 700 anni fa la lingua fran ca della scienza fosse l’arabo. Cosa ribatte agli scettici? «La ragione che mi ha spinto a scrivere è ricordare che tutti condividiamo la stessa eredità culturale, che però abbiamo quasi completamente dimenticato. E infatti, quando ci si sforza di capire qualcosa di più, si pensa subito allo zero e si fa spesso confusione tra arabi e indiani! Eppure basta partire proprio dalle parole - prima tra tutte algoritmo - per ricordare le influenze della civiltà araba e di un impero che era più esteso di quello romano. E’ così che l’arabo diventò l’equivalente dell’inglese di oggi: lo si doveva conoscere, se si voleva entrare nei circuiti del sapere». Circuiti che lei descrive come un clamoroso caso di globalizzazione, che dal mondo islamico tracimò fino all’Europa: come fu possibile? «In effetti parlo di “scienza araba” nell’accezione più ampia e non di “scienza islamica”, dal momento che i personaggi che riporto alla luce comunicavano in arabo, ma non erano necessariamente arabi né devoti del Corano: erano anche persiani, oltre che cristiani ed ebrei». L’esplosione di scienza (e filo sofia) fu graduale: prima le traduzioni dal mondo classico e poi una produzione sempre più originale. Quale fu la cau sa del «miracolo»? «Geografi, matematici e astronomi lavoravano insieme. A Baghdad si verificò una collaborazione internazionale di cervelli - per costruire telescopi o tracciare mappe del Pianeta - che non c’era mai stata prima, nemmeno ai tempi di Roma e della Grecia. Fondamentale fu la spinta dello Stato». L’Occidente «rubò» dati e idee alla scienza araba, ma perché le origini di quel lascito furono rapidamente dimenticate? Nella «Scuola di Atene» di Raf faello c’è un solo «orientale», Ibn Rushd, vale a dire Averroè. «In realtà antesignani come Fibonacci e Copernico riconobbero il debito con i matematici e gli astronomi arabi, mentre Dante e Colombo ammisero di aver utilizzato le osservazioni di al-Farghani. Poi, però, la rivoluzione scientifica del XVII secolo fu così spettacolare da cancellare di colpo quasi tutto il passato». Lei elenca molte ragioni per la fine della scienza araba, ricor dando che il naufragio si sen te ancora oggi: in un anno 17 Paesi arabi hanno prodotto le stesse pubblicazioni di Harvard. Quanto pesò la religione? «Di certo nel declino del pensiero filosofico, meno in settori come la matematica o l’astronomia. Più importante fu la crisi politica, che bloccò i fondi pubblici, oltre alla mancata diffusione della tecnologia della stampa. Ne derivò uno spirito conservatore che ribaltò l’idea di scienza: non più libera indagine, ma il prodotto pericoloso del presunto ateismo occidentale!».
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