L'Italia era razzista prima ancora delle leggi razziali. Sembra che gli autori di questo libro lo riconoscano. Per molti, invece, compreso il recensore, sembra che i negri non contino... [SGA].
Mario Avagliano e Marco Palmieri: Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali, Baldini & Castoldi
Risvolto
Alla fine degli anni Trenta, con la conquista dell’Etiopia e la
proclamazione dell’Impero, l’Italia fascista sente il bisogno di
affiancare alla nuova coscienza imperiale degli italiani, anche una
coscienza razziale. Ben presto dal «razzismo africano» si passerà
all’antisemitismo, e nel 1938 in pochi mesi si arriverà alle fatidiche
leggi razziali che equivalsero alla «morte civile» per gli ebrei,
banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro
attività. Tutti gli italiani «ariani» aderirono, dai piccoli balilla
che non salutavano più i compagni, a gente comune e alti accademici che
volsero le spalle agli ex amici. La bella gioventù dell’epoca
(universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò
l’avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito
l’ossatura della classe dirigente della Repubblica, ma quasi tutti in
quel quinquennio furono contagiati dal virus antisemita. Ecco perché per
circa sessant’anni c’è stata una sorta di autoassoluzione nazionale che
gli storici non hanno pienamente rivisto.
Per restituirci un’immagine più veritiera dell’atteggiamento della
popolazione di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei,
Avagliano e Palmieri hanno scandagliato un’enorme mole di fonti (diari,
lettere, carteggi burocratici e rapporti dei fiduciari della polizia
politica, del Minculpop e del Pnf) dal 1938 al 1943. Ne è emersa una
microstoria che narra un «altro Paese», fatto di persecutori (i
funzionari di Stato), di agit-prop (i giornalisti e gli intellettuali
che prestarono le loro firme), di delatori (per convinzione o
convenienza), di spettatori (gli indifferenti) e di semplici sciacalli
che approfittarono delle leggi per appropriarsi dei beni e le aziende
degli ebrei. Rari i casi di opposizione e di solidarietà, perlopiù
confinati nella sfera privata.
Fa male scoprire che l’adesione fu di massa, ma altrimenti non si
potrebbe capire l’efficacia della macchina della persecuzione (di cui
poi si giovarono i nazisti) e le ragioni psicologiche di una rimozione
così ampia.
Mario Avagliano, giornalista e storico, è membro
dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla
Resistenza, della Sissco e del comitato scientifico dell’Istituto
Galante Oliva, e direttore del Centro Studi della Resistenza dell’Anpi
di Roma-Lazio. Collabora alle pagine culturali de «Il Messaggero» e «Il
Mattino». Tra i suoi libri più recenti: Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (2006) e, con Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010) e Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012). Con Baldini&Castoldi ha pubblicato: Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell’Italia occupata (2012), Premio Fiuggi Storia 2012.
Marco Palmieri, giornalista e storico, è membro
dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza
e della Sissco. Ha pubblicato tra l’altro, con Mario Avagliano: Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010) e Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012).
Quando l’Italia divenne razzista Dalle leggi antisemite alla cattiva coscienza del dopoguerra
di Aldo Cazzullo Corriere 19.11.13
R acconta Norberto Bobbio che durante la guerra a Padova, dove allora
insegnava, nel bar che era solito frequentare apparve un avviso che
proibiva l’ingresso agli ebrei: «“Adesso strappo quel cartello”, dissi
fra me e me. Ma sono uscito senza averlo fatto. Non ne avevo avuto il
coraggio. Quanti atti di viltà, di cosciente viltà, come questo abbiamo
commesso allora?».
Nel dopoguerra, per lungo tempo, l’inclinazione all’autoassoluzione da
parte degli italiani, nel quadro più generale della «defascistizzazione»
del Paese, attraverso la raffigurazione del regime fascista come
dittatura da «operetta», ha portato all’errata conclusione che le leggi
razziali fossero state disapprovate dai più e non fossero mai state
davvero applicate, o quantomeno non in modo scrupoloso ed efficace. Così
come nessuna colpa sarebbe imputabile agli italiani per la drammatica
efficacia della Shoah nella penisola, con oltre 7.500 vittime. È molto
diversa la conclusione cui giunge la ricerca di Mario Avagliano e Marco
Palmieri, intitolata Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte
alle leggi razziali (Baldini & Castoldi), che esce oggi in
libreria, proprio nei giorni in cui cade il 75° anniversario della
promulgazione dei provvedimenti antiebraici.
I due autori hanno scandagliato le relazioni dei fiduciari della polizia
politica e del Minculpop, delle spie dell’Ovra, dei prefetti e dei
funzionari del Pnf sullo «spirito pubblico», oltre agli atti e alla
corrispondenza dei burocrati locali e ai diari e alle lettere dei
protagonisti dell’epoca. Il risultato è una cronaca impietosa, una sorta
di «romanzo criminale» dell’antisemitismo italiano. Una sequela di
documenti, prese di posizione, episodi razzisti, che definitivamente
oscura quel mito degli «italiani brava gente» in cui per tanti decenni
ci siamo riconosciuti per non fare i conti con le pagine nere della
nostra storia.
Dal caleidoscopio delle reazioni della popolazione nel periodo
1938-1943, analizzato da Avagliano e Palmieri in pagine emozionanti, che
colpiscono e indignano, risulta che gli italiani di «razza ariana»
assistettero o presero parte all’antisemitismo di Stato in vario modo:
quali persecutori, propagandisti, teorici, complici, delatori,
profittatori, spettatori più o meno indifferenti (la categoria dei
bystanders , per utilizzare l’espressione di Raul Hilberg, uno dei
massimi studiosi della Shoah) e, in misura minoritaria, come oppositori o
solidali (in alcuni casi potremmo dire Giusti).
Soprattutto all’inizio, il tema delle leggi razziali, introdotte in
Italia dal regime fascista tra il settembre e il novembre del 1938, non
suscitò grandi passioni né forti dissensi. La cifra prevalente,
guardando alla maggioranza della popolazione, fu senz’altro
l’indifferenza. Ma, come scrivono i due autori, «il “non vedo, non sento
e non parlo” praticato dalla maggioranza degli italiani non si può però
valutare con il metro semplicistico della pusillanimità. Al dunque esso
si tramutò in connivenza e adesione di fatto, poiché contribuì a
realizzare l’obiettivo della persecuzione, vale a dire l’isolamento, la
separazione e l’esclusione degli ebrei dal resto della società». Dopo
una fase iniziale nella quale non mancarono dubbi, incomprensioni e
critiche, sia pure sottovoce, che videro protagonisti diversi
antifascisti (in particolare gli esuli in Francia), parte del clero e
dei cattolici (tradizionalmente divisi tra una corrente filogiudaica e
una antisemita) e le classi meno abbienti o meno istruite, il consenso
verso la politica razziale del regime crebbe progressivamente presso
tutti gli strati sociali e anche nel mondo cattolico di base.
In particolare il sentimento antigiudaico fece registrare un consistente
incremento nei primi due anni di guerra, nei quali la propaganda
fascista sull’ebreo «nemico dell’Italia» attecchì anche tra i ceti
popolari, con diversi episodi di violenza fisica o verbale (ebrei
picchiati, sinagoghe incendiate o distrutte, scritte e volantini di
minaccia). Uno scenario che iniziò a mutare solo tra il 1942 e il 1943,
quando il disastro bellico, le forti difficoltà economiche e la crisi
del fascismo provocarono la messa in discussione di tutti gli architravi
della politica del regime.
La grande cultura italiana del tempo reagì alle leggi razziali in preda a
quella che Concetto Marchesi, nel gennaio 1945, sul primo numero di
«Rinascita», definirà «libidine di assentimento». Fu quasi del tutto
assente, tranne poche eccezioni (Benedetto Croce, Arturo Toscanini,
l’economista Attilio Cabiati), una protesta visibile degli
intellettuali. Anche gli editori, con la lodevole eccezione dei Laterza,
epurarono i testi degli autori ebrei senza opporre resistenza.
Avagliano e Palmieri pubblicano le lettere di giubilo inviate a
Mussolini: «Caro Duce, il popolo italiano attende con spasimo atroce che
venga definitivamente eliminata la stirpe ebraica dal sacro suolo della
Patria», scrive a Mussolini un anonimo studente universitario.
Aggiungendo: «In nome di tutti i nostri morti abbi il coraggio di
imitare Hitler alla lettera e sino alla fine. eia! eia! eia! alalà!!!».
Anche buona parte della burocrazia si distinse per la solerzia e la
rigidità nell’applicazione delle misure razziali, spesso anticipandone o
aggravandone gli effetti. «Potete intanto stare tranquillo — scrive ad
esempio il podestà di un comune molisano scelto come località
d’internamento al questore di Campobasso — che sappiamo con chi abbiamo a
che fare, con gli ebrei! Razza maledetta». Nel settore economico, non
mancarono i casi di sciacallaggio, di opportunismo, di speculazione, da
parte di commercianti, industriali, imprenditori. Il veleno
dell’antisemitismo, iniettato nel corpo della società italiana dalla
virulenta propaganda fascista, colpì perfino i bambini, come attestano i
numerosi episodi documentati nel libro.
Anche la Chiesa, dopo l’iniziale opposizione di papa Pio XI alla
politica razzista del regime (e in particolare al divieto di matrimoni
misti), mise il silenziatore alle critiche alle leggi razziali e anzi
diversi cardinali o esponenti religiosi, come padre Agostino Gemelli,
sposarono le misure antisemite del fascismo.
I percorsi della solidarietà furono limitati: alcuni acquistarono beni
passibili di confisca a prezzi di mercato, senza approfittare della
situazione, altri fecero da prestanome per consentire ai titolari ebrei
di non perdere aziende ed esercizi commerciali, altri ancora scrissero
lettere al re, al duce e a personaggi influenti del regime per chiedere
una qualche forma di clemenza e mitigazione della persecuzione in favore
di amici o conoscenti ebrei. Qualche parola di conforto — di «calda e
piena manifestazione di solidarietà» e di «giustizia umana», come si
legge in alcune lettere di perseguitati — fu comunicata a livello
individuale e privato, possibilmente lontano da sguardi indiscreti. E
ancora doveva arrivare la vergogna di Salò.
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