martedì 12 novembre 2013
Vorremmo avere questi problemi
di Barry Eichengreen Sole 12 novembre 2013
La nuova Cina
“I privati nei colossi di Stato” Oggi il Plenum del Partito vara l’ultima rivoluzione cinese La scommessa: un paese meno dipendente da export e low cost
di Giampaolo Visetti Repubblica 12.11.13
PECHINO — Apertura dei colossi di Stato ai capitali privati, burocrazia
più snella, nuovo fisco, licenza di vendere la terra coltivata,
equiparazione del welfare tra cittadini e residenti nei villaggi, lotta
alla corruzione e allo smog che stanno uccidendo partito e Paese. Sembra
non avere fine l’elenco delle «storiche riforme» che i media di Stato
assicurano verranno annunciate oggi dai leader cinesi nominati un anno
fa.
Mai la fine di un plenum del Partito comunista cinese è stata caricata
di tante attese e la stessa propaganda, che da giorni paragona il
vertice aperto sabato a quelli epocali del 1978 e del 1993, si è chiesta
infine se la lista comprenda «più auspici o più scongiuri».
Oggi si comincerà a cercare di capire, ma su un fatto tutti concordano:
la seconda economia del mondo, per non smettere di crescere e per
restare socialmente stabile, ha bisogno di riforme urgenti e se il
presidente Xi Jinping non dimostrerà di avere avuto la forza di imporle
ai conservatori, la sua stagione potrebbe dirsi già, prematuramente e
pericolosamente, chiusa.
Ipotesi, nell’immediato, accademica. Alti funzionari del partito, nelle
ultime ore, hanno confermato che Pechino annuncerà «importanti novità»
in campo economico e finanziario, lanciando la «grande stagione delle
privatizzazioni» e spingendo la Cina verso «un mercato finanziario
maturo e la piena convertibilità monetaria». Cautela ben maggiore viene
usata invece per i cambiamenti politici, su cui nei mesi scorsi gli
stessi leader rossi si erano sbilanciati. Nel corso del vertice del
partito, in un blindato hotel della capitale, i 376 uomini che
invisibilmente comandano la nazione avrebbero concordato di scongiurare
il rischio di fare la fine dell’Urss, che «implose nel nome della
democratizzazione imposta dall’Occidente». Dunque via libera al “modello
Singapore”, come già deciso dai 25 membri del Politburo: riforme
economiche e sociali «graduali e solo se compatibili con la stabilità
politica», ossia con il pieno potere del regime autoritario stabilito da
Mao Zedong.
Una via stretta, liberare il mercato senza sottrarlo allo Stato, tanto
più in un clima di sorprendente tensione: due attentati in due
settimane, forti malumori tra militari e nostalgici sostenitori del
condannato leader maoista Bo Xilai, che pur all’ergastolo si sarebbe
visto proporre la “presidenza a vita” di un nuovo partito, denunce di
censura e pressioni su Stati e media stranieri come Bloomberg, volte a
silenziare scandali che potrebbero travolgere il partito, ma pure
frenata della crescita, esasperazione popolare senza precedenti contro
divario tra ricchi e poveri, corruzione e un inquinamento che ormai è
più di un’emergenza nazionale.
Ma è proprio la carenza di alternative a rafforzare il dichiarato
riformismo economico di Xi Jinping, che in quattro giorni ha spiegato ai
vertici comunisti che «nell’interesse interno e globale la Cina non può
restare vittima della sindrome del Giappone», potenza che smise di
crescere perché ritardò ad aggiornare il proprio modello di sviluppo, e
che «è l’ora di fare un passo avanti pur senza perdere l’equilibrio».
Le studiate indiscrezioni inviate ai media assicurano dunque che il
terzo Plenum, da tradizione, annuncerà oggi l’approvazione di una
«epocale riforma del profilo economico cinese», garantendo al mondo «il
sostegno alla crescita anche nel prossimo decennio». Tra le misure più
attese, la possibilità degli investitori privati, anche stranieri, di
acquisire quote fino al 10-15% delle 112 megaaziende di Stato, colossi
mondiali, monopoliste in settori come credito, assicurazioni, trasporti,
energia e telecomunicazioni. Davvero una rivoluzione, promossa per
rendere la Cina meno dipendente da export e low cost, e più fondata
sull’espansione di consumi interni e servizi. Più «graduali» invece le
riforme dell’“hukou”, il sistema di registrazione familiare che vincola
ogni cinese a vivere in un determinato posto, e della proprietà dei
terreni, osteggiate da iper-indebitate amministrazioni locali.
Vincerà l’americano “sogno cinese” di Xi Jinping o la nostalgia maoista
della sinistra interna, appoggiata dai due ex presidenti Jiang Zemin e
Hu Jintao? La partita non finirà oggi, ma per una volta anche il
risultato del primo tempo è decisivo.
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