
giovedì 7 novembre 2013
Gillo Dorfles su "Aura e choc" di Walter Benjamin

Aura, ovvero il sacro nell’arte
Per Walter Benjamin l’autenticità era un retaggio religioso
di Gillo Dorfles Corriere 7.11.13
Fino
a che punto l’opera d’arte si può considerare unica? E quanto incide il
fatto che sia invece un’imitazione? In altre parole il fatto d’essere
irripetibile è davvero alla base della sua natura ed efficacia?
Queste
sono solo alcune interrogazioni che creano lo scheletro del celeberrimo
saggio di Walter Benjamin: «Das Kunstwerk im Zeitalter seiner
technischen Reproduzierbarkeit», «L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica», del 1936.
Oggi, questo primo lavoro viene
riproposto con l’aggiunta di moltissimi altri sui problemi della
creatività e della interpretazione dell’opera (Walter Benjamin, Aura e
choc , con un notevole elenco di saggi di Benjamin che si allargano alla
fotografia, al teatro, al cinema, all’architettura, alla letteratura e
che hanno sempre come base il problema di quanto l’arte possa o non
possa essere imitata o riprodotta). Naturalmente il fatto di riprodurre
un’opera d’arte non è soltanto legato a questioni di ordine tecnico, ma
al fatto che un’opera di cui esistano vari esemplari più o meno simili o
in qualche senso riassunti o adulterati, possa significare la scomparsa
della loro efficacia. La differenza tra un’opera che sia «lecitamente
riprodotta o riproducibile» e quella che invece lo sia per
contraffazione o per altre ragioni improprie, costituisce una diversità
notevole; e tuttavia, all’epoca attuale dove i mezzi elettronici hanno
concesso l’assoluta riproducibilità di un’opera, le cose sono cambiate
perché non è più possibile un’assoluta differenziazione tra capolavoro e
riproduzione tecnicamente indiscutibile.
C’è tuttavia un elemento
che dovrebbe essere la vera spia a determinare una irripetibilità — per
quanto perfetta sia stata realizzata — ed è la presenza di quella
particolare caratteristica che viene definita dall’autore come «aura».
L’aura come afferma l’autore è: «Un singolare intreccio di spazio e
tempo: l’apparizione unica di una lontananza, per quanto possa essere
vicina». Il concetto di aura parte da premesse relative alla nostra
percezione e preparazione culturale; tuttavia si può affermare come
appunto sostiene l’autore: ciò che viene meno nell’epoca della
riproducibilità tecnica è la sua aura.
Naturalmente a questo punto
una distinzione va fatta tra una copia di capolavori artistici e la
volontaria esecuzione di nuove creazioni tematiche realizzate tuttavia
con lo stile e la tecnica di quelle passate. Un caso tipico è quello
dell’artista fiammingo Han van Meegeren, il quale ebbe a destare non
solo scandalo per aver riprodotto i grandi maestri del suo paese, ma per
aver creato ex novo delle opere figurative la cui tecnica e il cui
stile — del tutto identici a quelli del passato — gli permisero di far
«spacciare» addirittura alcune di queste opere come autentiche con
l’approvazione e la giustificazione dei maggiori critici storici locali.
Questo è ben diverso del famoso episodio dei falsi Modigliani, ritenuti
autentici da alcuni dei più noti critici nostrani; comunque i due
episodi dimostrano che una cosa è la riproducibilità dell’opera e
un’altra è la sua vera e propria essenza.
Ed è qui che si innesta il
problema molto discusso da Walter Benjamin, ossia la presenza di
un’«aura» che costituisce o costituirebbe il vero carattere distintivo
tra l’opera d’arte autentica e la sua imitazione o contraffazione. Che
cosa sia l’aura, lo definisce Benjamin e si può senz’altro accettare la
sua indicazione per quanto sia estremamente arduo precisare dove si
trovino i confini che determinano la presenza o l’assenza di questa
particolare condizione.
A questo punto sarebbe facile sostenere che
il concetto di aura sia in un certo senso compromesso da insoliti modi
di vedere e recepire un’opera d’arte: l’esistenza di un fattore magico è
senza dubbio invocabile e sappiamo quante opere pittoriche e plastiche
sono state «adorate» e venerate quali elementi sacrali o religiosi
proprio per l’indefinibile qualità di una loro presenza auratica. Ma
sconfinare nel campo della magia sarebbe scontato anche se la presenza
di tante iconografie religiose e sacrali, di tante immagini del
cristianesimo invocate e sublimate, non permettesse di attribuire a
questi capolavori una proprietà trascendente, probabilmente dovuta non
già alla qualità del dipinto, quanto alla condizione psicologica e
addirittura psicotica dell’osservatore. Non sappiamo ancora se la
qualità auratica presente in alcuni capolavori dell’antichità più remota
e anche di quella abbastanza recente possa estendersi ai dipinti, alle
sculture della contemporaneità; per ora non mi sembra che un Picasso o
un Mondrian siano stati presi come forieri di funzioni metapsichiche e
credo che la divinità del denaro abbia certamente soffocato l’eventuale
presenza di una qualità trascendente che facesse capolino tra le
pennellate dell’artista.
Il dilemma tra arte antica e moderna, tra
sacralità e magia, tra superstizione e malocchio, ha sempre accompagnato
numerose opere del passato e del presente; forse un’ aura malefica è
più facile da consolidarsi che un’aura benefica; comunque il fatto di
ammettere che un capolavoro del passato e anche dei nostri giorni possa
avere un’influenza non solo mercantile ma anche morale e umorale, non
può che essere accettata se non altro per condiscendenza, senza
dimenticare che la presenza di un feticcio quale corrispettivo —
positivo o negativo — di un’opera d’arte è stato da sempre una delle
convinzioni o delle suggestioni dell’uomo.
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