domenica 24 novembre 2013
Un'intervista a Camila Vallejo
Coloro che prendono a pretesto la partecipazione del Partito comunista del Cile al governo Bachelet per riproporre un'alleanza con il centrosinistra in Italia mettono a confronto due situazioni che non solo sono incomparabili, ma la cui costellazione politica va addirittura in senso opposto. Da un lato un processo espansivo, con la costruzione di spazi di democrazia nel contesto di un intero Continente che si muove; dall'altro - a causa di condizioni strutturali, debolezza soggettiva e rapporti di forza nazionali e internazionali - l'inevitabile gestione della crisi a danno delle classi subalterne, con tutta la complicità che ne consegue.
Per sostenere quella similitudine bisogna essere in totale malafede oppure i soliti amendoliani dei quali Amendola si sarebbe vergognato [SGA].
La leader del movimento studentesco Camila Vallejo: il Cile è pronto a cambiare La dittatura di Pinochet «Ha lasciato ferite profonde e mai sanate: ora ci riprendiamo quello che ci è stato tolto»
intervista di Filippo Fiorini La Stampa 23.11.13
Santiago
del Cile. Sono passati solo pochi giorni dalla notte in cui Camila
Vallejo ha smesso di essere il volto del movimento studentesco cileno ed
è diventata deputato di una delle repubbliche più antiche al mondo. In
queste ore, la ragazza di appena 25 anni, ha partecipato a talk show
politici nelle principali reti nazionali, ha camminato per le strade dei
quartieri poveri di Santiago che l’hanno votata, ha cullato Adela, la
sua bambina di un mese.
Camila, quanto è cambiata la sua vita negli ultimi tempi?
«Molto.
Diventare madre, la campagna elettorale, è arrivato tutto insieme e le
24 ore non mi bastano più. Però l’appoggio della gente è una buona
ragione per tenere duro. Mi dà forza».
Quando si è resa conto che sarebbe potuta arrivare così in alto?
«Non
so se sono arrivata veramente così in alto, comunque alla fine del
2011, con le piazze piene di studenti, ho capito che avremmo potuto
combattere una grande battaglia. Poi però mi sono anche resa conto che
scendere in strada e protestare non bastava. Bisognava prendersi la
responsabilità e fare qualcosa per consolidare tutta quella forza».
Si aspettava di vincere con tanto margine?
«Ho
sempre avuto fiducia nel lavoro fatto per strada. Siamo stati molto sul
territorio, parlando faccia a faccia con le persone. Però il risultato
ha superato le aspettative. Oggi il Cile si è svegliato e vuole
cambiare. Questo va oltre la mia candidatura, ci sono gli altri deputati
del Partito comunista o gli altri ex dirigenti universitari, i loro
risultati sono tutti parte di questa voglia di cambiare».
Ci sono stati molti giovani eletti, ma i giovani che sono andati a votare sono stati pochi.
«Tra
la gente c’è un po’ di sfiducia, un po’ di disinteresse e anche un po’
di ignoranza. Nel nostro Paese manca ancora molta educazione civica e
questa è un’eredità della dittatura militare. Molte persone non sanno
nemmeno
cos’è un ministro, un senatore o un sindaco, e dicono: “Io non sono un
politico e non mi interessa la politica”, però poi la politica irrompe
nella loro intimità e si fa gli affari loro. Questo è un problema che si
risolve a partire dall’educazione. Una questione che è stata
posticipata per molti anni, visto che non interessava cambiare le cose.
Eppure un miglioramento c’è stato: prima nessuno parlava di una nuova
Costituzione e adesso la riforma è una delle priorità. Non è possibile
vivere con una Costituzione ereditata dalla dittatura militare solo
perché non siamo stati capaci di modificarla. Riprenderemo il progetto
di Salvador Allende, che è stato interrotto ma non sconfitto. La
dittatura di Pinochet ha lasciato una profonda ferita che ancora non è
stata sanata. Ora si tratta di recuperare quello che ci è stato tolto».
Con questi numeri in Parlamento, però non vi sarà possibile riformare la Costituzione. Non è così?
«È
una posizione troppo pessimista. Con la coalizione Nueva Mayoria
(quella guidata da Michelle Bachelet, ndr) abbiamo ottenuto un numero di
parlamentari sufficiente ad aprire un dibattito sull’argomento. È vero
che la riforma dei principi fondanti della Costituzione richiede un
quorum che non abbiamo però è anche vero che quello che abbiamo fatto
finora con il movimento studentesco supera quello che si considerava il
limite del possibile. E allora perché non continuare ad avere fiducia?».
Perché adesso il movimento studentesco la critica?
«Questa
è una caratteristica dei movimenti. Devono mantenersi indipendenti
rispetto ai governi di turno. È proprio così che danno vita ai
cambiamenti. Abbiamo bisogno di un Parlamento aperto alla partecipazione
dei cittadini in generale, non che dica: “Questo è quello che vogliamo,
dovete adeguarvi”, ma che sappia ascoltare tutti e io sono disposta a
ascoltare anche chi mi critica».
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