giovedì 26 settembre 2013
Uroboro sarà lei... Papa Zagrebelsky racconta la crisi della democrazia ma lo fa su Repubblica
Politica e nichilismo
Quel mostro antico e nuovo che uccide la democrazia
Denaro
che crea denaro che crea potere che crea denaro... Ecco l’uroboro, il
serpente mitologico che si morde la coda e soffoca la Polis
di Gustavo Zagrebelsky Repubblica 26.9.13
Si
inaugura oggi a Piacenza la sesta edizione del Festival del diritto in
programma fino a domenica 29. Anticipiamo l’intervento di Zagrebelsky
che sarà oggi alle 18 alla Sala dei Teatini con Stefano Rodotà. Tra gli
ospiti, Enzo Bianchi, Remo Bodei, Laura Boldrini, Ilvo Diamanti, Carlo
Galli, Gad Lerner, Antonio Spadaro, Nadia Urbinati
Un’immagine
che può, forse, costituire una sintesi efficace e può fornire qualche
suggestione è quella dell’uroboro, immagine mitologica del serpente che
mangia la sua coda e ciò ch’essa contiene, nutrendosi di se stesso (dal
greco ouròboros, dove ouràsta per “coda” eboròsstaper “mordace”,
aggettivo riferito al serpente). Quest’immagine, ricca di significati
analogici e metaforici, sfruttata dalla filosofia dell’eterno ritorno e
dalle visioni esoteriche dell’uno immutabile e autosufficiente, una
volta che sia spogliata di questo sovraccarico, può bene definire il
rapporto tra denaro e politica, nei termini di uno scambio di ritorno e
di reciproco sostentamento. Il potere sostiene e rivitalizza il
(procacciamento di) denaro e il denaro sostiene e rivitalizza
(l’acquisizione e il mantenimento de) il potere.
C’è poi un aspetto
proprio del circolo denaro-potere, che deriva dalla circostanza che,
nell’economia finanziarizzata, il denaro non è statico, ma aspira
all’accrescimento di se stesso: denaro che si produce dal denaro. C’è
qui un carattere non del denaro come tale, ma dell’antropologia, per
così dire, dell’uomo di denari: «crescit amor nummi quantum ipsa pecunia
crevit» (Giovenale, Satire, V, II, 140-1, che aggiunge: «Et minus hanc
optat qui non habet»). Il libero mercato dei capitali è l’humus astratto
ideale di quest’aspirazione crescente. Per questo, mentre
l’uroboro-serpente è sempre uguale a se stesso, l’uroboro- sistema
politico finanziario tende di per sé ad assumere proporzioni sempre
maggiori e incombenti sull’ambiente in cui si sviluppa, traendone
risorse incrementali.
Per rimanere nell’immagine, la tendenza alla
crescita significa innanzitutto ch’esso stringe sempre più strettamente
le sue spire sulla società, impoverendola delle sue risorse per
finalizzarli ai propri scopi di crescita; in secondo luogo, ch’esso
modella la società e le sue divisioni alla stregua delle sue esigenze
riproduttive, secondo una tripartizione o, meglio, secondo tre cerchi
concentrici. Coloro che stanno nel serpente sono i privilegiati del
potere e del denaro, i quali, con funzioni diverse (politiche,
ideologiche, tecnico-esecutive, avvocatesche), stanno e lucrano
all’interno dello scambio denaro- potere. Attorno a loro, stanno coloro
che operano per fornire loro l’humus materiale necessario, in ciò che
resta della “economia reale”. In una sorta di servitù volontaria,
costoro collaborano a mantenere in piedi un sistema di potere, subendo
restrizioni nel loro tenore di vita, nelle condizioni di lavoro, nella
disponibilità di servizi, nella sicurezza e nella previdenza sociale:
sistema di potere che, pur sfruttandoli a un ritmo crescente, li vede
quali vittime colluse perché, e fino a quando, li protegge dal rischio
d’essere cacciati nel terzo cerchio. Nel terzo cerchio stanno gli
inutili, i reietti, i disoccupati, abbandonati a se stessi come zavorra
che non ha diritto di appesantire le altre parti della società, di
frenare o impedire la “crescita”: parola-chiave dell’uroboro.
Il
ciclo denaro-potere-denaro è, o mira a diventare, totalmente e
assurdamente autoreferenziale. Ciò significa ch’esso trova pienamente in
se stesso la ragione del suo essere in azione. È mezzo e fine al tempo
stesso. Se noi volessimo cercare una definizione potente e adeguata di
nichilismo, diremmo proprio così: non semplicemente la mancanza di
scopi, che di per sé significa semplicemente insensatezza,
irrazionalità, gusto del bel gesto, cinismo, ma la coincidenza dei mezzi
e dello scopo. Così avremmo una definizione dotata di terribile
razionalità: la pianificata e consapevole direzione verso l’illimitata
dilatazione di sé, nell’ignoranza e nell’indifferenza rispetto a ciò che
sta attorno. O, meglio, nell’ignoranza e nell’indifferenza fino al
momento in cui ciò che sta attorno, nel suo ribollire, incomincia a
rappresentare un pericolo per la propria autoriproduzione.
Abbiamo
udito, e forse qualcuno si ricorda, l’affermazione d’un uomo di governo
“tecnico”: in autunno, ci aspettano pericolose agitazioni sociali; ergo
occorre intervenire con qualche misura di equità. Un governo non
nichilistico avrebbe detto: la società è inquieta, tensioni sociali la
percorrono; dobbiamo comprenderne le ragioni e dalle ragioni procedere
per promuovere la giustizia. Se lo scopo è evitare le perturbazioni, non
si esce affatto dall’autoreferenzialità; anzi, la si conferma e se ne
rafforzano le cinte. Nella stessa logica, le perturbazioni possono
essere attenuate o sconfitte non solocon qualche misura d’equità
adottata in stato d’emergenza, ma anche, se del caso, nella stessa
logica emergenziale, con la repressione. In ciò si mostra la vena
autoritaria d’ogni sistema di governo nichilistico, alias
autoreferenziale.
Nel nichilismo e nell’autoreferenzialità, nel
cerchio chiuso di potere e denaro, non c’è posto per la politica. C’è
posto solo per il cieco dominio che rifiuta d’interrogarsi sul senso del
suo esistere. È puro non-senso. C’è da stupirsi, allora, se quella che
ancora insistiamo a chiamare politica, sempre meno attragga la
maggioranza dei cittadini, coloro che sono fuori del cerchio? Come
suonano vuote, retoriche e ipocrite le invocazioni di un nuovo patto tra
cittadini e politici, senza che si mettano minimamente in discussione
le ragioni di quel divorzio!
La democrazia è forma della politica e
la politica è la sostanza della democrazia. Ma, se viene a mancare la
sostanza, la forma si riduce a vuoto involucro, a simulacro ingannatore.
Nel mondo antico, la sostanza della politica era la pòlis, un concetto
pieno di contenuto spirituale. Per tutti, la pòlis era la “giusta
città”, di cui gli uomini liberi erano fieri, nella quale volevano
vivere e per la quale erano pronti a grandi sacrifici. Pericle ne fa
l’elogio celeberrimo, nell’epitaffio per i morti del primo anno della
guerra peloponnesiaca (Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 35-46).
Al di là dell’enfasi, dell’autocelebrazione, dell’interessata
edulcorazione o, addirittura,dello stravolgimento della realtà, in quel
discorso c’è un dato profondo, una verità perenne: se il potere non si
dà un fine che lo trascende, se le sue leggi non s’identificano con la
vita buona dei cittadini in generale, quale ch’essa sia, non c’è
politica e tantomeno ci può essere democrazia. Lo ribadisce, in un passo
altrettanto celebre di Le supplici di Euripide, Teseo, rivolgendosi
all’araldo, figura rappresentativa di tutti i dispotismi vuoti di senso,
che pretendono dai sudditi l’ubbidienza per l’ubbidienza,
indipendentemente dalle buone ragioni che possano invocarsi per
esigerla.
Nel tempo nostro, non c’è una pòlis, giusta città per
natura e necessità, che a noi tocchi di riconoscere, difendere e
accrescere. Tutto è stato distrutto, tutto è rimesso alle nostre mani e
alle loro cure; tutto deve essere ricostruito. Quando la vita politica
non è più un dato della natura, come l’aria, il suolo e il clima, ma
deve essere costruita e ricostruita, il progetto della giusta città è
quella cosa che decidiamo insieme che debba essere e che chiamiamo
“costituzione”.
Si dirà: allora siamo salvi! Una Costituzione,
l’abbiamo e, per di più, tutti, o quasi tutti, le prestano ossequio. Si
discute — è vero — dell’opportunità di modificare le forme della
politica ma, almeno sulla sostanza, cioè sui principi e sui fini del
nostro stare insieme — quelli indicati nella prima parte della
Costituzione — tutti si dicono concordi. Nessuno (o quasi nessuno)
propone modifiche.
Non c’è verità in queste parole. I principi e i
fini della Costituzione possono essere lasciati stare, tali e quali sono
scritti, per la semplice ragione che li si può ignorare, come se non
esistessero. Che ne è del lavoro come diritto; dei doveri di solidarietà
sociale; dell’uguale dignità di tutti i cittadini; dell’ambiente come
patrimonio comune; della funzione sociale della proprietà; degli
obblighi tributari che devono ispirarsi alla progressività; dei diritti
sociali come l’istruzione, la salute, la protezione dei più deboli? Sono
solo esempi. Le norme che parlano di queste cose tracciano le linee di
una “buona città”, quale abbiamo voluto stabilendo una Costituzione. Ma
possono essere lasciate tranquille, perché si può far finta che non
esistano. Esse, per diventare realtà operante, richiedono politiche
adeguate e le politiche si fanno secondo le forme. Le forme sono
previste nella seconda parte della Costituzione, e, queste sì, molti
vorrebbero cambiarle profondamente.
Chi sono questi “molti”? Se sono
coloro che, al più o al meno,stanno nel cerchio più profondo della
società, quello del connubio potere-denaro, possiamo pensare che
agiscano per darsi gli strumenti per spezzarlo e dare spazio alla
politica, oppure è più facile sospettare che l’operazione ch’essi hanno
in corso serva a stringerlo ancora di più? Rafforzare il governo e
deprimere il parlamento, confidare nella “decisione” e diffidare della
“partecipazione”, a che cosa può servire, nel momento del disfacimento e
del pericolo che, insieme alla democrazia, minaccia le immobili
oligarchie del potere e del denaro, incapaci di uscire dalla loro crisi
senza un colpo alla Costituzione?
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