venerdì 27 settembre 2013

Una svolta populista necessaria per la Chiesa di Bergoglio?

Dalla parte dei poveri - Gustavo Gutiérrez - Gerhard Ludwig Müller
Gerhard Ludwig Müller, Gustavo Gutiérrez: Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della chiesa, Edizioni Messaggero di Padova-Emi

Risvolto
Il riconoscimento della teologia della liberazione come teologia «cattolica», valida non solo per il continente d’origine di papa Francesco ma per la chiesa universale. Un libro scritto a quattro mani da Gutiérrez, padre della teologia della liberazione, e da Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, legati da amicizia pluriennale ma anche dalla preoccupazione per lo sviluppo dell’economia mondiale e della teologia europea. L’arcivescovo tedesco e il parroco peruviano dei quartieri popolari si pongono in dialogo intorno all’attualità di tante riflessioni della teologia della liberazione, convergendo sul grande impulso che da questa può giungere alla teologia europea e alla sua esperienza di fede, verso l’abbandono di antiche ritrosie e un risveglio della solidarietà globale dell’unica chiesa.

GUSTAVO GUTIÉRREZ (Lima, Perù 1928), sacerdote e teologo peruviano, è considerato il padre della teologia della liberazione. Docente di teologia e di scienze sociali all’Università cattolica di Lima, ha fondato l’Istituto Bartolomé de Las Casas a Lima. Nel 2001 è entrato a far parte dell’ordine dei domenicani. Vive e lavora nella parrocchia della Favela Rimac, un quartiere popolare della capitale peruviana. È autore di Teologia della liberazione (Queriniana, Brescia 19721) e di molte altre pubblicazioni. GERHARD LUDWIG MÜLLER (Magonza, Germania 1947), teologo e già arcivescovo di Ratisbona, è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. La sua opera maggiore è Dogmatica cattolica. Per lo studio e la prassi della teologia (San Paolo, Cinisello Balsamo 1999). Sta curando l’opera omnia di Benedetto XVI.


TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE SENZA IDEOLOGIA

173 19-02-2014 corriere della sera 41

TRA I CAMPESINOS SUL LAGO TITICACA
174 19-02-2014 corriere della sera 41

Epoche Un libro e un’intervista segnano un cambiamento. Già iniziato con Ratzinger. E con la «religione del popolo» in Argentina
Il Pontefice concelebra con il teologo degli ultimi. Ecco dove va la Chiesa
Gian Guido Vecchi La Lettura

Come cambia la vita della Chiesa nel tempo della Rete: oggi il “prossimo” è chi è “connesso” con me. La lezione di Antonio Spadaro al Festival del Diritto le idee

Davvero non esistono le verità assolute
di Leonardo Boff Repubblica 27.9.13

Caro direttore, scrivendo una lettera a un giornale e rispondendo alle domande poste attraverso un giornale da Eugenio Scalfari, Papa Francesco ha compiuto un atto di straordinaria importanza. Non solo perché lo ha fatto in una forma senza precedenti ma perché lo ha fatto come un uomo che parla a un altro uomo, nel contesto di un dialogo aperto a tutti che ci porta a metterci allo stesso livello degli altri. E di fatti Francesco, che come sappiamo preferisce la definizione di vescovo di Roma a quella di Papa, ha risposto a Eugenio Scalfari in modo cordiale, con l’intelligenza calorosa del cuore piuttosto che con quella intellettuale fredda. La sua si può definire una “ragione sensibile”, come si dice oggi nella discussione filosofica in Europa, negli Stati Uniti e anche fra noi, quella che parla direttamente all’altro, al suo profondo, e non si nasconde dietro dottrine, dogmi, istituzioni. In questo senso, per Francesco non è rilevante se Scalfari sia o meno un credente, poiché ognuno ha la sua storia e il suo percorso, ma è importante la capacità di essere aperti all’ascolto. Per dirla con le parole del grande poeta spagnolo Antonio Machado, “la tua verità? No, la Verità e vieni con me a cercarla. La tua, tienitela”. Più importante che sapere è non perdere mai la capacità di imparare. Questo è il senso del dialogo.
Con la sua lettera, Francesco ha mostrato che tutti cerchiamo una verità più piena e più ampia, una verità che ancora non possediamo. Per trovarla, non servono i dogmi e le dottrine, ma caso mai il presupposto che esistono ancora risposte da cercare, che esiste un mistero, e che questa ricerca è una forza che ci mette tutti sullo stesso piano, i credenti come i non credenti, i fedeli di chiese diverse, ognuno dei quali ha diritto di portare la sua visione del mondo. Non è un caso che ogni fede conosca profonde difficoltà, e che una in particolare le accomuni tutte: è la contraddizione terribile che attraversa credenti e atei, la domanda su come Dio possa consentire le grandi ingiustizie del mondo. È la domanda che anche Papa Benedetto XVI si è fatto con sgomento a Auschwitz, spogliandosi per un attimo dal suo ruolo di pontefice e parlando solo come un uomo, a cuore aperto. È la domanda “dov’era Dio quando accadeva questo?”. Tutti noi cristiani dobbiamo accettare che la risposta non c’è, che la domanda è ancora aperta. Dio può essere quello che la nostra ragione non capisce. Che la sola intelligenza non può rispondere a tutto, che la Genesi, come diceva il filosofo della speranza Ernst Bloch, non è al principio ma al termine, che le cose camminano in una direzione buona che comprenderemo soltanto alla fine. Solo alla fine possiamo dire veramente: “E tutto è buono”, perché mentre viviamo non tutto è buono. Verità assolute, verità relative? Io preferisco rispondere con il vescovobrasiliano dal cuore della Amazzonia, poeta, profeta e pastore, Pedro Casaldaliga: “Solo Dio e la fame sono assoluti”.
Per questo io stesso ho molta fiducia in ciò che Francesco potrà fare e mi sento in dialogo con lui. Ha già fatto un’importante riforma del Papato e ne farà una della Curia, e in molti discorsi ha indicato come tutti i temi possano essere discussi, un’affermazione impensabile fino a poco tempo fa. Temi come il celibato dei preti, il sacerdozio delle donne o la morale sessuale e l’omoaffettività erano semplicemente proibiti per vescovi e teologi e ora non lo sono più.
Credo che questo Papa sia il primo a non volere un governo monarchico, il “potere” di cui parla Scalfari, ma invece voglia restare il più possibile vicino al Vangelo traendone i principi di misericordia e comprensione, tenendo al centro l’umanità. Per questo anche il suo dialogo con i non credenti può davvero svilupparsi, e aprire una nuova stagione di modernità etica che non guarda solo alla tecnologia, alla scienza e alla politica ma che può portare al superamento dell’atteggiamento di esclusione fin qui tipico della chiesa cattolica, all’arroganza di chi ritiene che la sua chiesa sia l’unica vera erede del messaggio di Gesù. Per questo è importante non dimenticare mai che Dio ha inviato il suo Figlio al mondo e non solamente ai credenti. E lui illumina ogni persona che viene in questo mondo, come dice il Vangelo di San Giovanni.
In questo senso, come ho già scritto a Francesco, è urgente un Concilio Vaticano III, aperto a tutti i cristiani e non solo ai cattolici, a tutte le persone, anche atee, che possono aiutarci a analizzare le minacce che gravano sul pianeta e come affrontarle. Le donne in primo luogo, dato che è la vita stessa a essere minacciata. Il Cristianesimo è un fenomeno occidentale. Deve trovare il suo spazio nella nuova fase dell’umanità, nella fase planetaria. Solo così può essere una Chiesa di tutti e per tutti.
In Francesco, che lo ha già dimostrato in Argentina, io non vedo la volontà di conquistare e di fare proselitismo, ma piuttosto quella di testimoniare e percorrere, come ha scritto a Scalfari, un tratto del cammino insieme: il cristianesimo è in movimento, come Gesù camminava insieme agli Apostoli. E in tutto questo la dimensione etica e il senso dei diritti universali è più importante dell’appartenere o meno a una chiesa, come nel caso di Eugenio Scalfari. Dobbiamo guardare alla dimensione luminosa della storia più che alle sue ombre, vivere come fratelli e sorelle nella stessa Casa Comune, nella Madre Terra, rispettando le diverse opzioni, sotto un unico grande arcobaleno, segno della trascendenza dell’essere umano. Un lungo inverno è finito, ci aspetta una primavera con la sua dimensione gioiosa di fiori e di frutti, una primavera nella quale vale la pena di essere umani anche nella forma cristiana di questa parola.

Laici-cattolici, ora serve un passo avanti
di Gian Enrico Rusconi La Stampa 27.9.13

Il salto di qualità e di civiltà comunicativa che sta segnando in queste settimane il rapporto tra laici e uomini di Chiesa è un’ottima cosa. Ma mostra anche i suoi limiti. Lo dico senza polemica, ma per andare avanti.
Nell’intenso scambio, diffuso in rete, dei direttori dei giornali nel «cortile dei giornalisti», curato dal cardinale Gianfranco Ravasi, c’era un dettaglio solo apparentemente secondario. Lo snodarsi degli argomenti è rimasto ferreamente chiuso nelle categorie convenzionali «credenti» e «non credenti», «fede e ragione», «laici e cattolici». Mentre molti dei contenuti espressi nel confronto erano virtualmente esplosivi di queste categorie, esse presidiavano di fatto la comunicazione perché non superasse i confini delle competenze degli interventi. Illuminante e perentoria è stata la chiusa del direttore dell’Osservatore romano, Giovanni Maria Vian: «Il giornale è la Bibbia laica. Ma molto più interessante è la Scrittura Sacra vera». Punto a capo.
Tutto l’equivoco è qui. I direttori dei giornali hanno dato voce non solo alle esperienze, alle emozioni, alle riflessioni personali ma anche a quelle colte e raccolte dai loro giornali, ma si sono cautamente fermati davanti a questo punto. Già soddisfatti di quanto sta accadendo.
Il pontificato di Francesco infatti sembra annunciare la fine della stagione dello scontro sui «valori non negoziabili», delle identità esibite e collettivamente impositive, della reciproca negazione della legittimità (morale e intellettuale) di posizioni di fatto incompatibili che hanno creato seri problemi di convivenza civile e istituzionale. Ma la nuova stagione diventa davvero innovativa se è intellettualmente solida e parta dai temi che sono rimasti «sospesi» («natura umana», «diritti originari della persona», «famiglia» ecc.). Sono questi temi che danno sostanza ai buoni sentimenti e danno vigore ad una nuova convivenza tra cittadini. La laicità infatti non è semplicemente uno stato dell’anima o una opzione personale, ma è lo statuto della cittadinanza.
La strategia comunicativa di Papa Francesco è chiara: «Voi conoscete la dottrina della Chiesa, di cui sono fedelissimo figlio, ma io vi dico: chi sono io per giudicare?». E’ una formula formidabile sul piano pastorale, che ha spiazzato i clericali di tutte le sfumature. Ma rimane enigmatica nei suoi contraccolpi dottrinali.
Tutti si affrettano a dire che non ci sarà alcuna rettifica dottrinale, nessun «cedimento sui principi». E’ evidente. Nessuno le attende. Ma si rischia un brutto paradosso: è come se la dottrina non sia considerata poi così importate rispetto al nuovo messaggio pastorale.
La vera sfida invece è come affermare il primato di una umanità accolta cosi com’è, nella sua autenticità e fragilità, e insieme conciliarla con una dottrina che parla di «verità» al punto da far dire ad alcuni uomini di Chiesa di essere loro i veri «esperti di umanità». Questa convinzione non si concilia con una visione laica che ha un riferimento (ovviamente critico) alle scienze dell’uomo e non può accettare una «antropologia» che è il rivestimento modernizzante di dottrine legate a culture e società storicamente e geograficamente ben definite, nonostante rivendichino per sé «la verità».
Non intendo affatto riaprire un contenzioso polemico che andrebbe in direzione opposta allo spirito che guida il Pontefice. Voglio semplicemente dire che comunicazione e impianto teorico (o di «verità») convergono e si sostengono reciprocamente.
Papa Bergoglio ha sfiorato in alcuni passaggi questo problema nella sua lettera pubblicata su Repubblica. Quando ha dato – discorsivamente – assoluta centralità alla «coscienza», quando ha parlato di «verità come relazione» («Ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive».) E, ancora più avanti, quando in modo disarmante confessa che «bisogna intendersi sui termini e reimpostare in profondità la questione».
E’ qui che mi aspettavo una ripresa della tematica, un soprassalto da parte dei commentatori, invece che l’enfasi sullo stile nuovo di comunicare del Papa. La battuta che «Gesù anticipa il linguaggio sintetico dei tweet» può far sorridere, ma sposta semplicemente il problema. Twittare non rappresenta nessun salto di qualità né concettuale né culturale. Questo il Papa lo sa, ma non so se è consapevole del sentiero stretto che sta percorrendo con il suo stile comunicativo. I suoi ammiratori (religiosi e laici) oltre che lodarlo in continuazione, dovrebbero dargli una mano, sul serio.
PS: Con sorprendente sincronia il Papa emerito Ratzinger risponde a Piergiorgio Odifreddi con una lettera di spessore teorico e storico, quasi a completare lo stile del Papa in ufficio. In realtà il destinatario della lettera si presta sin troppo facilmente alla lezione critica che gli viene impartita. Non è infatti difficile controbattere le ingenuità intellettuali del matematico Odifreddi, magari simpatico nel suo sfottente ateismo, ma poco consistente sul piano filosofico e storico. Se ci si vuole confrontare con un ateismo solido nel mondo della scienza, occorre cercare tra i cultori delle scienze biologiche e biogenetiche. Ma soprattutto – e qui torniamo alle prime riflessioni fatte sopra – si deve archiviare o meglio decostruire le convenzionali, quasi tautologiche, contrapposizioni tra «scienza» e «fede», con le quali ci troviamo ingabbiati nel discorso corrente. Questa è la sfida.

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