mercoledì 27 novembre 2013

L'utopia popolare sovietica nell'Italia degli anni Cinquanta: "Il treno va a Mosca" al Torino Film Festival


Federico Ferrone e Michele Manzolini: Il treno va a Mosca


Il Sogno Sovietico degli italiani
«Il treno va a Mosca», una parabola del comunismo negli anni 50
di Alberto Crespi l’Unità 27.11.13

TORINO «LENIN, LA TUA DOTTRINA SI DIFFONDE E VOLA / LENIN, LA TUA PAROLA È QUELLA CHE CONSOLA / IL DOLCE SOGNO SANTO / DELLA GRAN CITTÀ DEL SOLE / CHE HA VAGHEGGIATO OGNI CUORE / TU REALIZZASTI QUAGGIÙ / LENIN, IL PIÙ GRAN DONO DEL MONDO SEI TU...».
Questi versi potrebbero sembrarvi semplicemente ridicoli, ma ora dovete fare una cosa, dovete collaborare alla «lettura» di questo articolo mettendoci del vostro: dovete intonarli sull’aria di Mamma, la famosa canzone di Beniamino Gigli. «Lenin, la tua dottrina si diffonde e vola» deve suonare come «Mamma, solo per te la mia canzone vola», e via a seguire. Entrerete in un vortice edipico-comunista (Lenin come la mamma?! Ma andiamo!!!) che vi travolgerà. La canzone Lenin e Stalin non è il frutto di una fantasia nostalgico-dadaista del XXI secolo. È esistita davvero, è conservata nell’archivio dell’Istituto De Martino ed è uscita sul disco Sventolerai lassù. Antologia della canzone comunista in Italia uscito nel 1977 per i Dischi del Sole. La canta Agostino Vibbia, i versi sulla musica, appunto, di Mamma furono scritti da Raffaele Offidani, in arte «Spartacus Picenus». La si ascolta nel film Il treno va a Mosca, secondo titolo italiano in concorso a Torino che ieri ci ha riportato ai tempi del vecchio Pci e della «grande Unione Sovietica», come la chiamavano negli anni ’50. I versi su Stalin, nel film, non si sentono. Leggete questo pezzo fino in fondo e li troverete.
Il treno va a Mosca è diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini, due giovani film-makers già autori di Merica e Il nemico interno. Il nuovo film è qualcosa più di un documentario. Tecnicamente è un film di montaggio: i due ragazzi hanno messo le mani su alcuni straordinari filmati d’epoca conservati nell’archivio di film «familiari» Home Movies. A queste immagini, bellissime ma informi, hanno dato una forma narrativa con il decisivo contributo della montatrice Sara Fgaier (la stessa di La bocca del lupo di Pietro Marcello). Il risultato è un film che racconta una storia e, insieme, una parabola: quella del comunismo italiano, forza decisiva nella ricostruzione del Paese dopo la guerra, capace di cementare milioni di persone e di dar loro un’identità collettiva... nel nome di un’utopia che era meravigliosa nella sua astrattezza, ma si incarnava in un esperimento sociale che di meraviglioso aveva ben poco: l’Unione Sovietica.
Il treno va a Mosca è la storia del Sogno Sovietico che molti comunisti italiani hanno coltivato, dandogli una potenza che in certi momenti, e per certe persone, ha sfidato quella del Sogno Americano. Per poi sentirsi dire, dopo il ’56 e dopo il ’68 e dopo tante altre cose, che quel sogno era un incubo.
Il protagonista del film, ripreso anche nella sua quotidianità di oggi, è Sauro Ravaglia, un compagno di Alfonsine, provincia di Ravenna. I filmati utilizzati da Ferrone e Manzolini sono girati da lui, da Enzo Pasi e da Luigi Pattuelli (questi ultimi, deceduti) che nel 1957 furono membri della delegazione italiana al Festival della Gioventù di Mosca. Erano tutti comunisti ferventi, come si poteva esserlo allora in quell’angolo di Romagna (Alfonsine è una località mitica, uno di quei posti dove alle elezioni il Pci superava l’80%). Nel ’57 erano giovani, pieni di vita, ancora segnati da un passato recente di guerra e di privazioni. Non erano mai usciti dalla Romagna. Già Venezia, prima tappa del treno per l’Urss, sembrava un luogo esotico. Figurarsi Mosca! Grazie alle loro riprese amatoriali, in bianco e nero e talvolta a colori, lo spettatore di oggi ha la sensazione di vedere la capitale russa per la prima volta.
Le riprese della manifestazione inaugurale allo Stadio Lenin, con il discorso d’apertura di Vorosilov che allora era presidente del Soviet Supremo, hanno un grande valore storico. Ma Ravaglia, Pasi, Pattuelli e tutti i loro compagni non si limitano a filmare gli incontri ufficiali. Parlicchiando due parole di russo, se ne vanno in giro per Mosca da soli e riprendono di tutto. Ravaglia abborda una ballerina georgiana («Mo’ era di un bello, veh!», dice fuori campo, con la sua voce di arzillo ottantenne) e grazie a lei riprende le prove di uno spettacolo del Bolscioj. Vedono anche cose che non avrebbero dovuto vedere: qualche «komunalka» (gli appartamenti collettivi), qualche baracca di periferia dove gli uomini dormono per terra e la mattina vengono portati al lavoro stipati sui camion. È, si diceva, il 1957: c’è stato il XX congresso (febbraio ’56), c’è stata l’Ungheria (ottobre-novembre ‘56), la destalinizzazione è in corso ma le direttive del Pci ai compagni in trasferta in Urss sono all’insegna dell’ortodossia.
Prima di partire, i tre giovanotti si sentono chiedere dagli amici di portare delle foto di Stalin, «perché in Italia non se ne trovano più». A Mosca una statua del dittatore è ancora in piedi, non le buttarono giù tutte in un giorno... I compagni italiani vedono un paese che brama l’apertura, che accoglie i giovani stranieri con slancio e curiosità (e del resto, lo dicono gli studi demografici, nove mesi dopo il Festival, Mosca ebbe un boom di nascite ...), ma sembrano ignorare ciò che è successo nel ’56. Nessuno, nel film, ne parla. «È una cesura che per noi oggi è un dato storico ci dicono i registi ma che per Ravaglia e per i suoi compagni sembrava non esserci stata. Loro vivevano dentro un’utopia della quale sono ancora oggi orgogliosi. Il trauma fu al ritorno, quando cominciarono a portare i loro ‘filmini’ in giro per le sezioni e i capi del Pci romagnolo fecero loro sapere che, insomma, alcune cose era meglio non mostrarle... Del resto, ancora nel ’57, le uniche fonti di informazioni erano l’Unità e le radio in lingua italiana dei paesi dell’Est, come Radio Praga. Il mito sovietico venne smantellato solo molti anni dopo».
Eppure, con tutte le amarezze che sarebbero arrivate, Il treno va a Mosca è emozionante e commovente. «Perché racconta un mondo aggiungono i registi dove comunque molte persone credevano nel cambiamento. Oggi non c’è più nessuna utopia. L’impegno politico è diventato quasi una brutta parola». Era un mondo in cui, nella seconda strofa di Lenin e Stalin, si poteva cantare: «Stalin, su Stalingrado la leggenda vola / Stalin, fermava il mostro la tua forza sola / Gloria sia a te in eterno / Senza la tua grande vittoria / ritorna indietro la storia / di due millenni e anche più / Stalin, il degno erede del gran Lenin sei tu / Due vostri pari, sopra la terra non verranno mai più». Ma anche un mondo dove il comunismo italiano lottava per i diritti e per la solidarietà. Il treno va a Mosca racconta una Russia che non c’è mai stata e un’Italia che non c’è più.



Applaudito al Festival di Torino “Il treno va a Mosca”: Ferrone e Manzolini hanno montato i filmini d’epoca di chi partiva
Qualcuno era comunista
Sauro e i suoi amici ragazzi romagnoli in viaggio per l’Urss sognando Lenin e il sol dell’avvenire
di Clara Caroli Repubblica 27.11.13

TORINO Nel 1957 un barbiere comunista di Alfonsine, paese della Romagna “rossa” devastata dalla guerra, parte con due amici cineamatori per partecipare al Festival mondiale della gioventù socialista a Mosca: un “viaggio dell'utopia” nella capitale del-l'Urss, allora mitizzato come “grande paese del Socialismo”. «Il Socialismo era la nostra meta», racconta Sauro Ravaglia, ilbarbiere, oggi ottantenne, nel film di Federico Ferrone e Michele Manzolini Il treno va a Mosca, in concorso al Torino Film Festival, applaudito alla proiezione per la stampa e - sull'onda delle vittorie diSacro Gra eTira Venezia e Roma, tra i candidati al premio.
Realizzato montando per l’80 per cento materiali video e sonori d’epoca, con i filmini in super8 recuperati dai due autori negli archivi di Home Movies (l’archivio nazionale del film di famiglia), racconta la nascita e la morte del grande sogno comunista in Italia, dalle campagne felici dei canti contadini e della propaganda della falce e del martello, alle Feste dell'Unità, fino alla morte di Togliatti, a rappresentare, come chiosa la voce del barbiere, “la fine di un mondo”.
Il film è prodotto da Kiné e Vezfilm e distribuito da Istituto Luce. Montatrice è Sara Fgaire, come per La bocca del lupo che vinse al Tff nel 2009. I due autori, Ferrone e Manzolini, hanno già co-diretto il documentario Merica!, sugli immigrati italiani in Brasile, e lavorato come registi eproduttori per Al-Jazeera. Ai loro occhi di trentenni, l’utopia di Sauro e dei giovani comunisti del Pci di Togliatti «ha la malinconia di uno sogno mancato». «Un sentimento - dicono - quello della fiducia assoluta nella capacità della politica di cambiare il mondo, che alla nostra generazione manca completamente».
«I miei erano contadini, ho respirato l'aria dei padroni, del Fascismo e della miseria», fa loro da contraltare Sauro Ravaglia, all’inizio del film, mentre mostra un tesoro di filmini amatoriali realizzati in tutto il mondo.Dopo Mosca («Pagai il biglietto del treno con i soldi messi da parte distribuendo il giornale del Partito - racconta - allora a Mosca c'erano andati solo Togliatti e i capi del partito. Quando partii mia madre pianse») ha continuato a viaggiare, «inseguendo rivoluzioni e lotte di liberazione», dall’Algeria a Cuba, e poi per i continenti in cerca di vita: Sydney, Tahiti, Messico, Nuova Zelanda. «Alla scoperta di un mondo - dice - che non si poteva capire leggendo l'Unità». In questo momento il “barbiere” si trova in Thailandia (da dove ha inviato un videomessaggio al Tff di Virzì). D’estate torna ad Alfonsine e quando comincia a far freddo riparte per il sudest asiatico: «Per risparmiare sulla bolletta».
Il treno per Mosca si apre con gli “italiani felici” del dopoguerra, e con i ragazzi di Romagna che guardano ad Est gonfi di speranze: «Per noi c'era solo una realtà, quella del Socialismo e dell'Unione Sovietica». Ma la realtà vista da vicino è altra cosa. E il viaggio dell’utopia si trasforma in disillusione: dal vivo Stalin era “un omino”, nelle case più povere “si dormiva per terra, ammassati”. È il sogno infranto. «Tutti volevano vedere Mosca ma nessuno voleva sentir parlare di povertà - racconta Sauro - Al ritorno siamo stati interrogati dalla polizia. Ci hanno chiesto: ma perché non siete rimasti là?».
Chicca del film, che ha strappato risate in sala, la versione socialista diMamma, solo per te la mia canzone vola: “Lenin, la tua dottrina per il mondo vola/ Lenin, la tua parola è quella che consola”, a firma di un compositore anarchico, tal Odifreddi.