lunedì 28 ottobre 2013
Editoria e svolta digitale
La cultura in streaming
Non solo musica, tv e film, adesso anche i libri si “noleggiano” online con un abbonamento che li rende disponibili a tempo Funzionerà?
di Stefano Bartezzaghi Repubblica 27.10.13
Una
pallina da tennis, nuovissima e sgargiante, sta per essere inaugurata
nell’interminabile partita che, da quando esiste un’industria e anzi una
società culturale, oppone apocalittici e integrati: ilbook streaming. È
infatti plausibile che la trovata più recente in termini di
digitalizzazione e distribuzione della parola scritta aprirà un
ulteriore set fra chi paventa torvo e chi adotta entusiasta. Da sola la
parola “streaming” mette abbastanza paura, quando non repelle, alle
vigili coscienze dei letterati: già si sentono i primi moniti («cultura
in pillole» è il più tipico anatema tabuizzante) e aleggia una
variazione della filastrocca di Down by law: «I scream, you scream, we
all scream for book streaming».
Lo stream è la corrente, il flusso:
diventa una metafora del decorso dell’esperienza. Lo stream of
consciousness è stata la prima seria botta che l’avanguardia ha sferrato
alla tradizione del romanzo ottocentesco. Con l’annunciato streaming
dei libri il flusso non riguarderà più la vicenda del personaggio ma
quella del lettore. In attesa dell’onda viene appunto da gridare: aiuto!
A
volerlo invece guardare in faccia lo streaming è un formato che dà la
possibilità di accedere a file senza però scaricarli sul proprio
computer. Finora ha funzionato soprattutto con programmi radio e tv,
video (vedi Netflix), oppure con la musica, rivoluzionata dal fenomeno
di Spotify. Ma in ognuno di questi casi si tratta di file la cui durata è
misurabile in minuti. Vi collegate a un sito, gratis o pagando una
quota mensile che in genere si aggira intorno ai dieci euro (dipende dal
servizio richiesto), scegliete un film o una canzone e guardate e
ascoltate, lì per lì. Anche i testi linguistici hanno un inizio e una
fine, ma la loro lunghezza si misura in pagine e non è propriamente
temporale. È possibile e sensato metterli in streaming? È quel che crede
un gigante dell’editoria americana come Harper Collins, che di recente
ha firmato un accordo con la piattaforma Scribd per mettere online e in
streaming centinaia di migliaia di titoli dietro un abbonamento di circa
9 dollari al mese.
Ma Scribd, come il concorrente Oyster, del resto,
non è la sola a puntare sullo streaming dei libri. Ora ci prova, per
esempio, anche Tim Waterstone, fondatore della più grande catena
britannica di librerie: ha annunciato un prossimo servizio di libri in
streaming, che promette di essere un altro tentativo serio inquesta
direzione. Non bisogna però pensare che il testo scorrerà come un film
da cui non ci si può distrarre. Il lettore continuerà a decidere il
ritmo della sua lettura, esattamente come in un normale ebook: potrà
sempre sospendere, mettere un segnalibro, riprendere più tardi. La
differenza sostanziale è che con lo streaming il lettore non acquista
più il libro, ma si abbona a un sito, accede a una cloud,sceglie e non
“scarica”: legge quanto vuole o può, tra la vasta gamma di libri che ha a
disposizione per il tempo per cui ha pagato.
In realtà già la
proprietà degli ebook è virtuale quanto lo sono inchiostro e pagine dei
libri medesimi. L’ebook persiste in veste di file in un archivio, il suo
vero lettore non è neppure la persona umana che l’ha comprato ma
l’apparecchio che gli consente di aprire il testo su un display. L’uomo
legge la lettura della macchina, che decodifica il contenuto del file e
lo porge in scrittura alfabetica. A cambiare è innanzitutto l’esperienza
sensoriale. Se in un libro cartaceo e tradizionale le pagine sono tutte
compresenti, in un ebook dove sono le altre pagine, quelle che non
stiamo leggendo? Aprire un ebook non è proprio la stessa cosa che
estrarre un parallelepipedo di carta su uno scaffale di legno. L’ormai
onnipresente riferimento all’odore dei libri di carta cerca
probabilmente di esprimere un senso ancora più ineffabile di
spossessamento. Già con l’ebook, appunto: in materia lo streaming non
può aggiungere molto, se non il limite di tempo stabilito per letture e
riletture.
Chissà quindi se l’ansia di possedere il libro, anziché
limitarsi a consultare il testo, sarà avvertita anche all’estero. Come
ha notato Tullio De Mauro nella Cultura degli italiani, è in Italia che
le case di professori e letterati sono assediate dai libri (di carta),
con l’aggravante che nessuna professione intellettuale oggi consente di
per sé di permettersi una casa sufficientemente spaziosa per conservare
tutti i libri necessari alla professione stessa. È un dramma
perfettamente sconosciuto a Parigi o a Oxford o a New York, dove insigni
professori, se non particolarmente bibliofili, tengono in casa i due o
trecento libri d’affezione e per tutte le altre necessità si servono di
comode e rifornite biblioteche pubbliche e universitarie (aperte sempre,
o quasi). Lo streaming potrebbe funzionare allora proprio come una
biblioteca: si prende in prestito non un libro ma un testo e se ne trae
quel che serve o piace in un tempo limitato. Una biblioteca nella nuvola
del virtuale potrebbe lasciarci recuperare un po’ di calpestio
domestico e lenire la smania per i libri che vorremmo avere sempre a
portata di mano.
Mentre Harper Collins mette online decenni di suoi
cataloghi editoriali, Waterstone dice che ad andare in streaming saranno
per ora racconti o romanzi pubblicati à la Dickens, cioè a puntate. In
ogni caso a decidere il successo commerciale e letterario dello
streaming dei libri dovrebbero essere due fattori. Sul piano
commerciale, c’è il fattore della pirateria. Per i libri non è un
problema enorme come per i dischi, ma Internet abitua alla semplicità e
magari alla gratuità della fruizione. Con i dischi si è ottenuto un buon
rimedio, se non fosse che, come ripete strenuamente Thom Yorke dei
Radiohead nella sua crociata contro Spotify, i diritti d’autore vengono
limati all’osso e le multinazionali e i grandi gruppi hanno
riconquistato il potere perso negli ultimi anni a scapito delle
etichette e degli artisti indipendenti. Vedremo se lo streaming coprirà
meglio l’editoria libraria dai rischi analoghi.
Sul piano letterario,
bisognerà capire se lo streaming farà sorgere o meno forme testuali
inedite e possibili solo lì. È quel che succede ogni volta che viene
inventato un medium nuovo. A suo tempo la tv non è stata interessante
sino a che è rimasta una forma alternativa di distribuzione di cinema e
teatro, ripresi e diffusi tali e quali. L’ebook è per ora poco
interessante perché pare limitarsi alla digitalizzazione di testi già
esistenti su carta (oche non vale la pena stampare). Lo streaming sarà
solo un espediente distributivo o aggiungerà qualcosa di propriamente
nuovo?
Il fattore commerciale e quello letterario sono come linee
tracciate nel campo in cui, plausibilmente, scenderanno apocalittici e
integrati. I due schieramenti ricordino infine che, a differenza che nel
tennis vero, qui il giudice di sedia sarà abbastanza indifferente
all’andamento del gioco, visto che le sue funzioni arbitrali saranno
svolte, al solito, dal mercato.
Pullman: “Attenti, lettori così si perdono le emozioni”
Lo scrittore britannico difende l’editoria tradizionale “Piattaforme web e ebook sono dispositivi freddi”
“Con un sistema simile saranno pochissimi gli artisti che riusciranno a vivere davvero grazie al ricavato delle loro opere”
intervista di Antonello Guerrera Repubblica 27.10.13
«Siamo
di fronte a una rivoluzione. E, come già successo all’epoca con
Gutenberg, non ne conosciamo ancora le conseguenze. Che potrebbero
essere molto negative». Philip Pullman è uno dei più celebri scrittori
inglesi. Sessantasette anni e milioni di copie vendute in tutto il mondo
– grazie soprattutto alla sua fortunata trilogia fantasyQueste oscure
materie (Salani) – dal 31 ottobre sarà in libreria con una riscrittura
audace, ovvero Le fiabe dei Grimm per grandi e piccoli(sempre Salani).
Ma, soprattutto, Pullman è uno degli autori più critici nei confronti
della rivoluzione digitale che sta stravolgendo l’editoria. Presidente
della “Società degli autori” britannici, negli anni ha difeso
strenuamente i diritti degli scrittori penalizzati dalle logiche di
mercato degli ebook. Non solo: Pullman è anche un fiero avvocato delle
biblioteche tradizionali, quelle con i libri di carta, apparentemente
avviate verso un lento declino.
Signor Pullman, cosa pensa della
“cultura in streaming” che presto, dopo i video e la musica, diventerà
realtà anche per i libri?
«Sono molto diffidente. Tra un film, un
album e un libro ci sono enormi differenze di fruizione, soprattutto per
quanto riguarda i tempi. Inoltre, mi pare che ogni sviluppo in questo
campo sia fatto apposta per arricchire le piattaforme streaming che
diffondono le opere, e non chi le produce. Del resto, non sono stati
certo gli artisti a inventarsi Spotify & Co.».
Ma avere centinaia
di migliaia di libri a disposizione sul proprio computer, seppur “in
affitto” e per qualche euro a settimana, non è una comodità, secondo
lei?
«Ci sono dei lati negativi, che rimandano agli ebook stessi, e
che il fenomeno streaming accentuerà. I libri elettronici sono meno
intuitivi di quelli di carta, saltare da un brano all’altro è più
scomodo, senza contare che gli ebook non si possono prestare agli amici.
E poi i libri di carta, soprattutto quando sono segnati dal tempo,
hanno un’aura diversa che gli ebook, a maggior ragione quelli in
streaming, non avranno mai. Di questo passo, non esisteranno più copie
preziose di un volume, perché saranno tutte standardizzate. E, peggio,
non possederemo più l’“oggetto” in quanto tale, che maneggiare per me è
ancora un piacere. Un dispositivo per ebook o una piattaforma per i
volumi in streaming, invece, sono strumenti freddi, che non infondono
emozioni. Chi si accontenta di tutto questo non è un vero lettore».
Tra ebook e streaming, i libri di carta scompariranno?
«No. A meno che non venga emanato un editto mondiale che imponga una libreria “cloud” a tutti. Ma non accadrà».
Ecco,
la “cloud”. Teme che il sapere e la letteratura tutta possano venire in
qualche modo appaltati da chi gestirà questa “nuvola” di libri? E,
distopicamente parlando, persino modificati, in scia a1984di Orwell?
«Eccome,
su questo tema sono molto paranoico. Perché sull’autenticità e sulla
bontà dei contenuti in streaming non avremo più alcuna garanzia, se non
quella che ci daranno i “guardiani” della “nuvola”. E per me la loro
parola, che sia dei governi o delle multinazionali, vale zero. Questo mi
fa molto arrabbiare. Pensi soltanto a quello che già fa Amazon quando
indicizza e classifica online le parti più sottolineate dai suoi utenti.
Con un libro di carta, invece, il lettore ha un rapporto paritario con
l’oggetto e quindi totalmente democratico. Al contrario, il
comportamento di Amazon mi sembra decisamente antidemocratico».
Lei
negli anni ha difeso le biblioteche tradizionali. Una “cloud” di libri
così sterminata, a disposizione dei lettori in abbonamento, può
rappresentare il colpo finale per queste istituzioni?
«Direi che la
minaccia viene soprattutto dalla mania neoliberale che ha distorto il
concetto di cultura in Occidente e che bolla i fondi pubblici alle
attività culturali come “elitari”, “comunisti” o “sconvenienti” per il
contribuente».
Lei ha criticato i miseri proventi che gli scrittori
ricevono dai prestiti dei loro ebook organizzati dalle biblioteche
convenzionate. Pensa che la cultura dello streaming condanni gli autori
meno famosi all’indigenza?
«Sinora, a farne maggiormente le spese,
sono stati i musicisti. Secondo Jaron Lanier (saggista e informatico
statunitense, inventore del termine “realtà virtuale”,
ndr),queste
piattaforme, in campo musicale, hanno causato la “distruzione della
classe media”. Così ci sono pochissimi artisti che guadagnano
immensamente e moltissimi che, con un sistema simile, non guadagnano un
euro».
Lo stesso accadrà anche agli scrittori?
«Le premesse mi sembrano identiche. Ma il processo potrebbe essere più lento».
Però un lato positivo dello streaming a oggi c’è: il crollo della pirateria.
«Ma
il vero punto della questione è un altro. E cioè che l’artista, il
musicista o lo scrittore riescano a vivere decentemente con le loro
opere. In queste condizioni, mi pare sempre più difficile».
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