Risvolto
domenica 24 novembre 2013
Ebraismo e sionismo secondo Martin Buber
Per il libro di Traverso leggi qui
Martin Buber: Rinascimento ebraico. Scritti sull'ebraismo e sul sionismo (1899-1923), Mondadori
Risvolto
La lunga vita di Martin Buber (Vienna 1878 - Gerusalemme 1965) è segnata
da una formidabile presenza in diversi campi del pensare e
dell'operare: prima nel Reich guglielmino, nella Germania di Weimar e in
quella dei primi cinque anni hitleriani e poi, a partire dal 1938, in
Palestina e nello Stato d'Israele è impressionante la capacità e
versatilità d'intervento con cui Buber commenta e interpreta, dal punto
di vista ebraico, ma non solo, le guerre, le rivoluzioni, le democrazie e
i totalitarismi del Novecento. Di grande respiro sono le sue
riflessioni sul concetto di nazionalismo, sul rapporto fra etica e
politica, fra politica e religione, sul pacifismo, la disobbedienza
civile, la pena di morte. E poi la Shoah, la colpa, la responsabilità.
Fra l'inizio del secolo e la fine della Grande Guerra Buber disegna in
Germania e in Austria un suo netto profilo di interprete dell'ebraismo
europeo fino a diventare un?autorità indiscussa (anche se spesso
avversata), nonché una figura di culto per la gioventù ebraica di lingua
tedesca. Con le sue riscritture delle leggende chassidiche è l'autore
più importante nel transito verso Occidente della cultura ebraica
dell'Est europeo, di cui promuove l'affermazione letteraria in Germania e
nel mondo. Esiste infatti un'intenzione costante nella biografia
intellettuale di Buber: recuperare, dell'ebraismo, gli elementi
fondanti, costitutivi, distintivi; rinsaldare l'ebraismo nella coscienza
della propria specificità e fisionomia cultural-nazionale, che sia
capace di imporsi, all'interno del pensiero europeo, nella sua valenza
di insostituibile componente dell'umanesimo moderno, di parte
irrinunciabile del dialogo interconfessionale, ma anche, e prima di
tutto, di fertile confronto tra le culture e le filosofie. È questa la
prospettiva del "Rinascimento ebraico" con cui Buber ha inteso scuotere
le coscienze sopite degli ebrei tedeschi assimilati, ormai lontani da
ogni tradizione e da ogni sapere riguardante l'ebraismo, per restituire
loro il senso concreto dell'appartenenza a una cultura che era quanto di
più vivo e attuale i tempi avessero da offrire. Il "Rinascimento
ebraico" voleva parlare anche ai tedeschi non ebrei, mostrando come quel
popolo - tollerato per diciotto secoli e ritenuto legato soltanto a una
sterile filosofia rabbinica - fosse capace invece di inventività e
innovazione: in breve, con parole care a Buber, di vitalità e creatività
negli ambiti più moderni e avanzati dell'intellettualità mitteleuropea.
Il
libro che qui proponiamo vuole tracciare una semplice linea nel
pensiero buberiano sull'ebraismo e il sionismo, cercando di toccare, con
una mirata scelta di scritti (molti dei quali inediti in Italia), il
formarsi e il succedersi dei passi fondamentali di quelle riflessioni: i
rapporti con il sionismo politico di Herzl; la nascita del sionismo
culturale; quella sorta di grammatica dell'appartenenza ebraica che sono
i celebri Discorsi di Praga; il costante commento con cui, dalle
colonne della sua rivista «Der Jude», Buber accompagnò l'accadere
storico dal 1916 al 1923. L'arco di tempo nel quale si sviluppa questa
nostra silloge - dal 1899 al 1923 - non è stato scelto a caso. Nel 1899
Buber fa la sua apparizione sulla scena sionista. Il 1923 è un anno di
svolta: esce Ich und Du, il libro che inaugura la strada di Buber
come filosofo; si chiude la sua vicenda di direttore e ispiratore dello
«Jude»; si è appena consumata la rottura con la dirigenza sionista; è
iniziato il rapporto con Franz Rosenzweig e si sta definendo il progetto
di traduzione della Bibbia. Con gli ultimi articoli dello «Jude» Buber
già legge la politica alla luce della filosofia del dialogo, matrice
della ricchissima saggistica politica con cui, fra altri temi,
accompagnerà fino agli anni Sessanta la vita della Palestina. In quei
saggi egli ribadirà senza sosta che il nazionalismo ebraico, una volta
realizzato nello Stato, risponderà alla sua vera essenza e al suo
compito fondativo solo se saprà dialogare e vivere in pace con i popoli:
innanzitutto, naturalmente, con quel popolo che da secoli abita la
stessa terra.
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