martedì 12 novembre 2013

Nel cerchio di fuoco. La resistenza sovietica a Leningrado


Persino le operazioni propagandistiche di Guerra fredda culturale - come questa realizzata da Marsilio, dalla quale sembrerebbe che non i nazisti ma Stalin e i dirigenti comunisti abbiano assediato e sterminato il proprio stesso popolo - non possono che confermare la tragicità ma anche la dimensione eroica di quei giorni [SGA].


Olga Berggol’c: Diario proibito. La verità nascosta sull'assedio di Leningrado, Marsilio, pp. 159, € 14

Risvolto
Nel 1938 Ol'ga Berggol'c viene arrestata, con l'accusa di aver cospirato contro Zdanov, e, dopo un anno di detenzione, rimessa in libertà. Come ad altri esponenti dell'intelligencija del tempo, emarginati in quanto potenziali "nemici del popolo" e poi reintegrati nell'establishment sovietico, anche alla Berggol'c viene data di nuovo l'opportunità di partecipare attivamente alla vita culturale del paese. Dai microfoni di Radio Leningrado, nei giorni dell'assedio, con i suoi interventi radiofonici incoraggia i leningradesi a resistere in nome dell'imminente vittoria divenendo progressivamente l'emblema della stoica e grandiosa resistenza, mentre la propaganda ne strumentalizza l'immagine celebrandola in tutta la sua retorica. Ma, testimone tragica e insieme ambivalente del suo tempo, la Berggol'c nei giorni dell'assedio registra con assoluta lucidità, minuziosamente, nelle pagine del suo diario segreto, nascosto in un cortile di Leningrado, l'angosciosa quotidianità della città con i suoi lutti, le privazioni, interrogandosi sulle laceranti contraddizioni che attraversano la società sovietica. Alternando annotazioni di carattere privato, personale, a riflessioni sulle condizioni del popolo russo e sul tragico vissuto staliniano, comporrà a poco a poco il quadro autentico di una realtà spesso deformata dalla propaganda e negata dal regime.


Assedio di Leningrado, la verità proibita
Nei Diari della poetessa Olga Berggol’c la tragedia della città stretta nella morsa nazista, stremata, affamata, trascurata da Mosca: l’altra faccia dell’eroismo magnificato da Stalin Dai microfoni della radio diceva quello che le chiedeva il regime, esaltando il coraggio e incitando alla lotta Nelle pagine segrete: «I meschini rituali del potere e del partito che suscitano una penosa vergogna»
di Anna Zafesova La Stampa 12.11.13

«Nessuno è stato dimenticato e nulla è stato dimenticato». Queste rime di Olga Berggol’c sono incise nel marmo del cimitero Piskariovskoe, dove è sepolto mezzo milione di vittime dell’assedio di Leningrado. Nelle fosse comuni nel tremendo inverno 1941-42 venivano gettati 10 mila corpi al giorno. Lì ci sono anche i resti di Nikolai, il marito della poetessa. Lei, la voce dei sopravvissuti, aveva chiesto di essere sepolta lì, ma quando è morta, nel 1975, i dirigenti del partito gliel’hanno negato. Perché Olga Berggol’c era sì la musa e l’eroina di una delle più grandi tragedie della Seconda Guerra mondiale, ma era anche un personaggio che il regime considerava inaffidabile, una «doppiogiochista» come le aveva urlato il magistrato dell’Nkvd che la interrogava in carcere, che cercava di «non raccontare menzogne, se non quelle imposte dalla censura». 
Una doppia verità e una doppia vita: per 900 giorni la sua voce è arrivata via radio nelle case buie e fredde dove gli abitanti della città stretta d’assedio dai tedeschi stavano morendo di fame e terrore, leggeva poesie che inneggiavano al loro coraggio, li incitava a continuare a lottare. E nello stesso tempo, anche lei congelata e denutrita, scriveva nel suo diario quello che non poteva raccontare: la morte onnipresente, la fame, la disperazione, e «i meschini rituali del potere e del partito che suscitano una penosa vergogna» e continuano imperterriti mentre la gente comincia a cadere per strada, stremata, e mentre le truppe di Hitler avanzano, «come hanno fatto a portare le cose a questo punto!». 


Una verità amara sulla guerra, così diversa dalla trionfalistica propaganda che lei stessa ascoltava e produceva alla radio, da affidarla solo ai diari segreti che a un certo punto seppellì in cortile: «La dedica ai posteri non sono riuscita a scriverla. E poi... non è per loro che mi spremo l’anima... ma per me stessa, per noi, che viviamo qui, oggi, incancreniti nella menzogna».
Dopo la morte della poetessa i diari vengono sigillati negli archivi, file segreti, inaccessibili. Solo dopo la fine dell’Urss ne vengono pubblicati alcuni stralci, che oggi per la prima volta appaiono in italiano (Diario proibito, Marsilio, pp. 159, € 14). Una testimonianza appassionata e atroce, che registra l’abituarsi all’orrore quotidiano, dal terrore cieco per le prime bombe, nel settembre 1941, «uccidetemi pure, ma non terrorizzatemi con quel fischio maledetto», fino alla routine di «otto allarmi aerei al giorno» per i quali non si scende più nemmeno nel rifugio. E poi la fame, onnipresente, straziante. Quando gli amici riusciranno a farla scappare, ormai ridotta alla distrofia alimentare, a Mosca, rilegge i diari e si vergogna di avere «scritto solo di cibo, un continuo, ossessivo delirio della fame». Il marito Nikolai muore, denutrito, e diventa normale ricordarsi di «scrivere delle lettere alle persone che mi sono care, forse saranno le mie ultime lettere», in una città dove si muore ogni giorno, sotto le bombe e, accasciandosi direttamente sui marciapiedi gelati, di distrofia. Parola che viene proibita, e gli ospedali nei certificati di morte mettono diagnosi false, per non ammettere che il governo sta lasciando morire di fame i leningradesi (ne periranno quasi 700 mila, senza contare i 20 mila morti sotto le bombe). Si parla di cannibalismo, genitori che mangiano i figli, cacciatori che adescano bambini per strada, mentre Mosca proibisce di inviare viveri agli assediati perché c’è già il governo che «sta provvedendo».
Un incubo che fa sobbalzare la Berggol’c quando, a Mosca, sente parlare di «eroismo» di Leningrado: «Strombazzando il nostro coraggio nascondono al popolo la verità su di noi». La città che il regime considera focolaio dell’opposizione è odiata da Stalin, che sembra quasi cogliere l’occasione per piegarla, e sotto le bombe tedesche continua implacabile a funzionare la macchina della repressione. Il padre di Olga viene mandato al confino, nonostante come medico fosse utile in città: «non è piaciuto il suo cognome» di origine tedesca. In un «cantuccio buio buio, assolutamente dostoevskiano», sta morendo di fame e paura Anna Achmatova, la grande poetessa bollata come «reazionaria» dal partito. 
La stessa Olga è stata miracolosamente rilasciata dal carcere, dopo aver perso il bambino che aspettava: «Mi hanno strappato l’anima, rovistandovi dentro con le loro fetide dita, e dopo averla oltraggiata, insudiciata e ricacciata dentro, ora mi dicono “Vivi!”». Da fervente comunista che aveva esordito a 14 anni con una poesia sulla morte di Lenin, passa all’odio per il regime e per Stalin, e vive nel terrore dell’arresto, che paradossalmente viene alleviato dalla convivenza quotidiana con la morte. Decide di rientrare a Leningrado, «a morire», ma anche a vivere, al suo nuovo amore, e al martirio della sua città, a descrivere i bambini con «le mani scheletriche», lo stridio sul ghiaccio delle slitte che portano i cadaveri al cimitero, gli uomini e le donne che continuano a lavorare e a sperare nonostante tutto: «La paura della morte è scomparsa».


E Shostakovich fece capire ai tedeschi che avevano perso
di A.Z. La Stampa 12.11.13

Dmitry Shostakovich comincia a scrivere la sua Settima sinfonia prima della guerra, e diverse testimonianze indicano che la voleva dedicare alle vittime del terrore staliniano. Ma il giorno in cui su Leningrado cadono le prime bombe, il 2 settembre 1941, riprende il lavoro dedicandolo alla guerra, e alla sua città che sei giorni dopo verrà cinta nell’assedio per tre anni. Un mese dopo il compositore viene fatto sfollare e completa l’opera dedicata al martirio dei suoi concittadini. La prima è a Kuibyshev il 5 marzo 1942, ma la vera sfida è portarla a Leningrado.

Olga Berggol’c durante un soggiorno a Mosca racconta a Shostakovich la tragedia e lo supplica di far suonare la Settima già ribattezzata La sinfonia di Leningrado nella seconda capitale. Lo spartito viene fatto arrivare con un aereo speciale e per colmare le lacune dell’orchestra erano rimasti solo 15 musicisti, gli altri erano morti di fame vengono reclutati i militari dal fronte. Il concerto viene fissato per il 9 agosto 1942, la data che Hitler aveva fissato per festeggiare la caduta di Leningrado all’hotel Astoria.
Mentre i musicisti fanno le ultime prove, l’Armata Rossa lancia un’operazione di artiglieria per far tacere, almeno per qualche ora, i cannoni del nemico. La musica viene trasmessa alla radio e, attraverso gli altoparlanti, in tutta la città, fino alle linee naziste, per fargli sentire che la città non era ancora morta. Anni dopo, due tedeschi confesseranno al direttore d’orchestra Karl Eliasberg di aver ascoltato la Settima dalle trincee: «Quel giorno abbiamo capito di aver perso».



“Compagni, nel cerchio di fuoco” 


Stridono sul Nevskij i pattini, stridono 
su ridicoli slittini infantili, 
trasportano acqua in pentole azzurre, 
legna e masserizie, morti e malati... 
Così da dicembre la gente della città erra 
per lunghe verste, in una fitta nebbia oscura, 
nel folto di ciechi, gelidi palazzi 
in cerca di un angolo caldo. 
Così una donna conduce il marito chissà dove. 
Una grigia maschera sul volto, 
in mano una latta, la zuppa per la cena... 
Fischiano le granate, il gelo infuria... 
«Compagni, siamo nel cerchio di fuoco!». 
E una ragazza col viso coperto di brina, 
serra ostinata la livida bocca, 
un corpo avvolto nella coperta 
trasporta al cimitero Ochtinskoe. 
Lo trascina, barcollando – almeno tirare fino a [stasera... 
I suoi occhi immobili fissano il buio. 
Giù il berretto, cittadino! 
Un leningradese trasportano, caduto al suo posto in battaglia. 

Olga Berggol’c
Da Diario di febbraio, trad. Nadia Cicognini, ed. Marsilio


Fu Stalin il vero macellaio di Leningrado 

I diari inediti della poetessa Ol’ga Berggol’c raccontano il cinismo dell’Urss che lasciò morire circa 750mila persone. Troppo europee e borghesi per meritare l’invio di viveri durante l’assedio nazista 
23 nov 2013  Libero GIANLUCA VENEZIANI 

Sono rimasti secretati negli archivi per 50 anni, perché considerati irrispettosi della retorica ufficiale del regime sovietico. I diari della poetessa russa Ol’ga Berggol’c tornano adesso alla luce, tradotti per la prima volta in italiano, grazie all’edizione della Marsilio ( Diario proibito, pp. 160, euro 14), dopo essere stati pubblicati parzialmente in Russia all’inizio degli anni Novanta. Soldati russi dietro le barricate di Leningrado [ufficio stampa]
Le pagine della scrittrice, presentate oggi al festival Bookcity di Milano, fanno finalmente luce sull’assedio di Leningrado, città abbandonata da Stalin durante l’attacco nazista, dove centinaia di migliaia di persone (750mila, secondo le stime ufficiali) vennero lasciate morire di fame e di freddo e non poche furono costrette a ricorrere al cannibalismo, in quanto il governo di Mosca si rifiutò di mandare viveri agli assediati.

Tragedia umanitaria
«È la dimostrazione», ci dice Nadia Cicognini, traduttrice e curatrice della versione italiana dell’opera, «che la resistenza di Leningrado per 900 giorni non fu una prova di eroismo, come volle far credere il regime comunista, ma una grande tragedia umanitaria dovuta a un efferato piano politico. Leningrado era infatti considerata una città non staliniana perché patria di dissidenti, non russa in quanto troppo europea, e pericolosa per via della presenza di esponenti dell’intellighenzia. Per questa ragione, secondo Stalin, meritava di essere distrutta».

La Berggol’c, che nella città trascorse l'intero periodo dell’assedio - dopo essere stata, per alcuni mesi, incarcerata e torturata al punto da perdere il figlio che aveva in grembo, in quanto considerata «doppiogiochista» dai vertici del partito - dovette testimoniare il dramma che vi si consumava in modo quanto mai riservato. Ufficialmente lei era una speaker di Radio Leningrado e aveva il compito di incoraggiare i concittadini e incitarli alla resistenza, fino a diventare - come altri intellettuali, arruolati nella propaganda di regime - la Musa del patriottismo sovietico.
Privatamente, invece, la Berggol’c appuntava sui fogli i crimini e le aberrazioni che Mosca consentiva accadessero, attraverso quella che lei stessa definiva «una congiura del silenzio». Nei diari la scrittrice evidenziava la disorganizzazione dell’apparato amministrativo, le lungaggini burocratiche, l’inefficienza delle difese militari e soprattutto la distorsione della verità, per cui era impossibile ammettere che a Leningrado si moriva di fame («La parola “distrofia” è stata proibita») e bisognava sostenere piuttosto che erano gli abitanti a opporsi all’invio di approvvigionamenti alimentari (Zdanov, alto dirigente del Partito comunista, faceva circolare la voce secondo cui «sono proprio i leningradesi a essere contrari a questi pacchi»).
Lo scenario descritto dalla Berggol’c è apocalittico: cumuli di morti accatastati in fosse comuni e scene di disperati, ormai senza cibo da mesi, che si avventano sui corpi di altre persone, per potersi nutrire. «I cadaveri giacciono a mucchi. Tra le cataste transitano i camion carichi di cadaveri, passando direttamente sui corpi senza vita e le ossa scricchiolano sotto le ruote» (23 marzo 1942). Eancora: «Ormaisiamoallo stremo. Direcente i casi dicannibalismo sono in aumento. Prendel’ mi ha raccontato di due genitori che inizialmente si erano cibati del cadavere del loro bambino e poi hanno adescato altri tre bambini, e dopo averli uccisi li hanno mangiati» (20 maggio 1942).
Mentre la città moriva, il regime era preoccupato soltanto di garantire le medaglie ai vertici militari («Ritenendo ormai imminente la fine dell’assedio e pensando già alle decorazioni, l’istituzione si affretta a fornire il materiale per le medaglie. Che infamia!) e di denunciare i nemici della rivoluzione e i disfattisti (Ci hanno detto: «Istituite nelle case dei gruppi di sostegno dell’NKVD - la polizia segreta sovietica, ndr - per scovare le malelingue e gli allarmisti»).

Una doppia morale

Nel racconto affiora tutto il conflitto interiore della poetessa, costretta a una doppia morale e dilaniata da una schizofrenia tra la menzogna cui deve sottostare per sopravvivere e una fortissima tensione etica alla verità. «In questo senso», spiega la Cicognini, «la scrittura rappresentò per lei una forma di risarcimento. Nei diari si condensa la sua testimonianza autentica di socialista disillusa, rivolta non tanto ai concittadini e ai contemporanei, quanto ai posteri». Proprio per preservare queste memorie, la Berggol’c seppellì i diari in un cortile, consapevole che presto sarebbero riaffiorati dalla terra e dall’oblio delle coscienze. Il 17 settembre 1941 scriveva profeticamente: «Oggi Kolja (il secondo marito, Nikolaj Molcanov, morto di distrofia alimentare durante l'assedio, ndr) seppellirà i miei diari. Sesopravvivrò, torneranno utili per raccontare tutta la verità sulla fede illimitata nella teoria e sulle vittime della sua realizzazione nella pratica».
A quella tragedia Ol’ga Berggol’c sopravvisse altri trent'anni, con un senso di colpa enorme per non aver reso pubblica, a tempo debito, la sua dissidenza (dagli anni Sessanta in poi smise infatti di scrivere). Morì nel 1975, chiedendo di essere sepolta nella stessa fossa comune dove era stato gettato il marito, ma il regime le negò anche questo gesto estremo di pietà. A noi piace ricordarla con i versi di Mandel’stam da lei stessa citati all’interno di Diario proibito: «Leningrado, non voglio ancora morire,/ i tuoi numeri di telefono sono rimasti a me,/ Leningrado, ho ancora i tuoi indirizzi,/ lì troverò le voci dei morti».

Ol’ga di Leningrado, una voce nel coro dell’assedio nazista
di Dario Fertilio Corriere 12.12.13

Un diario sotterrato in cortile è simile a un messaggio in bottiglia: a distanza di tempo sprigiona il pathos dell’irraggiungibile. Così accade per il Diario proibito di Ol’ga Berggol’c (Marsilio, pp. 160, € 14): un nome, quello di Ol’ga, che all’inizio appare simile ai tanti inghiottiti dalla censura e dall’oblio di gulag e lager. Tuttavia questo Diario testimonia un dramma speciale: al centro della narrazione c’è l’assedio di Leningrado, e al centro dell’assedio una voce sola, quella di Ol’ga, dal bel volto di poetessa fascinosa che prende vita, pagina dopo pagina, come per evocazione.
Durò un tempo impossibile da calcolare secondo il normale metro della sofferenza, l’assedio nazista di Leningrado: dall’8 settembre del 1941 al 27 gennaio 1944; sono 900 giorni di fame, bombardamenti, allarmi aerei, avanzate e ritirate, agonie brevemente interrotte da barlumi di speranza. E il numero di morti fra gli assediati, benché un conteggio ancor oggi sia oggetto di dispute, si aggirò probabilmente intorno al milione e 250 mila fra civili, militari, donne e bambini. Al centro degli avvenimenti, qui, c’è solo l’autrice del diario: la bella Ol’ga poco più che ventenne, appassionata e indomabile quanto può esserlo una poetessa vera, convinta di dover mettere la sua arte al servizio del popolo, dei soldati che lo difendono e anche — per forza di cose — del regime bolscevico che lo rappresenta. Proprio qui cresce un dramma nel dramma, che rende unico il «messaggio nella bottiglia» spedito ai posteri da Ol’ga Berggol’c. Le sue annotazioni incominciano in realtà ben prima dell’assedio, già nel 1939. È allora che la poetessa viene liberata, dopo uno di quei classici e assurdi arresti staliniani accompagnati dall’accusa di far parte di «un’organizzazione trotzkista-zinoveviana», e in genere destinati a concludersi con la morte del detenuto. Nel suo caso, invece, la vicenda ha un apparente lieto fine. Cadute le imputazioni e ritornata a casa, Ol’ga però si scopre diversa, una donna violentata dagli agenti della polizia segreta comunista, la Nkvd. Proprio lei, militante entusiasta, romantica e fervente bolscevica, iscritta da ragazzina al Komsomol, ora è costretta a scrivere: «Mi hanno strappato l’anima, rovistandovi dentro con le loro fetide dita». Eppure la sua fede non muore del tutto: soltanto, pagina dopo pagina, cambia colore. Sotto gli occhi del lettore si trasforma in desiderio di sopravvivenza per il proprio popolo, testimoniata dagli interventi radiofonici che la rendono popolare, dalle letture di versi sotto le bombe che incoraggiano i leningradesi a lottare. E poi in amore febbrile per ciò che conta quando da un momento all’altro ci si aspetta di morire: vanità femminile e gusto di avvincere gli uomini, impegno morale a lasciare qualcosa di buono dietro di sé — sia un verso riuscito o una carezza a un bambino affamato —, pietà per i vinti e i dimenticati, fedeltà agli uomini della sua vita. Al primo marito anch’egli ingiustamente arrestato, al secondo morto fra gli stenti, al terzo che le restituisce un po’ di calore ma non riesce a prendere definitivamente posto nel suo cuore.
I giorni si succedono e chi legge respira sensazioni, euforie, spaventi e disperazioni di Ol’ga: ogni suo pensiero è come un foglietto appuntato al calendario, in balia della provvisorietà. Infine, esaurite le passioni e consumati i rimpianti, Ol’ga Berggol’c coglie la verità, o meglio la falsità di tutto ciò che la circonda. Il regime vuole «costringere i leningradesi a comportarsi da eroi», anziché da esseri umani; rifiuta che si parli, anche per accenni poetici, alla realtà vissuta; si prepara, appena il pericolo sarà passato, a stringere intorno alle esistenze dei dissidenti un nuovo giro di vite.
Così arriva la decisione di seppellire i diari in un cortile di Leningrado. L’assedio non è finito, il futuro è ancora incerto, ma Ol’ga Berggol’c comprende di non aver più nulla da aggiungere. Il messaggio in bottiglia viaggerà fino a noi. 

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