giovedì 26 settembre 2013

Un nuovo esperimento economico-sociale a Shanghai

Commercio (e Web) libero Shanghai fa il grande balzoDomani apre la zona economica speciale: parte la sfida a Hong Kong Con i suoi 37 milioni e mezzo di abitanti Shanghai è la città più popolosa del mondo e ha una superficie di 6.340 kmq Insieme a Macao Hong Kong è una delle due Regioni speciali della Cina: 7 milioni di persone vivono su una superficie di 1.104 kmq

di Ilaria Maria Sala La Stampa 26.9.13

Una nuova vetrina all’occidentale per fare il balzo definitivo nell’economia globale. Molte delle ambizioni della nuova leadership cinese, a cominciare dal premier Li Keqiang, si concentrano a Shanghai, in particolare nel distretto di Pudong, che domani diventerà ufficialmente la nuova zona economica più avanzata della Cina.
Da vent’anni l’area urbana dedicata al commercio e al business sta crescendo davanti agli occhi di tutti. All’inizio è stata la Pearl Tower, la torre della televisione, costruita negli Anni Novanta e oggi diventata il simbolo della capitale cinese dello stile, poi un orizzonte di grattacieli spericolati. In pochi anni si è aggiunto l’aeroporto, il treno ad alta velocità MagLev che lo collega alla città, e ora, l’ambizione massima: la «Free Trade Zone», più di 29 chilometri quadrati di zona economico-finanziaria a statuto speciale che già comincia a inquietare Hong Kong. Domani il lancio ufficiale di questo che è il primo grande progetto a cui lega il suo nome il premier, responsabile delle politiche economiche nazionali.
All’inizio, saranno unite alcune zone che già da ora godono di liberalizzazioni commerciali e finanziarie come la duty free di Waigaoqiao -, poi saranno modificate le norme fondamentali legate alla finanza, dato che qui, nella futura «Free Trade Zone», la zona a libero scambio, la valuta cinese (normalmente non convertibile) potrà essere scambiata altrettanto liberamente che a Hong Kong, i prestiti bancari avranno restrizioni inferiori, e le banche cinesi che operano da qui avranno il permesso di fare affari offshore senza bisogno di sottostare alle leggi nazionali sull’esportazione di capitali.
Anche le aziende straniere avranno il permesso di stabilire gruppi di investimento senza bisogno di un partner cinese a maggioranza e dovrebbe essere possibile aprire anche agenzie di collocamento straniere che potranno operare da qui nel resto della Cina. I servizi, da quelli medici e assicurativi a quelli legati al turismo e ai trasporti marittimi, saranno liberalizzati, e anche il settore costruzioni potrebbe vedere una maggiore partecipazione straniera. Ma si va oltre, anche con liberalizzazioni ad alto valore simbolico: nella «Free Trade Zone» sarà possibile individuare case d’asta che potranno mettere in vendita antichità cinesi e poi esportarle (un favore alla casa d’aste Christie’s, che ha già annunciato di voler aprire proprio qui, dopo aver fatto la pace con la Cina donandole due teste di bronzo di epoca Qing di cui era entrata in possesso).
Nonostante nella «Free Trade Zone» la libertà politica non sarà maggiore Internet sembra sarà più libero: in particolare, Facebook, Twitter e il «New York Times» potrebbero essere accessibili, pur restando off limits nel resto della Cina.
Ancora non si sa se ciò potrà avvenire solo nei lounge dell’aeroporto o in luoghi simili, ma online già girano le battute: «Come si potrà mai far stare l’intera popolazione cinese nel Pudong? ».
La Cina delle riforme economiche si è sempre mossa così: dapprima una zona pilota, dove vengono messe alla prova alcune riforme più ardite, con l’opzione di estenderle anche ad altre aree del Paese se dovessero funzionare. Per Shanghai, poi, c’è l’obiettivo di divenire centro finanziario internazionale da qui al 2020. Ovvero, di ritornare ad avere il posto che occupava prima della presa di potere del Partito Comunista, questa volta, sotto al Partito Comunista.
È troppo presto per predire il successo di quest’iniziativa, dal momento che la Borsa di Shanghai da quasi quattro anni è piagata da scandali e da una testarda tendenza al ribasso, che rendono Hong Kong e New York più attraenti per le aziende cinesi che vogliono quotarsi e avere buona credibilità e, ovviamente, anche per quelle internazionali. Per quanto ci sia la volontà di «creare una Free Trade Zone», tanto i servizi che la finanza hanno bisogno di una trasparenza che, per il momento, non è una caratteristica né a Shanghai, né nel resto della Cina.

Benvenuti nella Shanghai «liberata». Prove di democrazia (finanziaria)
Via alla zona di libero scambio: un modello di riforme per la Cina
di Guido Santevecchi Corriere 30.9.13

SHANGHAI — La scritta rossa in cinese e inglese annuncia: «China (Shanghai) Pilot Free Trade Zone». Il cartellone a forma di arco, a cavallo della superstrada a otto corsie, è il segno più chiaro della grande novità: la Cina ha lanciato la sua prima zona pilota di libero scambio. Intanto è stato liberato l’arco, che era rimasto ingabbiato dalle impalcature per giorni (mentre a Pechino il partito dibatteva in segreto): da questa porta si entra in una striscia di capannoni industriali, magazzini, grattacieli, sedi di multinazionali, banche e moli portuali che si estende su 28 chilometri quadrati a Est di Shanghai. In questi 28 chilometri quadrati il governo cinese promette di lanciare una nuova fase di riforme di mercato.
La «Zona pilota» di Shanghai è stata inaugurata ieri, ma in Cina se ne parla da mesi come di una svolta cruciale quanto quella voluta dal timoniere Deng Xiaoping nel 1979, quando cominciò a sperimentare il capitalismo socialista dichiarando l’enclave meridionale di Shenzhen «Zona economica speciale». Da allora il Prodotto interno lordo della Repubblica popolare si è moltiplicato molte volte e oggi è il secondo del mondo.
Nella zona di Shanghai liberata da altri guinzagli con cui il partito comunista guida il «mercato con caratteristiche cinesi», gli investitori potranno muovere i capitali in entrata e in uscita dal Paese con maggior facilità e le banche, non il governo, decideranno i tassi d’interesse sui depositi.
Il premier Li Keqiang, che è un economista, ha fatto annunciare il nuovo corso con articoli entusiasti sui giornali del partito comunista. Ma i contenuti reali del progetto ancora oggi sono tutti da chiarire.
Solo venerdì il Consiglio di Stato (il governo di Pechino) ha pubblicato le linee guida. Un comunicato esile. La «Free trade zone» comprende sei settori: servizi finanziari; spedizioni e logistica; commercio; servizi professionali; cultura e intrattenimento; salute e istruzione. Segue un elenco di 18 nuove possibilità di impresa libera nel settore dei servizi: si va dagli studi legali alle assicurazioni, alle cliniche, alle agenzie turistiche.
Il cuore di questo laboratorio riformista è il settore finanziario: Li Keqiang vuol provare a lasciare che sia il mercato a fissare i tassi di interesse, permettere alle aziende di cambiare liberamente yuan in valuta straniera e di muovere questi capitali verso l’estero. Le banche internazionali (comprese alcune italiane) si stanno preparando ad allargare le operazioni, ma Pechino ha già avvisato che gli esperimenti «avanzeranno quanto sarà consentito dalle condizioni... i rischi saranno controllati». E il periodo del test sarà di non meno di tre anni. Poi si vedrà se il modello Shanghai potrà essere allargato al resto della grande Cina. Il comunicato ricorre anche al linguaggio saggio e ispirato tipico della burocrazia in mandarino: «Ciò che sarà maturo sarà colto prima e poi si avanzerà un passo dopo l’altro».
I banchieri di alcuni grandi istituti cinesi a Shanghai avvertono che le direttive sono troppo vaghe e quindi anche loro non sanno ancora quello che potranno davvero fare. Il professor Chao Gangling, dell’Università di economia di Shanghai dice al Corriere che «sulla convertibilità dello yuan Li Keqiang ha incontrato resistenze da parte della Banca centrale e dei ministeri coinvolti».
Lu Ting, analista di Bank of America Merrill Lynch sostiene che il paragone con la zona speciale di Shenzhen lanciata da Deng all’inizio della via cinese al capitalismo non regge: «La finanza non è come il commercio dei prodotti, la finanza è invisibile e scorre da un luogo all’altro con grande rapidità...».
L’agenzia Bloomberg ha fatto un sondaggio tra i principali gruppi di analisti finanziari: 8 su 15 hanno risposto che la zona libera di Shanghai non avrà effetto o quasi sulla crescita della Cina per i prossimi cinque anni. Secondo questi osservatori l’impatto sulla crescita potrebbe essere tra lo 0,1 e lo 0,5%. Il professor Chao replica: «Non è il Pil di 28 chilometri quadrati di Shanghai che conta, ma il valore dell’esperimento. Se riuscirà sarà allargato...».
Quelli che l’affare l’ha già fatto sono gli immobiliaristi: nell’ultimo mese i prezzi del mattone intorno al perimetro della Free trade zone sono cresciuti tra il 20 e il 30%. Ma non tutti sono felici: nella Zona libera pilota, su un bell’edificio di appartamenti circondato da grattacieli, gli inquilini hanno appeso uno striscione: «Protestiamo energicamente contro i palazzinari dal cuore nero». I palazzinari vogliono abbattere le loro case per costruire uffici.
Deluso anche chi avevano sperato che nella Zona pilota sarebbe stato liberato dalla censura Internet: la voce dello sblocco di Facebook e Twitter è stata smentita. Con l’economia il potere fa esperimenti, con la democrazia non si vuol cimentare.
Confermato invece che alle industrie straniere all’interno della zona sarà permesso di produrre e vendere le console per i loro videogame, finora bandite in Cina. Quelli di Nintendo stanno già festeggiando, anche se dovranno fare i conti con le copie pirata che si vendono spudoratamente agli angoli delle strade.
Piccole prove di grande riforma. Un altro esempio è Christie’s: la casa d’aste ha potuto tenere la sua prima vendita in territorio cinese allo Shangri-la di Shanghai. Incassi per 24,9 milioni di dollari: la migliore offerta è arrivata per una collana di rubini aggiudicata a 3,4 milioni. Il battitore era una battitrice vestita di rosso, molto scenografica. Tra i lotti un Picasso, un Warhol e un Morandi. La serata è stata inaugurata da 12 bottiglie di Chateau Latour 2000 e sei magnum per 49 mila dollari; tre Chateau Margaux del 1986, 1990 e 2009 sono andate via per 62 mila dollari. Ai nuovi cinesi piace investire nel vino europeo.
Siamo venuti qui a celebrare la grande apertura della «Zona pilota di libero scambio» di Shanghai: ma la domenica sembra un giorno strano per lanciare un’iniziativa finanziaria, visto che i mercati internazionali sono chiusi. E poi, da domani e per tutta la settimana, sarà la Cina a fermarsi per la festa nazionale che celebra la fondazione della Repubblica popolare. Anche questo è un segnale della cautela con cui la Cina cambia passo.

Nessun commento: