Arte, provocazione e potere: arriva il film sulle Pussy Riot
lunedì 2 dicembre 2013
I polli surgelati nella vagina e i nuovi standard dell'arte nella nuova Guerra Fredda culturale
Un esempio spettacolare di détournement postmoderno, a partire dal capovolgimento del significato politico delle parole di Brecht. Zizek sarà d'accordo, immagino [SGA].
Arte, provocazione e potere: arriva il film sulle Pussy Riot
Arte, provocazione e potere: arriva il film sulle Pussy Riot
di Laura Zangarini Corriere 2.12.13
«L’
arte non è uno specchio per riflettere il mondo ma il martello con cui
scolpirlo». Questa citazione di Brecht sul potere trasformativo
dell’arte è l’incipit di Pussy Riot - A Punk Prayer, il film del
britannico Mike Lerner e del russo Maxim Pozdorovkin vincitore del World
Documentary Special Jury Prize al Sundance film Festival 2013 nella
sale dal 12 dicembre distribuito da I Wonder Pictures.
Ricalcando
nello stile l’estetica DIY (Do It Yourself) del collettivo d’arte
femminista Pussy Riot (così lo definiscono Nadia, Masha e Katia, le tre
attiviste arrestate il 21 febbraio 2012 per un’esibizione anti-Putin
sull’altare della Cattedrale di Cristo il Salvatore, la più importante
chiesa di Mosca), il documentario ripercorre le loro performance, gli
scandali, il carcere, il processo e la condanna (due anni di
reclusione), allargando l’obiettivo alla Russia di oggi.
«Nessuno
pensava che la reazione del governo sarebbe stata così dura — spiega ai
registi, quattro mesi dopo l’arresto delle tre militanti, una delle 10
artiste del collettivo, il volto rigorosamente coperto dal passamontagna
«fluo», parte del dress code del gruppo punk femminista —. Come artisti
il nostro obiettivo è di cambiare il mondo, liberando la società da
pregiudizi e stereotipi. Vogliamo abbattere un sistema corrotto. Non è
più tempo di chiacchiere e compromessi: serve la rivoluzione».
Un
concetto che le tre ragazze riprenderanno in tribunale, chiuse, nei due
mesi di durata del processo, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo,
prima in una «gabbia» con sbarre di ferro e poi in una sorta di
«acquario» dove, per parlare, avranno a disposizione solo una piccola
«feritoia». Nonostante si veda chiaramente il loro disorientamento e la
loro paura dietro le sbarre (soprattutto Nadia e Masha, sposate con
figli, alle quali viene paventata la possibilità che i minori vengano
affidati ai servizi sociali) non rinunciano a difendere le loro azioni,
costi quel che costi. Rivendicando le Pussy Riot come «un tassello
importante per la crescita socio-politica della Russia» e sottolineando
come la loro performance abbia messo in evidenza la fragilità di un
potere che si è scoperto nudo. Spesso, quando parlano tra loro
commentando le accuse di cui sono oggetto, vengono riprese e minacciate
dalle guardie di sicurezza, il più delle volte donne anch’esse. Nadia,
che indossa in più occasioni una t-shirt con un pugno chiuso, è spesso
provocatoria: «A scrivere la sentenza — dice alla pubblica accusa — non
sarà il giudice ma Putin stesso». Mentre vengono tradotte dal cellulare
nell’aula di giustizia, sotto i flash di reporter e fotografi di tutto
il mondo, alzano le dita in segno di vittoria.
«Noi non siamo
sconfitte — dichiarano — così come non lo furono i dissidenti, che
sparirono in manicomi e prigioni per aver lottato contro un sistema che
usa il potere per calpestare i diritti umani del popolo russo».
«Nell’aula dove si è svolto il processo alle Pussy Riot — racconta il
padre di Katia alle telecamere dei registi — si sono fronteggiate due
Russie che si odiano. Rifiutano di parlarsi e di capirsi». Ma Nadia,
Masha e Katia, che non hanno mai fatto i nomi degli altri membri del
gruppo, «hanno difeso le loro azioni a ogni costo». Questo film vuole
essere un omaggio alla loro lotta coraggiosa.
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