domenica 17 novembre 2013

Le donne nel Terzo Reich e la persistenza dell'approccio teratologico alla storiografia

Le Furie di Hitler
Wendy Lower: Le furie di Hitler. Complici, carnefici, storie dell'altra metà del Reich, Rizzoli

Risvolto
«Volevo dimostrare di non essere da meno di un uomo» ha risposto Erna Petri a chi le chiedeva come avesse potuto freddare a bruciapelo sei bambini ebrei ai quali, poco prima, aveva offerto ospitalità e cibo. E il suo non fu un gesto isolato. Durante la Seconda guerra mondiale, quando il Reich si estese verso est, migliaia di giovani tra insegnanti, infermiere, segretarie e interpreti si trasferirono nelle regioni occupate e finirono per essere coinvolte nella macchina dell’Olocausto: nei lager ben cinquemila guardie, un decimo del totale, erano donne. La storiografia si è occupata poco di loro, e così anche i processi giudiziari, da Norimberga in poi. Per la prima volta, dopo numerose ricerche d’archivio e interviste ai testimoni, l’autrice porta alla luce un mondo di inconcepibile ferocia, aggiungendo un tassello fondamentale alla comprensione della più grande tragedia del Novecento, ma soprattutto della storia e della natura umana.


Nel Terzo Reich le donne avevano il compito di contribuire all’edificazione della società nazista. Quando, durante la Seconda guerra mondiale, il Reich si estese verso Est, molte giovani infermiere, insegnanti, segretarie o, semplicemente, mogli di soldati, SS, funzionari, si trasferirono nelle nazioni occupate, senza immaginare che sarebbero state coinvolte nelle atrocità della guerra e dell’Olocausto. In questo libro, Wendy Lower porta alla luce per la prima volta sconvolgenti documenti presenti negli archivi ex sovietici e, anche grazie alle interviste a testimoni tedeschi, racconta non solo le escursioni nei ghetti ebraici in Polonia, Ucraina e Bielorussia o la presenza delle donne sui luoghi dello sterminio, ma anche il loro ruolo come carnefici, brutali quanto le SS.


Wendy Lower, storica americana, insegna al Claremont McKenna College, in California e alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. Si occupa principalmente di storia dell’Olocausto. Tra i suoi libri, Nazi Empire-Building and the Holocaust in Ukraine (2005).


Le volonterose carnefici agli ordini del Führer
Il saggio della storica Wendy Lower rivela i misfatti delle donne tedesche che aderirono al regime di Hitler



Le furie di Hitler feroci e indifferenti
Le ragazze “normali” che uccidevano gli ebrei nei campi per non valere meno degli uomini

di Silvia Truzzi il Fatto 16.11.13

Una decina d’anni fa Adelphi pubblicò Lasciami andare madre, di Helga Schneider. Una testimonianza struggente e indimenticabile per chi l’ha incrociata perché racconta la tragedia di una bimba abbandonata a quattro anni dalla madre. La donna lasciò la famiglia per arruolarsi nelle SS e divenne a Birkenau una feroce assassina, mai redenta: “Verso di lei provo un rancore tenace, ma temo di non avere ancora rinunciato a trovare in lei qualcosa che si salva. Di qui il dubbio: è stata davvero spietata come dice o si mostra irriducibile perché io la possa odiare, liberandomi dell’incubo? ”.
Nel 1939 in Germania c’erano 40 milioni di donne. Un terzo era attivamente impegnato in qualche organizzazione nazionalsocialista, e il numero d’iscritte al partito aumentò regolarmente fino al termine del conflitto. Ce lo racconta Wendy Lower, storica americana, in un interessantissimo saggio appena uscito per Rizzoli. Il libro s’intitola Le furie di Hitler, ma non si occupa delle kapo: “Mentre gli atti delle guardie femminili nei lager sono stati oggetto di un accurato esame da parte di giornalisti e studiosi, molto meno si sa delle donne che occupavano ruoli più tradizionali, che non erano state addestrate a essere crudeli, ma che per caso o per un piano preciso avevano finito per servire le politiche criminali del regime”.
MAESTRE, infermiere, interpreti, casalinghe: erano le donne nei territori orientali, dove fu commessa gran parte dei peggiori crimini del Reich. “Alle più ambiziose veniva offerta da parte dell’emergente impero nazista la possibilità di far carriera al-l’estero”. Su questa, estesa e attiva, partecipazione al regime mancano studi e pubblicazioni. Ci hanno raccontato di Gertrud Scholtz-Klink (la donna più influente del partito nazista), conosciamo i crimini di Irma Grese e Ilse Koch (due tra le più spietate guardie femminili nei campi), ma di tutto il resto sappiamo troppo poco. Perché? Scrive la Lower: “Gli studi sull’Olocausto concordano sul fatto che i sistemi che rendono possibile l’omicidio di massa non funzionerebbero senza un’ampia partecipazione della società, e ciò nonostante quasi tutte le storie dell’Olocausto lasciano fuori metà di coloro che popolavano quella società, come se la storia delle donne avvenisse da qualche altra parte. È un approccio illogico e un’omissione sconcertante”.
È forse una delle poche situazioni in cui il pregiudizio maschilista ha favorito le donne. L’autrice racconta che esaminando gli atti delle inchieste del Dopoguerra, si è resa conto di quante donne erano state chiamate a testimoniare. Tantissime tra loro lo avevano fatto di buon grado, con naturalezza e sincerità, perché “i pubblici ministeri erano più interessati ai crimini commessi dai loro mariti e colleghi maschi”.
Ma loro, di fronte agli orrori, come avevano reagito? “Quasi tutte con indifferenza”.
Erna Petri fu condannata per aver torturato e ammazzato ebrei. Al processo le chiesero come aveva potuto uccidere dei bambini ebrei, che fino a poco prima aveva nutrito, lei che era anche una mamma. “Volevo dimostrare di non essere meno di un uomo”.

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