sabato 26 ottobre 2013
Società, politica, psicoanalisi
Risvolto
Un dialogo a quattro voci per sondare il senso delle nuove declinazioni
della sofferenza mentale, e indagare l'intreccio fra dimensione psicologica,
politica e sociale, cercando di verificare quanto ci sia di vero e quanto di
infondato nelle ipotesi sulla degenerazione dell'uomo contemporaneo e
sulla caduta in una nuova barbarie. Per innescare, cosí, una ripresa del
dibattito sulla natura umana.
Davvero, come si sente dire sempre piú spesso, la nostra civiltà sta assistendo
a un mutamento antropologico? O i cambiamenti in corso sono
piuttosto nell'ordine di un grande sconvolgimento culturale? A oltre ottant'anni
dalle diagnosi formulate da Freud tra le pagine del Disagio nella
civiltà, questo libro tenta di aggiornarne le tesi, proponendo una lettura dei
fenomeni attuali abbastanza ampia da chiamare in causa la costituzione
biologica della specie umana e abbastanza articolata da mettere a fuoco i
reciproci riflessi della dimensione psichica e di quella collettiva. La sfida
è quella di offrire nuove prospettive alle domande non solo teoriche, ma
innanzitutto pratiche, imposte dalla nostra contingenza storica, evitando
di inscatolare la complessità dei fenomeni in categorie astratte.
Un saggio a quattro voci aggiorna lo storico conflitto tra individuo e società
di Roberto Esposito Repubblica 26.10.13
Fin
da quando comparve, nel 1929, la fortuna del celebre saggio di Freud Il
disagio della civiltànon è stata omogenea. La tesi di una inevitabile
opposizione tra le aspirazioni alla felicità dell’individuo e le
costrizioni che la civiltà gli impone è suonata ad alcuni rigida e ad
altri generica. Eppure, a quasi un secolo di distanza, l’impronta che
esso ha lasciato resta profonda. Almeno in relazione a due questioni
decisive. Vale a dire all’intreccio tra dimensione psicologica e sfera
sociale e al rapporto tra invarianti biologiche e mutamento storico.
Precisamente intorno ad esse dialogano in maniera serrata il filosofo
Massimo De Carolis, i due psicoanalisti Francesco Napolitano e Massimo
Recalcati e la saggista Francesca Borrelli, cui si deve anche la nitida
introduzione al volume edito da Einaudi col titolo Nuovi disagi nella
civiltà. Un dialogo a quattro voci.
In particolare sulla relazione
complessa tra biologia e storia si erano già confrontati, nel 1971, Noam
Chomsky e Michel Foucault, con esiti tutt’altro che risolutivi. Mentre
il primo insisteva sul carattere innato della facoltà del linguaggio, il
secondo respingeva la stessa idea di natura umana, considerandola una
costruzione di tipo storico-sociale. Un’obiezione non troppo diversa da
quella rivolta a Freud da Marcuse inEros e civiltà.Da allora la
situazione è nettamente cambiata — basti pensare alle novità dirompenti
dovute allo sviluppo dell’ingegneria genetica — , ma le questioni aperte
da Freud appaiono tutt’altro che esaurite. Ciò che i quattro autori
condividono è da un lato l’esigenza di superare la tradizionale
dicotomia tra scienze della natura e scienze umane; dall’altro il netto
rifiuto di un riduzionismo cognitivista, che riduca l’attività del
pensiero e della volontà a puri processi neurochimici presenti nel
cervello. Se così fosse, l’apparato psichico degli individui verrebbe
trattato come un sistema governato da rigidi nessi di causa ed effetto. A
venire esclusa, in questo caso, sarebbe quella distinzione tra il senso
delle parole e delle azioni e la loro produzione materiale, rivendicata
nel Novecento da filosofi come Frege e Husserl, Heidegger e
Wittgenstein.
Ma se questo è il presupposto comune degli autori,
diversi sono gli argomenti e le conclusioni che ne traggono. Proprio
qui, anzi — in tale conflitto delle interpretazioni — risiede il maggior
interesse del libro. In quale falda originaria affonda il disagio di
cui parla Freud? Nonostante le infinite mutazioni di contesto, l’umanità
è in fondo sempre la stessa o è andata incontro a una serie di
trasformazioni antropologiche che ne hanno radicalmente cambiato i
connotati? Quale rapporto passa tra il “da sempre” e il “solo adesso” —
come si esprime Francesca Borrelli, rammentando, con Musil, che «non si
può fare il broncio al proprio tempo senza riportarne danno»? De Carolis
è colui che si spinge più avanti nella ricerca degli incroci tra
invarianti biologiche e condizione contemporanea. Basti pensare al modo
in cui oggi vengono sempre di più messe al lavoro attitudini congenite
della specie umana come la facoltà creativa del linguaggio e la
duttilità nei confronti dell’ambiente. Ciò non esclude, sul piano delle
patologie, metamorfosi rilevanti come quella che trasforma l’antico
complesso di colpa per ciò che si fa nel nuovo senso di vergogna per ciò
che si è.
Quanto, poi, a Napolitano e Recalcati, a differenziarne le
posizioni è il diverso punto di riferimento all’interno della scuola
psicoanalitica — Freud per il primo e Lacan per il secondo. Per
Napolitano anche i più sensibili mutamenti — come quello relativo al
nesso tra tempo e denaro — vanno ricondotti al filo di continuità che
percorre l’intera modernità. Per Recalcati — cui dobbiamo un profondo
rinnovamento degli studi psicoanalitici in Italia — la replica di certi
fenomeni non cancella le soglie di discontinuità che modificano in
radice la fisionomia del nostro tempo. Ciò che caratterizza l’età
ipermoderna è la progressiva scomparsa del desiderio, travolto dalla
ricerca di un godimento talmente illimitato da divenire autodistruttivo.
Che il paradigma centrale del capitalismo finanziario sia il consumo,
come sostiene Recalcati, o il debito come ritiene De Carolis, non è poi
il punto decisivo — dal momento che si può interpretare l’uno come il
rovescio dell’altro. Ciò che più conta è ripristinare quella funzione
simbolica schiacciata tra eccesso di immaginario e una pulsione di morte
che sembra spezzare ogni legame sociale. Senza di che i disagi della
civiltà diverranno la cifra costitutiva del nostro tempo.
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