
Alain Touraine:
La fin des sociétés, Seuil, pag.657, euro 28
Risvolto
Nous sommes, depuis la crise financière,
confrontés à cette évidence : avec la décomposition du capitalisme
industriel, toutes les institutions sociales, la famille, l’école, la
ville, les systèmes de protection et de contrôle social, l’entreprise,
la politique elle-même perdent leur sens. Que se passe-t-il pour que les
piliers de nos sociétés démocratiques se dérobent ainsi quand la
globalisation du monde appellerait leur renforcement ?
Loin
de céder à la peur du chaos qui accompagne et accélère le déclin, cet
ouvrage s’efforce d’unir le récit d’une fin et l’annonce d’un
commencement : celui d’un autre type de vie collective et individuelle
fondé sur la défense des droits humains universels contre toutes les
logiques d’intérêt et de pouvoir. À travers leurs revendications éthiques, les militants du Printemps arabe ou d’Occupy Wall Street, les indignados
de la Puerta del Sol, les nouveaux dissidents chinois, les étudiants
chiliens ou, plus généralement, le mouvement des femmes et des minorités
sexuelles comme l’écologie politique fraient les voies de l’ère
post-sociale et post-historique dans laquelle nous entrons.
À
charge pour nous d’apprendre à quelles conditions le sujet de droits
que chacun peut invoquer est susceptible de se faire l’acteur
d’expériences entièrement nouvelles, où le capitalisme financier, devenu
sauvage aujourd’hui, pourrait être à nouveau contrôlé.
Alain Touraine: “Siamo tutti soli come attori in un teatro vuoto
La fine della società
Con il tramonto del capitalismo industriale cadono anche le sue istituzioni: Stato, classe, famiglia
Intervista al sociologo francese
di Fabio Gambaro Repubblica 31.10.13
PARIGI Da molti anni Alain Touraine si è imposto come uno dei più
attenti e fini osservatori del divenire della nostra società. Di libro
in libro, con paziente determinazione, il sociologo francese scruta e
analizza i caratteri e le trasformazioni di un mondo che, da
postindustriale, è ormai diventato «post-sociale ». Un’evoluzione che è
al centro anche del suo ultimo denso saggio,La fin des sociétés(Seuil,
pag.657, euro 28), summa teorica di mezzo secolo di ricerche e analisi,
nella quale spiega come il dominio del capitalismo finanziario abbia
ormai rimesso in discussione e reso inservibili tutte le costruzioni
sociali del passato. Di fronte a questa vera e propria «fine delle
società», dove anche i movimenti sociali sembrano non avere più presa
sul reale, per lo studioso, che ha da poco compiuto ottantotto anni, non
resta che affidarsi alla resistenza etica, unica capace di ridare un
senso al vivere e all’agire collettivo.
«Una società è sempre determinata da un insieme di pratiche ma anche da
un sistema di costruzione della realtà», spiega Touraine, tra i cui
saggi più recenti figurano La globalizzazione e la fine del sociale (Il
Saggiatore) eDopo la crisi(Armando). «In passato, le società si sono
pensate e costruite in modo religioso, poi, a partire dal Rinascimento,
si sono costruite attraverso il pensiero politico. In seguito, negli
ultimi due o tre secoli, la società industriale si è pensata in termini
socio-economici, tanto che alla fine società e economia hanno finito per
identificarsi».
Negli ultimi decenni cosa è cambiato?
«A partire dagli anni Sessanta abbiamo assistito al progressivo declino
del capitalismo industriale, dato che una parte sempre più importante
dei capitali disponibili hanno smesso di avere una funzione economica.
Ha prevalso il capitalismo finanziario e speculativo, che sottrae
capitali agli investimenti produttivi. Questa trasformazione del
capitalismo ha progressivamente svuotato di senso tutte le categorie
politico-sociali con cui eravamo abituati a pensare la società
contemporanea. Siamo entrati così in un’epoca post-sociale».
Cosa significa?
«La società si forma nel momento in cuile risorse economiche acquistano
una forma sociale attraverso le istituzioni. Quando una parte delle
risorse non entra più in circolo nella società, le costruzioni sociali
si svuotano di contenuto. Oggi tutte le categorie e le istituzioni
sociali che ci aiutavano a pensare e costruire la società — Stato,
nazione, democrazia, classe, famiglia — sono diventate inutilizzabili.
Erano figlie del capitalismo industriale. All’epoca del capitalismo
finanziario non corrispondono più a niente. Non ci aiutano più a pensare
le pratiche sociali contemporanee e a governare il mondo in cui
viviamo. In questo modo, il sociale viene meno».
Da qui l’idea della fine delle società?
«Il trionfo della finanza speculativa disarma la politica e l’economia,
disarticolando le società così come le abbiamo conosciute e pensate
finora. Di fronte a questa situazione, alcuni pensano che la società
contemporanea sia capace di trasformarsi da sola. Immaginano una società
tecnico-operativa, figlia di un capitalismo tecnologico selvaggio, che
non ha più bisogno di sistemi concettuali e di categorie sociali. Ma
quando si fa a meno dei sistemi di costruzione della realtà, si lascia
spazio alla regressione attraverso le pseudo- religioni e le
pseudo-politiche, il comunitarismo e l’ossessione
dell’identità,l’edonismo individualista sfrenato che alimenta la psicosi
e la violenza su se stessi e sugli altri».
Esiste un’alternativa?
«Visto che le vecchie categorie sono inutilizzabili, occorre trovarne di
nuove. In particolare, interessandosi alle categorie del soggetto
autocosciente. Nella società della riflessività il soggetto occupa una
posizione centrale. In passato, il sociale era fondato sull’idea della
relazione all’altro, oggi occorre riconoscere la priorità della
relazione a se stessi. Essa è fondamentale, creativa e dà un senso alla
realtà. Per questa strada, l’individuo può ridiventare un attore
sociale. Non più passando dal sociale, dalla politica o dalla religione,
ma passando da se stesso, in quanto soggetto».
Sul piano individuale contano la coscienza e la responsabilità...
«Naturalmente. E quando si parla di soggetto si parla di diritti. La
fine delle vecchie categorie ha lasciato il vuoto. Siamo come in un
teatro dove il pubblico osserva una scena senza attori. Occorre che ogni
singolo spettatore si faccia carico della scena, rivolgendosi a se
stesso e egli altri spettatori. E al centro della sua riflessione devono
esserci i diritti fondamentali, perché i diritti costituiscono il
sociale. Rispetto Stéphane Hessel, ma l’indignazione non basta. Oggi
occorre ripartire dai diritti e dalla loro difesa, come già avviene in
molte parti del mondo. E come fa anche il nuovo Papa, che sembra
adottare volentieri il vocabolario dell’etica. Hannah Arendt ha
sottolineato il diritto di avere dei diritti. Io aggiungo che i diritti
stanno al di sopra delle leggi».
Attraverso il soggetto è possibile resistere alla fine delle società?
«La questione dei diritti è fondamentale per ripensare la società. La
libertà, l’uguaglianza, ma anche il diritto alla dignità, che impedisce
che il corpo umano possa essere venduto come una merce. La loro difesa
ricrea dei legami sociali. Queste preoccupazioni etiche non sono
aspirazioni astratte, dato che sono già presenti nella società civile
molto di più di quanto non si possa immaginare».
Promuovendo la resistenza etica alla decomposizione del sociale, non si rischia di contrapporre l’etica alla politica?
«La contrapposizione oggi è necessaria, dato che quella che chiamiamo
“politica” è ormai una realtà molto degradata e travisata. Il carattere
nobile dell’azione politica può rinascere solo dall’etica. Non da una
politica di classe, non da una politica della nazione, non da una
politica degli interessi o da una politica del sacro. Utilizzando queste
categorie del passato, la politica non sa e non riesce più a parlare
alla gente. Diventa afasica».
Come fare allora per reinvestire il sociale e prendere delle decisioni che riguardanotutti?
«L’idea della politica che prende delle decisioni in nome dell’interesse
comune non funziona più. Oggi occorre partire da un’esigenza etica che
si trasforma in azioni concrete e in istituzioni. Si pensi ai diritti
delle donne. La condizione femminile è diventata uno degli elementi
determinanti per valutare il grado si sviluppo diuna società. Secondo
me, il solo scopo importante e nobile e della politica è quello di
favorire la nascita di nuovi attori sociali. E ciò non è possibile senza
passare attraverso il soggetto e i suoi diritti. Solo così si ricrea il
sociale. «
In questo modo sarà anche possibile restituire vitalità alle nostre democrazie in crisi?
«La democrazia, che oggi appare svuotata di senso, potrà ritrovare un
significato solo se sapremo creare dei soggetti democratici. Non c’è
democrazia se non ci sono convinzioni democratiche. Le istituzioni da
sole, senza gli attori che le animano, non possono funzionare. Per
questo occorre trasformare gli individui in soggetti capaci di essere
degli attori postsociali. È un compito urgente, perché oggi le
convinzioni democratiche mi sembrano sempre meno diffuse».
La provocazione di Alain Touraine
La società è finita
Così si è rotto il patto tra lo Stato e l’individuo
di Carlo Bordoni Corriere La Lettura 3.11.13
Margaret
Thatcher l’aveva detto: «Non esiste la società. Esistono solo
individui, uomini e donne, e ci sono famiglie», anticipando le
conclusioni di Alain Touraine, classe 1925, il maggior sociologo
francese vivente. Touraine ha appena pubblicato un corposo volume presso
l’editore Seuil, che rappresenta la summa del suo pensiero e l’estremo
sforzo di comprendere la modernità. Un testo sorprendente a partire dal
titolo, La fin des sociétés , la fine delle società, con un’evidente
carica provocatoria: la distruzione delle istituzioni sociali come
democrazia, città, scuola, famiglia. Touraine osserva che la crisi
fiscale dello Stato e la sua difficoltà a gestire le risorse necessarie
al funzionamento delle istituzioni sociali, per via dell’aumento
smisurato del potere della finanza, crea una separazione tra risorse e
valori culturali. Così le istituzioni si vengono a svuotare di contenuto
e si può parlare di «fine del sociale» o, meglio, di fine delle
società.
Ma è possibile ricostruire un controllo sociale
dell’economia finanziaria? Touraine sostiene che sono i valori culturali
a sostituirsi alle norme sociali istituzionalizzate, opponendosi alla
logica del profitto e del potere. Veri e propri valori etici, la cui
origine è estranea all’organizzazione sociale, dal contenuto universale,
tanto forti da porsi al di sopra delle leggi, quasi un «diritto
naturale» che appartiene sia alla tradizione cristiana, sia allo spirito
dell’Illuminismo. In questa distruzione epocale sopravvive solo il
soggetto, cioè il singolo individuo che non è più un «soggetto sociale».
Il ritorno all’individualismo è stato il Leitmotiv del postmodernismo,
con il suo riferimento alla solitudine del cittadino globale, a causa
della perdita dei valori e delle ideologie su cui la modernità aveva
costruito le sue sicurezze. Guardando alla società liquida, ci appare
sempre più costituita da individui alla ricerca di un’identità,
affascinati dall’immensa (quanto precaria) opportunità di costruire
relazioni in Rete. Nel loro insieme assomigliano più alle moltitudini di
Spinoza che ai popoli di una nazione. Michael Hardt e Toni Negri
(Moltitudine , Rizzoli, 2004) ne hanno dato un’interpretazione politica,
rilevando la loro potenziale carica rivoluzionaria. Ma Touraine non
sembra credere nelle moltitudini. Piuttosto nella forza del soggetto,
figura centrale che si riappropria di ogni diritto, anche al di sopra
delle leggi. È la rottura dell’antico patto tra individuo e
Stato-nazione, siglato quattro secoli fa per stringere un’alleanza in
cui il singolo cedeva al sovrano parte delle sue prerogative di
autonomia e libertà, in cambio di alcune certezze fondamentali. Nasceva
così la modernità, rappresentata dal mostruoso Leviatano di Hobbes, su
cui Touraine si è esercitato a lungo, a cominciare dalla sua
fondamentale Critica della modernità (1992). Ma è soprattutto nel
successivo La globalizzazione e la fine del sociale (Il Saggiatore) che
Touraine inizia a esporre le sue tesi sulla disgregazione del tessuto
sociale, che poi sfoceranno in La fin des sociétés con lucida e
implacabile determinazione. Ma di quale società annuncia la fine? Non
possiamo che pensare alla società moderna. O forse a quella postmoderna,
visto che Vattimo e altri avevano già decretato la morte della
modernità? O non sarà la società liquida di Bauman, prosciugata o
evaporata dagli stravolgimenti etici, economici e sociali di una finanza
sfuggita al controllo della politica e in rotta di collisione col
capitalismo industriale? È più probabile che ci si trovi di fronte alla
fine di una certa tipologia di società, piuttosto che alla fine delle
società tout court . Abbiamo assistito a mutamenti irreversibili e non
ha grande importanza se questi siano definiti modernità liquida o
postmodernità (anche se il movimento postmoderno presenta
caratteristiche estetiche e concettuali proprie, ormai definite
storicamente). Ciò che è essenziale è che abbiamo modificato il nostro
comportamento, le relazioni economiche e politiche, la cultura e la
comunicazione, i rapporti tra lo Stato e i cittadini. In questo contesto
il ruolo del soggetto, che Touraine rileva come emergente, assume
un’importanza determinante. Allora quando Touraine parla di fine della
società, non intende la fine delle relazioni sociali tra gli individui e
tra questi e le istituzioni. Intende piuttosto una delegittimazione di
quegli ordinamenti e di quelle regole burocratiche che non rispondono
più alle esigenze di democrazia, uguaglianza e libertà a cui le persone
aspirano. Una sorta di ribellione etica contro la rigidità e
l’anacronismo delle norme sociali che regolano la vita contemporanea.
Impolitico, utopistico, veggente? La sua analisi rimette in discussione
l’esistenza della sociologia, in quanto scienza della società, la cui
crisi era stata annunciata da Alvin W. Gouldner nel lontano 1970. Ma più
che una crisi della sociologia, forse oggi è più che mai necessaria una
sociologia della crisi.
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