lunedì 4 novembre 2013
Università
12 04-11-2013 l' unita' 10
13 04-11-2013 il sole 24 ore 7
I falsari della ricerca
di Pietro Greco l’Unità 4.11.13
«How
science goes wrong». Il coloratissimo titolo dominava la prima pagina
della più nota e diffusa rivista economica del mondo, The Economist,
sulla prima pagina. Annunciando un dossier, piuttosto lungo, sul «come
la scienza sbaglia».
O, meglio ancora, su «come la scienza funziona male».
L’intervento
ha scatenato una miriade di reazioni, anche sui media italiani. E,
anche se il tema non è nuovo, giunge più che mai opportuno. Per due
motivi. Il primo è che la copertina di The Economist, ricorda a tutti ma
soprattutto a noi italiani che la scienza occupa un ruolo decisivo
nella società e nell’economia del mondo. E che il suo funzionamento
interno non è questione da tecnici, ma può ben occupare la copertina di
una delle poche riviste globali. Per dirla in una battuta, The Economist
ricorda a tutti ma soprattutto a noi italiani che la scienza è
questione troppo seria per lasciarla ai (soli) scienziati. Il secondo
motivo che torna a merito di The Economist è di averci ricordato come la
scienza o meglio, la comunità scientifica mondiale, con le sue prassi e
i suoi valori è nel bel mezzo di una transizione epocale. Anche se,
bisogna dire, gli estensori del dossier non hanno colto tutta la
dimensione del cambiamenti. E, di conseguenza, non hanno colto tutte le
ragioni che inducono (che sembrano indurre) la comunità scientifica a
sbagliare più che in passato e le prassi scientifiche a funzionare
peggio che in passato.
Il succo dell’analisi di The Economist,
fondata su alcune recenti ricerche scientifiche (e già, la scienza sa
indagare su se stessa senza indulgenza), è che molti degli articoli
scientifici pubblicati su alcune decine di migliaia di riviste in tutto
il mondo sono piene di errori, metodologici e di contenuto, e presentano
risultati né verificati né verificabili. Questa situazione costituisce
un pericolo sia per il corretto funzionamento della scienza, sia per la
sua credibilità. Ma, soprattutto, costituisce uno spreco di denaro,
spesso pubblico, e un danno per l’umanità. Perché procedure più corrette
consentirebbero di migliorare la qualità della spesa e di produrre
risultati migliori a beneficio dei cittadini del pianeta. È vero che
anche in passato, riconosce The Economist, non sono certo mancati gli
errori e persino le frodi scientifiche. Ma ora la patologia sta
diventando più estesa e diffusa.
Le cause individuate dai
redattori della rivista sono essenzialmente tre. Una è che gli
scienziati sono chiamati a confrontarsi con una massa crescente di dati e
non hanno ancora acquisito una matura cultura statistica per gestirli.
Una seconda ragione è che sta crescendo la competitività scientifica a
livello globale e il «public or perish» (pubblica o altrimenti muori),
induce, appunto, a pubblicare qualsiasi cosa, anche non rigorosa, anche
talvolta falsa. Terzo, è che né le riviste né le istituzioni
scientifiche hanno interesse a verificare se le metodologie sono
corrette e i risultati pubblicati verificabili. La situazione
fotografata da The Economist è reale. E certamente le tre cause indicate
colgono parti di verità. Ma, appunto, solo una parte della verità. E,
dunque, ci danno un’informazione un po’ deformata sulla ricerca
scientifica. Che, come dicevamo, è nel bel mezzo di una trasformazione
epocale. Per tre motivi. Mai la ricerca scientifica ha avuto così tante
risorse: il 2% del Prodotto interno lordo mondiale, pari a quasi 1.500
miliardi di dollari nel 2012. Con queste risorse possono lavorare oltre 7
milioni di ricercatori: cento volte di più che un secolo fa. I
ricercatori di oggi sono superiori alla somma di tutti gli scienziati
vissuti nelle epoche precedenti. Con tante risorse, finanziarie e umane,
le vecchie e consolidate procedure funzionano necessariamente meno
bene.
La seconda trasformazione riguarda la scienza finanziate
dalle imprese private. I due terzi degli investimenti in ricerca nel
mondo (circa 1.000 miliardi di dollari) sono a opera di privati. Tutto
questo sta modificando la griglia di valori di una parte della comunità
scientifica (quella finanziata con fondi privati). E pone spesso in
conflitto l’interesse privato (il segreto, il profitto) con quello
pubblico (la trasparenza, il beneficio per tutti). La terza
trasformazione riguarda l’internazionalizzazione. Fino a cinquanta anni
fa, tre scienziati su quattro vivevano o in Europa o in Nord America: un
mondo culturalmente omogeneo. Oggi più della metà degli scienziati vive
in Asia. L’universo culturale è cambiato e si è differenziato.
Difficile che le regole e i valori che vigevano in Europa e in
quell’estensione dell’Europa che è il Nord America possano funzionare
senza incrinature in una comunità finalmente globale. In definitiva, la
scienza è in piena crisi di crescita. Come potrebbe non avere problemi? A
tutto ciò si aggiunga il fatto che la ricerca scientifica costituisce
il motore dell’economia di gran parte del pianeta (Italia, ahinoi
esclusa): dei Paesi di antica industrializzazione e dei Paesi a economia
emergente. Per cui sui ricercatori, pubblici e privati, si esercitano
pressioni enormi, del tutto sconosciute in passato.
Per questo un
acuto osservatore della società scientifica, il fisico teorico John
Ziman, sosteneva che la scienza vive una nuova fase storica,
post-accademica, profondamente interpenetrata con il resto della
società. Diversa dalla fase accademica vigente fino alla seconda guerra
mondiale, quando gli scienziati vivevano e si sentivano isolati e ben
protetti in una «torre d’avorio». Ma al netto di tutto ci sono ancora
due considerazioni da fare. La prima è che quella scientifica, per
quanto cresciuta e globalizzata, è una comunità che ha una capacità
senza pari di indagare se stessa, di scoprire dove sbaglia e di
autocorreggersi. Ne ha dato prova nei mesi scorsi l’esperimento Opera,
che aveva rivelato presso il Gran Sasso dei neutrini che sembravano
viaggiare a velocità superiore a quella della luce. Ha diffuso questi
risultati che, se veri, avrebbero costituito una pietra miliare nella
storia della fisica. Ma lo ha fatto con prudenza. E, soprattutto, si è
messo alla ricerca di un possibile errore. La ha trovato. E, anche se
era un errore banale, non ha avuto paura di metterci la faccia e di
riconoscerlo. Quale altra comunità avrebbe fatto altrettanto?
Ma,
al di là dell’onesta individuale che, sia detto per inciso, tra gli
scienziati è in media superiore di gran lunga alla media c’è un altro
fattore che ci deve far continuare ad avere fiducia nella scienza. La
storia della ricerca è piena zeppa di errori o di studi irrilevanti. Ma
le conoscenze più solide e profonde sopravvivono per selezione naturale,
e indipendentemente dai comportamenti dei ricercatori. La selezione non
è deterministica, ma è efficiente. Tant’è che la scienza, pur con i
suoi difetti, è la forma di conoscenza umana più produttiva e solida che
si conosca.
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