giovedì 5 dicembre 2013
Gli ultimi scritti di Simone Weil
Risvolto
Gli ultimi scritti di Simone Weil, composti a Londra tra il 1942 e il
1943 e qui presentati per la prima volta integralmente, rappresentano lo
sviluppo estremo del suo percorso spirituale e l’apice della sua
riflessione politica. Tornata in Europa dagli Stati Uniti con
l’intenzione di partecipare alla guerra di liberazione, la filosofa si
trova invece relegata al lavoro intellettuale – l’esame delle proposte
di rinnovamento costituzionale – da parte del comando di France Combattante.
La resistenza della Weil, combattuta da sola in una stanza, diventa
così l’occasione per gettare le basi di una rifondazione della civiltà
europea, proprio nel momento in cui la guerra ne mette in discussione i
valori e la stessa sopravvivenza. Utilizzando una documentazione in
parte inedita, i curatori ricostruiscono le condizioni storiche e umane
nelle quali i saggi, le lettere e gli appunti furono redatti. In
tormentata dialettica tra realismo e utopia, ispirati alla filosofia
greca e a un Cristianesimo purificato, in dialogo col pensiero
filosofico coevo ma irriducibilmente distanti da esso, questi testi
sollecitano l’Occidente a costruire una civiltà politica nuova e
consapevole delle proprie radici. Negli apparati di approfondimento, Una costituente per l’Europa
unisce al rigore critico una guida alla riflessione individuale,
proponendosi come un’esperienza rigenerante che chiede la disponibilità,
del cuore come della mente, a interrogare noi stessi in maniera libera e
radicale.
Gli scritti di Simone Weil oltre la tragedia del conflitto mondiale
L’onore perduto d’Europa
di Arturo Colombo Corriere 4.12.13
C hi conosce Simone Weil, classe 1909, sa che fra il
novembre del 1942 e l’aprile del ‘43 si trasferisce dagli Stati Uniti a
Londra: e in quel così breve periodo, che prelude alla sua fine
repentina (va negli Stati Uniti e muore, infatti, nell’agosto del ‘43),
lascia una serie straordinaria di scritti politici, pubblicati adesso
nel volume Una costituente per l’Europa , a cura di Domenico Canciani e
Maria Antonietta Vito (Castelvecchi, pp. 380, € 22). Hanno ragione i
curatori a chiarire subito che la Weil, «militante di sinistra, operaia
in fabbrica, esule e resistente delusa», è stata in grado con questi
«scritti londinesi» di dare la misura della sua capacità, quasi
incredibile (anche per l’età così giovane), di lasciarci una serie
sorprendente di riflessioni sulla politica, la religione, la filosofia.
Il
suo desiderio più vivo era di riuscire a combattere, anche con le armi,
contro Hitler, il nazismo e ogni forma di potere totalitario. Ma non
poteva farlo per le precarie condizioni di salute; e così il contributo
più significativo della Weil è affidato a queste pagine, che non offrono
solo una diagnosi, lucida e impietosa, della realtà contemporanea, ma
diventano un’occasione preziosa per comprendere l’esigenza di quella
«costituente per l’Europa», che neppure oggi noi siamo stati capaci di
realizzare. Con fermo realismo — a proposito del saggio intitolato
Riflessioni sulla rivolta — la Weil non esita a sottolineare che
«l’Europa non ha perso solo la libertà, ma anche l’onore e la fede».
Di
conseguenza, non basta «smantellare l’organizzazione del nemico»:
quello che per la Weil costituisce «una necessità urgente, vitale» è
impegnarsi a dare vita a «un certo tipo di unità europea», che sia in
grado di «coinvolgere», insieme ai francesi, anche gli altri Stati del
nostro continente, dagli spagnoli agli italiani, e «persino quei
tedeschi la cui coscienza è stata sinceramente scossa dall’hitlerismo».
Il rischio, anzi «l’orrore», è continuare a vivere nell’oppressione,
questa specie di malattia mortale, che tutti può investire e travolgere,
mentre occorre prendere atto e convincerci — insiste la Weil — che
«tutti gli esseri umani sono assolutamente identici» e quindi tutti
hanno gli stessi obblighi verso gli identici «bisogni terrestri
dell’anima e del corpo», compreso il bisogno «di obbedienza consentita e
di libertà».
Possono esserci proposte anche discutibili in queste
pagine (come la soppressione dei partiti politici, considerati
pericolose macchine per fabbricare consenso); ma la lucidità con cui la
giovane Simone Weil osserva, giudica e condanna quei drammatici anni
Trenta e Quaranta del secolo scorso, nasconde una tale carica liberal,
da rendere le sue osservazioni un patrimonio indispensabile per chi,
ancor oggi, non rinuncia a battersi per contribuire a rendere il mondo
meno angusto e meno ingiusto.
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