Da qualche tempo si assiste alla pubblicazione di libri dedicati a Cesare Lombroso, stampati da importanti case editrici nazionali ed internazionali. Solo per citare alcuni titoli significativi, vanno ricordati Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet, a cura di S. Montaldo e P. Tappero) e The Cesare Lombroso Handbook (Routledge, a cura di Paul Knepper e Per Jørgen Ystehede). Sulla stessa linea, Mary Gibson e Nicole Hahn Rafter, storiche americane di impostazione liberal, sono tra le più esperte conoscitrici dell'opera criminologica lombrosiana, avendo pubblicato delle ottime edizioni americane di L'uomo delinquente e La donna delinquente. Per giunta nel 2011 è stata ripubblicata dal Mulino la prima, quasi introvabile, edizione italiana dell'Uomo delinquente del 1876, mentre da qualche giorno è in libreria per Bompiani la quinta edizione (1897), quella più completa ma meno rara, della stessa opera.
sabato 21 settembre 2013
Maestri ingiustamente vituperati
La fisiognomica della normalità
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un revival dell'antropologo criminale italiano. Una riscoperta che lo innalza a studioso politicamente corretto, rimuovendo o ridimensionando l'apologia delle basi biologiche dei comportamenti presente nella sua opera
APERTURA - Renato Foschi il manifesto 2013.09.19 - 10
Da qualche tempo si assiste alla pubblicazione di libri dedicati a Cesare Lombroso, stampati da importanti case editrici nazionali ed internazionali. Solo per citare alcuni titoli significativi, vanno ricordati Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet, a cura di S. Montaldo e P. Tappero) e The Cesare Lombroso Handbook (Routledge, a cura di Paul Knepper e Per Jørgen Ystehede). Sulla stessa linea, Mary Gibson e Nicole Hahn Rafter, storiche americane di impostazione liberal, sono tra le più esperte conoscitrici dell'opera criminologica lombrosiana, avendo pubblicato delle ottime edizioni americane di L'uomo delinquente e La donna delinquente. Per giunta nel 2011 è stata ripubblicata dal Mulino la prima, quasi introvabile, edizione italiana dell'Uomo delinquente del 1876, mentre da qualche giorno è in libreria per Bompiani la quinta edizione (1897), quella più completa ma meno rara, della stessa opera.
A cosa si deve
questa nuova fortuna? Sicuramente ad un insieme di fattori tra cui la
riapertura, nel 2009, del «Museo Lombroso» a Torino, l'esplosione delle
neuroscienze responsabili del rinnovato interesse per il corpo come
specchio dell'anima - a questo tema è stato dedicato il recente volume
di Musumeci Cesare Lombroso e le neuroscienze: un parricidio mancato
(Franco Angeli) -, l'impressionante sviluppo della genetica del
comportamento e della genopolitics che indaga le predisposizioni
genetiche di fenomeni complessi come i comportamenti politici.
Una storiografia revisionista
Non
stupisce, quindi, che anche alcuni storici si dedichino alla riscoperta
dell'opera lombrosiana con l'idea che quanto prodotto dalla
storiografia del secolo scorso fosse sostanzialmente superato. Questa
storiografia è definita «revisionista» dagli stessi curatori del Cesare
Lombroso Handbook che raccoglie contributi dei maggiori rappresentanti
di questo triste revival lombrosiano. Si tende a celebrare Lombroso come
precursore nobile della ricerca contemporanea in particolare di quella
criminologica, esaltandone gli aspetti tollerabili e politicamente
corretti. Nel far questo sicuramente esistono differenti sensibilità e
accortezze per cui l'opera lombrosiana viene comunque definita superata
ma tuttavia da rivalutare e ripensare alla luce del presente. A questa
storiografia si legano poi una serie di contributi recenti di storia
della eugenetica e del razzismo italiano. In tal senso il presunto
legame di Lombroso con il razzismo novecentesco e l'eugenetica negativa
viene rigettato sulla base delle incongruenze teoriche e delle
discontinuità. Infine è anche presente un retrogusto patriottico nella
difesa di Lombroso come gloria nazionale.
Può essere certamente
molto utile discutere Lombroso e farlo conoscere nelle scuole o nelle
università ma non nel senso celebrativo e progressista a cui tende il
panorama appena descritto. Due esempi di questa «rilettura» vengono da
due cataloghi del Museo Lombroso. Il primo uscito alla metà degli anni
Settanta dal titolo La scienza infelice ed il secondo del 2009 -
pubblicato in occasione della riapertura - che invece è anodinamente
intitolato Il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso. Il primo è
più completo, illustra gli aspetti controversi dell'opera lombrosiana,
presenta nelle prime pagine la foto del volto di Lombroso che fu
conservato sotto spirito con il resto dello scheletro per esplicita
volontà testamentaria dello studioso. Il catalogo del 2009 è invece una
piana descrizione di ciò che conserva il museo; una descrizione
decontestualizzata rispetto alle implicazioni politiche o anche solo
epistemologiche dell'opera lombrosiana.
Suscita disaccordo anche la
tesi, sostenuta da Corrado Ocone nella sua recensione della nuova
edizione di Bompiani dell'Uomo delinquente, che Lombroso sia stato
«ridotto dalla vulgata a collezionista di ossa». Lombroso era un
collezionista e non lo nascondeva. Collezionava non solamente ossa e
crani come molti dei positivisti dell'epoca. Ma anche capi di
abbigliamento dei presunti criminali, oggetti usati nei presunti
crimini, vestiti, tatuaggi, corpi sottospirito di neonati uccisi,
maschere mortuarie, carte da gioco, vasellame, trucchi. Tutto veniva
catalogato e interpretato da lui stesso.
Punti di vista
Rispetto
a questa «nuova onda» lombrosiana, vanno ricordate le interpretazioni
di Lombroso certamente datate ma già esaustive come, tra le altre,
quella contenuta in Cesare Lombroso di L. Bulferetti della metà degli
anni settanta o nei successivi lavori di D. Pick (The Faces of Anarchy:
Lombroso and the Politics of Criminal Science in Post-Unification Italy e
Volti della degenerazione). Non interessarsi tanto a Lombroso come
grande uomo di scienza ma piuttosto ai suoi «soggetti». Non occuparsi
della storia del grande personaggio, ma alla storia dei «partecipanti»
alle sue ricerche o alla storia dei suoi allievi. Questo ribaltamento
del punto di vista mostra Lombroso per quello che è stato con tutte le
sue ingenuità, contraddizioni e ideologia.
Importante è anche
sottolineare l'influenza che ha esercitato nella scuola positiva del
diritto penale, scuola che ha avuto un ruolo importante, ad esempio,
nella messa in soffitta dei principi liberali di Zanardelli e nella
diffusione delle pratiche che oggi si definiscono securitarie per cui la
società si deve difendere dalla pericolosità del criminale iscritta
nella sua fedina penale, nella sua storia, forse nella sua biologia.
Tale scuola era illiberale e il socialismo conservatore che
caratterizzava Lombroso e i suoi allievi trova un suo habitat nel codice
Rocco, nella cultura che ha mantenuto lungamente in vita gli Ospedali
Psichiatrici Giudiziari o nella filosofia dell' «accoglienza segregante»
dell'immigrazione. Su questi effetti collaterali delle sue tesi
qualcuno potrebbe obiettare che in fondo Lombroso aveva anche opinioni
diverse da quelle deterministe ed innatiste, ricordando che quando aveva
trattato la figura del criminale d'occasione aveva smorsato i toni
innatisti in favore dell'ambientalismo. Si può certo affermare che in
fondo mostrava una paternalistica comprensione per i diseredati ed i
poveri. Scambiando i concetti periferici dell'opera lombrosiana con
quelli centrali non si riesce però a cogliere gli aspetti
caratterizzanti della sua eredità e dell'opera dei suoi allievi.
La fossetta dell'involuzione
Torniamo
ai suoi «soggetti». Il suo più noto caso quello del «presunto» brigante
- rigorosamente calabrese - Giuseppe Villella (o Vilella), su cui
costruì il proprio mito scientifico. Lombroso credette di poter
individuare sul cranio di un condannato per reati minori e solo per un
sospetto di brigantaggio il carattere fisico par excellence del
«delinquente nato». Lombroso prima visitò Villella da vivo in carcere e
poi, dopo morto, cercò un segno di atavismo sul suo cranio. Credette di
averlo trovato in una fossetta occipitale, che pensò racchiudesse un
lobo medio del cervelletto e fosse presente sia in alcune specie animali
inferiori nella scala evolutiva, sia in una fase iniziale dello
sviluppo dell'embrione umano. Interpretò allora tale fossetta come «il»
segno dell'«involuzione», della «tara», non evidente in altri uomini che
non fossero criminali. Il delinquente Villella fu uno dei tanti casi di
meridionali investigati da Lombroso e forse il più significativo perché
venne utilizzato come caso esemplare. Lombroso ricordava che, con la
scoperta della fossetta occipitale sul cranio di Villella, il problema
della natura del criminale gli apparve «subitamente illuminato come una
vasta pianura sotto un cielo infinito». Ma che senso aveva questa mitica
scoperta della «fossetta occipitale» e il minuzioso lavoro di scoperta
di Lombroso, quale era il senso della illuminazione se Villella in fondo
era solo un ladruncolo, per giunta presunto e condannato per reati
minori?
Un altro esempio di questa predisposizione alla devianza
viene dal leggendario volume Gli anarchici del 1894. Lombroso non
percepisce la società in cui opera ed impressiona per la superficiale
conoscenza della crisi italiana negli anni Novanta dell'Ottocento.
Quella società che nel 1898 si ribellerà e sarà repressa dai cannoni di
Bava Beccaris. Nella introduzione agli Anarchici informa che egli
considera dei pazzi squilibrati molti dei liberi pensatori o dei ribelli
che invece erano veri e propri miti, anche borghesi, dell'emancipazione
come Cola di Rienzo o Giordano Bruno. Non stupisce quindi che la
discussione dell'omicidio politico del presidente francese Sadi Carnot
da parte del ventenne Sante Caserio venne ridotta a cause biologiche mal
definite come tendenza ereditaria epilettica e pellagrosa. Via via che
Lombroso analizza le storie politiche dei suoi soggetti è sempre
costantemente superficiale, riducendo i comportamenti a ipotetiche e,
già allora, dibattute cause biologiche o predisposizioni ereditarie. A
lui non interessava il significato politico di un gesto perché era
convinto che la normalità fosse conservatrice e tutto ciò che minava la
conservazione era anomalo. Per questo suo concetto biologico di
moderazione aveva coniato un termine: la normalità era misoneista. Chi
era progressista o radicale aveva qualche tara e il suo comportamento
apparteneva alla descrizione psichiatrica più che alla scienza politica o
alla storia. Per giunta il socialismo doveva difendersi dagli
estremisti e dai regicidi che erano i suoi più temibili avversari.
Il brigante e il criminologo
Le
pagine delle opere di Lombroso sono piene di storie di persone che
varrebbe la pena riscoprire per mettere in luce come la sua tecnica era
quella del mitico brigante Procuste che acchiappava i passanti e li
seviziava, stiracchiandoli e deformandoli a suo piacimento in un
framework medicalizzante e biologistico. Vero è che nella storia delle
scienze non è certamente accaduto solo a Lombroso di trasformarsi in
Procuste; ma egli fu veramente eccellente e pervicace nei suoi errori ed
ebbe molti oppositori in vita nella comunità scientifica internazionale
- ad esempio alla scuola criminologica francese di Alexandre Lacassagne
- ma anche in quella italiana. I positivisti, infatti, non erano tutti
lombrosiani, anzi molti eminenti antropologi e psicologi italiani, più o
meno positivisti, producevano lavori che avrebbero condotto a risultati
per certi versi opposti a quelli della scuola positiva del diritto
penale.
Il revival lombrosiano non è solo frutto di una «innata»
attrazione e paura della follia o della criminalità, non è il volto
nobile e accademico del piacere che provoca leggere i libri gialli o
guardare i film dell'orrore. Non è solo il ritorno del Grand Guignol. La
cornice lombrosiana è adatta a giustificare e a tranquillizzare, ora
come allora, per mezzo della riduzione biologica i fenomeni più
complessi della crisi sociale. La storia lombrosiana svela nel modo più
chiaro la nascita delle pratiche biopolitiche ma questo legame non è
evidente nella letteratura a lui dedicata che si ferma sulla soglia.
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