venerdì 27 settembre 2013
Tito Perlini
Un addio al pensatore che andò oltre Marx, Adorno e Mann
di Claudio Magris Corriere 27.9.13
Vivere,
a un certo punto della propria parabola, diviene sopravvivere; non
tanto ad altri che si fermano e restano indietro o forse invece corrono
avanti e sono già arrivati chissà dove, quanto a sé stessi, alla propria
esistenza piena e completa, perché la morte di persone amate non è solo
un dolore per loro, bensì — e ancor più — una mutilazione di noi
stessi, che senza di loro non siamo più i medesimi, non siamo più
veramente noi nella nostra integrità, ma abbiamo perso qualcosa di
essenziale che contribuiva a costituirci, a fare di noi quello che
siamo. Il dolore, in questi casi, è più per noi stessi che per loro.
Se filosofia, come dice la parola, è amore della sapienza, del
sapere e del capire, non ho forse conosciuto nessuno che meritasse il
nome di filosofo come lui.
Non solo per i libri che ha scritto, molti
dei quali bellissimi, fondamentali: sul marxismo e sulla Scuola di
Francoforte, su Adorno e Benjamin, su Thomas Mann, sul giovane Lukács e
su quella grandiosa cultura e letteratura tra fine Ottocento e primo
Novecento, che rimane tuttora fondante perché ha indagato come
nessun'altra la disgregazione di una civiltà plurisecolare, la
frantumazione di ogni visione ordinata e totale della realtà, la
necessità e l'impossibilità della vita vera, intrisa di significato.
Restano
essenziali i suoi saggi sul nichilismo e su Augusto Del Noce, il grande
pensatore cattolico affascinato dal comunismo e dalla modernità più
perversa, ma duro e geniale assertore della Tradizione senza
compromissioni né aggiornamenti. Marxista critico e figura intellettuale
di primo piano nella sinistra italiana anche se voce fuori dal coro,
Perlini non condivideva la fede né il tradizionalismo di Del Noce, ma si
rendeva conto come pochi altri che senza il confronto con le esigenze
della fede — con quell'esigenza dell'«assolutamente Altro», che possiamo
chiamare Dio e che era stata affermata da uno dei padri della Scuola
marxiana di Francoforte, Max Horkheimer — non si può capire il mondo
finito, concreto, storico, l'unico che si possa indagare razionalmente
ma che rimanda alla propria insufficienza.
Perlini è filosofo
soprattutto perché capire era la sua passione fondamentale, tale da
assorbire pressoché completamente la sua vita serenamente solitaria e
inaccessibile.
La sua opera è fortemente segnata da una tensione
utopica, sorretta e corretta da un forte e concreto senso della realtà.
Dal pensiero negativo di Adorno e di Benjamin aveva imparato — e aveva
saputo interpretare e trasmettere originalmente — che solo la ragione
può illuminare il reale ma che la ragione stessa, per non diventare un
meccanismo automatico e totalitario che di fatto impone un proprio
modello di razionalità tirannica, deve continuamente mettersi in
discussione e rituffarsi nella polvere del reale, della vita,
dell'accidentalità, in quel caos da cui bisogna sollevarsi ma senza
alcuna pretesa di averlo superato per sempre, perché la vita urge sempre
sotto il pensiero, mettendolo in pericolo ma anche nutrendolo. Ho
imparato da lui come da nessun altro che la verità di don Chisciotte
deve sempre fare i conti con quella di Sancho Panza, se vuole ritornare
autentica in sella a Ronzinante.
La vita di Tito Perlini è tutta nel
suo pensiero, nella sua riflessione, nella sua scrittura, con tutta la
malinconia che ciò comporta, una malinconia sempre taciuta e superata
forse solo nell'amicizia.
Non si è trattato di una scelta moralistica, perché nulla gli
era più estraneo del moralismo; gli interessava capire, non giudicare e
dinanzi a certi miei furori etico-politici mi diceva ironicamente che
io me la prendevo con i fenomeni deteriori, mentre quel che conta è
capire i processi che li rendono inevitabili. Del resto non avrebbe
avuto nemmeno la capacità di essere un filosofo interpellato dai media:
glielo impedivano la sua pigrizia, la torrenziale ed eccessiva misura
dei suoi interventi, cui non era disposto a rinunciare né ne sarebbe
stato capace. Non era affatto immalinconito, perché non gli interessava
essere protagonista ma gli bastava capire per sentirsi appagato. Una
volta, a un dibattito cui partecipavamo entrambi, mi disse, a proposito
di un collega seduto allo stesso tavolo: «Vuole avere l'ultima parola e
noi gliela lasciamo volentieri».
Con una certa prevaricazione
intellettuale, era indifferente alla natura e mi guardava ora con
compatimento ora con irritazione perché io invece non posso fare a meno
del mare e dei boschi. Si era laureato a Trieste con una tesi sul Doktor
Faustus, così grossa che aveva sfondato lo zaino in cui l'aveva messa
il suo relatore Guido Devescovi, l'amico di Slataper, portandosela in
montagna.
Era molto triestino, anche se — o forse proprio per questo —
insofferente di Trieste, in cui peraltro aveva succhiato col latte il
senso della storia e della vita come disincanto. Sul disincanto ha
scritto pagine memorabili, cercandolo soprattutto nei capolavori della
letteratura — Mann, Dostoevskij, l'amatissima Educazione sentimentale di
Flaubert — perché è nella letteratura che il pensiero si incarna e
diventa vita.
Ha passato l'ultimo periodo della
sua vita pesantemente paralizzato dal Parkinson, che gli rendeva molto
difficile anche parlare. Ma era sempre tranquillo, pacato; sempre più
interessato all'oggetto che alle proprie magagne, non ha permesso che
queste alterassero la sua visione del mondo.
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