domenica 3 novembre 2013
La disuguaglianza globale e un mistificatore di professione
E' la scoperta dell'acqua calda, oltre alla consueta dimostrazione che il pregiudizio impedisce di comprendere la natura del conflitto politico-sociale [SGA].
Proletari del mondo diversamente poveri
di Danilo Taino Corriere 3.11.13
Il
proletariato internazionale non esiste più non perché le fabbriche
hanno chiuso ma perché le differenze tra ricchi e poveri non sono più
una questione di classe ma in grande misura di geografia. In uno
straordinario studio condotto su statistiche internazionali, il lead
economist della Banca mondiale Branko Milanovic ha calcolato che la
disuguaglianza globale è aumentata, tra il 1870 e il 2000, da un indice
pari a 65 a un indice 80: ma mentre un secolo e mezzo fa due terzi delle
differenze di reddito erano dovute all’appartenenza di classe, ai
nostri giorni due terzi sono dovuti al Paese in cui una persona vive (o è
nata, le due cose coincidendo nel 97% dei casi). A metà del
Diciannovesimo Secolo, essere poveri in Europa non era molto diverso
dall’essere poveri, per dire, in America Latina; oggi, al contrario, è
la geografia a decidere gran parte della differenza di reddito.
«Proletari di tutto il mondo unitevi» non ha più senso, dunque — dice
Milanovic: è più giustificato «poveri del mondo emigrate».
Per
spiegare qual è la situazione, l’economista considera tra l’altro
l’Italia. Divide la popolazione italiana in venti parti a seconda del
reddito (dal 5% più povero al 5% più ricco) e le distribuisce su una
scala di raffronto con i redditi mondiali: si nota così che il 5% più
povero degli italiani ha un reddito pari o superiore a quello del 59%
della popolazione mondiale; il 5% più ricco è vicino al massimo, cioè al
cento per cento. Se si fa il confronto con l’Argentina, si nota che
circa un quarto della popolazione ha un reddito più basso di quello del
5% più povero degli italiani. Lo stesso vale per il 30% degli albanesi.
Se si prende la Costa d’Avorio come approssimazione per l’Africa, l’80%
dei suoi abitanti ha un reddito inferiore al 5% degli italiani più
poveri. Il modo per migliorare le proprie condizioni di vita per il 25%
degli argentini, un terzo degli albanesi e l’80% degli africani «è
semplicemente trasferirsi» in Italia o in un Paese ricco. Ragione
strutturale del mondo aperto e globalizzato per la quale è più probabile
che nei Paesi poveri si pensi all’emigrazione invece che alla
rivoluzione. Il confronto con i redditi tedeschi dice invece che al 15%
più povero degli italiani converrebbe trasferirsi in Germania anche se
finisse nel 5% inferiore di quel Paese.
Milanovic fa altre scoperte lavorando su dati storici e mondiali.
Per
esempio nota che tra il 1988 (poco prima della caduta del Muro di
Berlino) e il 2008 è probabilmente avvenuto «il più profondo
sconvolgimento nelle posizioni economiche delle genti dai tempi della
rivoluzione industriale»: l’1% più ricco della popolazione mondiale ha
accresciuto il reddito del 60% e le classi medie cinese, indiana,
brasiliana, indonesiana, egiziana addirittura tra il 70 e l’80%; mentre
le classi medie occidentali e il 5% più misero del mondo non hanno
affatto migliorato. Ma soprattutto sottolinea l’aspetto strutturale
delle migrazioni e le sue implicazioni politiche. Sul pianeta — dice —
ci sono sette punti (Lampedusa è uno) in cui Paesi ricchi e Paesi poveri
sono vicini, per confine o braccio di mare: in tutti sette, ci sono
muri, mine, fili spinati, guardacoste: «Il mondo ricco si sta
recintando». Anche se non è più marxiano.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento