lunedì 28 ottobre 2013
«Dopo aver conosciuto i colonizzatori europei, ai cinesi gli africani offrono mazzi di fiori»
L’impegno
della potenza asiatica per realizzare infrastrutture, finanziare
investimenti e alimentare il turismo al centro del convegno con Prodi
di Vincenzo Giardina l’Unità 27.10.13
Per
diventare ricchi bisogna costruire le strade» dice Zhao Shengxuan,
vice-presidente della Accademia cinese delle scienze sociali. Parole che
possono suonare uno slogan, ma che qui a Pechino sono prese sul serio.
Proprio come in Africa.
Gli ultimi 30 anni di storia della Repubblica
popolare hanno insegnato a credere alle accelerazioni in apparenza
impossibili. Ecco perché di paesi sub-sahariani, sviluppo e lotta alla
povertà si discute proprio nella capitale della Cina. L’occasione è una
conferenza organizzata da Romano Prodi, nella duplice veste di
presidente della Fondazione per la collaborazione tra i popoli e di
rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per il Sahel.
«L’Africa è un continente carico di aspettative – sottolinea Zhao ma la
carenza e l’inadeguatezza delle infrastrutture rischiano di
comprometterne lo sviluppo economico e sociale». Ecco allora la ricetta
cinese, un paese che i dirigenti di Pechino definiscono «ancora in via
di sviluppo», ma deciso a sostenere «un modello di cooperazione non
fondato sugli aiuti ma sugli investimenti e il commercio». Secondo la
Banca mondiale, nella patria di Mao Zedong 35 anni di «riforme di
mercato» hanno permesso a oltre mezzo miliardo di persone di uscire da
una condizione di povertà. È anche vero, però, che nella Repubblica
popolare il reddito pro capite supera appena i 6 000 dollari l’anno e
che circa 128 milioni di cinesi continuano a vivere con meno
dell’equivalente di un dollaro e 80 centesimi al giorno.
Di certo,
l’influenza della Cina in Africa è sempre più forte. Negli ultimi dieci
anni il valore degli scambi è decuplicato, crescendo in media del 28% e
raggiungendo nel 2012 quota 198 miliardi di dollari. Si tratta
soprattutto di petrolio, di minerali e altre risorse naturali che
prendono la via dell’Oriente. Ma c’è anche dell’altro.
Solo tra il
2010 e il 2012 Pechino ha garantito prestiti a tassi agevolati per 11
miliardi e 300 milioni di dollari. Risorse utilizzate per costruire
strade, porti, scuole e ospedali, dal Sudan al Mali e da Capo Verde allo
Zambia. L’ultima novità è il turismo, frutto dell’espansione del ceto
medio nella Repubblica popolare. Oggi sono ben 28 su 54 i paesi africani
meta dei vacanzieri cinesi. Impossibile, allora, prescindere da questa
relazione speciale se si vogliono comprendere i cambiamenti che il
continente sta vivendo. Secondo Prodi, «la Cina è il più importante
paese non africano dell’Africa». Se negli ultimi dieci anni il Prodotto
interno lordo del continente è cresciuto in media del 4,8%, lo si deve
anche alla Repubblica popolare. «Il nuovo volto della crescita africana –
sottolinea Prodi è legato alla forza della presenza della Cina, un
paese che come gli Stati Uniti non è solo un protagonista, ma ha anche
una grande responsabilità politica verso il continente e la sua
popolazione in espansione». Una responsabilità, questa, che si misura
con l’appoggio all’integrazione economica e politica dell’area
sub-sahariana. Secondo Prodi, «i mercati dei singoli Stati africani sono
troppo piccoli e la creazione di un mercato unico è precondizione per
la crescita». Un’idea, questa, condivisa a Pechino da dirigenti e
studiosi africani, europei, americani e cinesi. Secondo Erastus Mwencha,
il vice-presidente dell’Unione Africana (UA), «con una base di 300
milioni di consumatori l’Africa costituisce un grande mercato in grado
di avviare un processo di sviluppo».
Sempre che, s’intende, in questa
direzione spingano anche l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e gli altri
protagonisti della scena mondiale. «Solo in questo modo – dice Mwencha –
il continente potrà trasformarsi da regione esportatrice di materie
prime a realtà produttiva in grado di creare valore aggiunto e posti di
lavoro, permettendo a milioni di persone di uscire da una condizione di
povertà». Una battaglia di giustizia sociale, è stato sottolineato a
Pechino, che va combattuta con le armi dell’economia e la testa della
politica. Alcuni dati aiutano a capire. Secondo il Consorzio per le
infrastrutture in Africa, un progetto avviato in occasione del summit
del G8 di Gleneagles, la scarsa qualità delle strade, dei porti e delle
ferrovie aumenta fino al 40% il costo dei prodotti africani. Stando alla
Banca mondiale, le strozzature della rete elettrica, i problemi di
approvvigionamento idrico, il ritardo nelle telecomunicazioni mangiano,
invece, ogni anno il 2% del Pil e riducono la produttività delle imprese
fino al 40%. L’Africa, allora, scommette sui cinesi.
Isaac Olawale,
professore dell’università nigeriana di Ibadan che studia la pace e i
conflitti, ricorda un proverbio africano: «Una donna riconosce i pregi
del marito solo dopo essersi sposata la seconda volta». Poi spiega:
«Dopo aver conosciuto i colonizzatori europei, ai cinesi gli africani
offrono mazzi di fiori».
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