lunedì 2 dicembre 2013

Il secondo volume dei Verbali del mercoledì Einaudi

Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963, a cura di Tommaso Munari, Einaudi

Risvolto
Il decennio che abbraccia questo secondo volume dei Verbali del mercoledì segna la definitiva trasformazione dell'Einaudi da azienda a carattere artigianale e "familiare" in un'impresa economico-finanziaria strutturata e complessa. Presentando ai lettori il Catalogo generale delle edizioni Einaudi nel dicembre del 1955, Giulio Einaudi riannodava i fili di una storia ormai ventennale che aveva visto una piccola «Casa legata da affetti» diventare «un'impresa d'interesse nazionale al servizio della cultura italiana». Una formula altisonante per descrivere quello che era stato prima di tutto un cambiamento di natura giuridica e finanziaria: il 29 ottobre 1954 la ditta individuale Giulio Einaudi editore si trasformava in una società per azioni e lanciava una campagna di sottoscrizione azionaria aperta ad autori, collaboratori e lettori. Un'operazione finanziaria unica nel suo genere che garantiva al tempo stesso l'immissione di nuovi capitali e il mantenimento dell'autonomia editoriale. Di questo progressivo adeguamento della struttura e della politica dell'Einaudi alle nuove istanze dell'industria culturale, i verbali del mercoledì non offrono in apparenza che un'immagine parziale o indiretta. Ma a ben guardare, nell'avvicendarsi di redattori e consulenti, nel prevalere di alcune voci o proposte, nei cambiamenti dei rapporti di forza, nei dibattiti e perfino nei silenzi che i verbali registrano, si possono cogliere non solo i riflessi dei mutamenti passati o in atto, ma anche gli indizi di percorsi e direzioni future.


Quando allo Struzzo volavano gli stracci 
Nel decennio di ferro 1953-63 due anime einaudiane divise su tutto: iVerbalidelle “riunioni del mercoledì” restituiscono un duro confronto politico-culturale 

Mario Baudino La Stampa 2 dicembre 2013


Correva l’anno 1960, guerra fredda, timide brezze di disgelo, cappa ideologica pesante. Ma nel corso di un mercoledì einaudiano, mentre si stava discutendo uno «smilzo volumetto» di Jurij Pavlovic Kazakov, che sarebbe entrato nei Coralli col titolo 
Il futuro ha un cuore antico
, Franco Lucentini sbottò in un giudizio politicamente scorretto, e infine liberatorio: «I racconti buoni - disse - sono quelli d’amore infelice (l’amore non è sovietizzabile)». Il severo consiglio (fra gli altri, Giulio Einaudi, Franco Antonicelli, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Sergio Solmi) probabilmente sorrise, visto che il verbale registra uno scherzoso riferimento alle 
pruderie
vittoriane da parte dello storico Franco Venturi («Ma no? Fa vedere la caviglia?»), la replica di Lucentini («Sì, sì, è un po’ spinto») e la conclusione di Einaudi: «Bisogna trovare un traduttore».

Ciò detto, sulla politica si scherzava poco; e in certi casi ci si scontrava duramente. La pubblicazione del secondo volume dei Verbali del mercoledì, con le «Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963», a cura di Tommaso Munari, ci racconta un decennio di ferro. E lo fa benissimo, perché una parte significativa di questi verbali, quasi stenografica, rappresenta una vera e propria ricreazione, anche narrativa, delle lunghe discussioni sui libri da fare o rifiutare. Il Consiglio, ovvero il gruppo di intellettuali che Giulio Einaudi aveva riunito intorno a sé, integrandolo con gli «interni», era un organismo consultivo, ma le sue decisioni venivano regolarmente accettate. L’estensore dei verbali ne era un membro autorevole: per lungo tempo fu Luciano Foà, il segretario generale che poi lasciò lo Struzzo per fondare l’Adelphi; dal ’59 toccò a Daniele Ponchiroli che ideò la sua particolare forma di verbalizzazione teatrale, quella che ci restituisce come in un romanzo il colore di un’epoca lontana.
Negli ultimi anni il testimone passò a Guido Davico Bonino, che continuò almeno in parte su questa linea. Le riunioni del mercoledì sono ormai molto studiate: ma quel che aggiungono questi documenti è la carica drammatica. Un episodio per tutti, anche se noto ormai dalle testimonianze dei protagonisti, è la lunga discussione a proposito del saggio L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, prima accettato e poi respinto (Fofi lo pubblicò da Feltrinelli nel ‘64; di recente è stato rieditato per Aragno). Le due anime dell’Einaudi, che fino ad allora avevano convissuto, si divisero radicalmente. Da una parte Giulio Einaudi, Bollati, Calvino, dall’altra Raniero Panzieri, che aveva proposto il saggio, e Sergio Solmi, ormai su posizioni e temi destinati a esplodere col ’68. La critica si estendeva anche alla casa editrice, a quei, parole di Panzieri che lavorava in redazione,«merluzzi lessi in frigorifero».
Ma il 13 novembre 1963, giorno dedicato alla discussione del libro, il teorico dell’operaismo aveva già in tasca una lettera di licenziamento. Giulio Einaudi gli diceva esplicitamente (come ricostruito da Luca Baranelli): «Mi si è radicata ancor più l’opinione (certo confutabile a parole) che la casa editrice è da te stata considerata prevalentemente come strumento per una battaglia ideologico politica». Il libro di Fofi risulta fra quelli «decisi» in un verbale del ’61. Sorsero poi nell’editore i primi dubbi. Cominciò il valzer delle proposte di modifica, sempre respinte, e infine nel ’63 venne l’ora della verità.
I membri del Consiglio si scontrano furiosamente, mentre Bobbio cerca di mediare. Solmi contesta anche una lettera di Giulio Einaudi in cui l’editore rivendica alla Direzione, e non al Consiglio, la decisione finale, soprattutto per quanto riguarda i risvolti economici e giuridici. Einaudi propone di lasciare la riunione se la sua presenza è fonte di imbarazzo. Calvino è dalla sua parte: «Il Consiglio non è né rappresentativo né elettivo». Bobbio conferma, pregiudiziale superata. Si va al manoscritto, e ancora Bobbio, pur considerando «benvenute le indagini su questo tema», trova nel libro «qualcosa di molto irritante», e cioè «l’angolo interpretativo». Esemplifica: «Tre cose fanno andare in bestia Fofi: La Stampa, Fiat e i Piemontesi». Il libro è «serio», ma c’è «un atteggiamento di aggressività preconcetta».
Per Calvino persino il «giornalismo di partito» si è allontanato in parte da «quel carattere di declamazione polemica, da comizio, che lo indeboliva e ne diminuiva l’efficacia». Invece «Fofi è rimasto indietro». Panzieri ironizza: «Non è un libro rispettabile, è chiaro...». Bollati lo fulmina: «Per favore, niente sarcasmi e provocazioni. Discutiamo civilmente». Ancora Calvino punta il dito su «cose ridicole», come l’affermazione che «le masse vanno a Roma attratte dalle raccomandazioni e dai provini», e Solmi lo deride: «Scusa, tu perché ci vai?». L’implacabile autore del Barone rampante sottolinea che persino le aiuole sono secondo Fofi «care al sindaco e simbolo della rispettabilità borghese» di Torino. Ebbene, sbotta, «a me le aiuole piacciono».
Si va avanti per ore, ma il destino del libro è segnato. E anche quello di Panzieri e Solmi, «licenziati». L’Einaudi non cambia strada, ma da questo momento sarà sempre meno assembleare. Colpisce la foga delle discussioni, la loro estrema serietà che oggi in certi casi può apparire bizzarra, ideologica, persino settaria. Nel giugno ’63 si discute la proposta (di Panzieri), per un libro sulle recenti aperture kennediane al disarmo nucleare. Per Solmi sono «illusioni». Non ci crede, e poi «in Italia ne abbiamo a bizzeffe di libri di appoggio (a Kennedy, ndr), dall’Unità a Rinascita». Il presidente americano sarebbe stato assassinato di lì a poco. Forse il libro andava fatto; ma il Consiglio non si pone mai problemi commerciali. 
Non mancava beninteso il fiuto, anche se forse non era elegante esibirlo. Così, nel verbale del 5 novembre ’58, una gelida nota riferisce che Calvino è d’accordo con Fruttero per ripubblicare in una nuova traduzione un romanzo uscito da qualche anno - ma tradotto molto male - presso un editore bolognese. Parla di un quindicenne a New York. Il Consiglio approva. Per chi non l’avesse capito, si trattava del Giovane Holden. 


Correva l’anno 1960, guerra fredda, timide brezze di disgelo, cappa ideologica pesante. Ma nel corso di un mercoledì einaudiano, mentre si stava discutendo uno «smilzo volumetto» di Jurij Pavlovic Kazakov, che sarebbe entrato nei Coralli col titolo 
Il futuro ha un cuore antico
, Franco Lucentini sbottò in un giudizio politicamente scorretto, e infine liberatorio: «I racconti buoni - disse - sono quelli d’amore infelice (l’amore non è sovietizzabile)». Il severo consiglio (fra gli altri, Giulio Einaudi, Franco Antonicelli, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Sergio Solmi) probabilmente sorrise, visto che il verbale registra uno scherzoso riferimento alle 
pruderie
vittoriane da parte dello storico Franco Venturi («Ma no? Fa vedere la caviglia?»), la replica di Lucentini («Sì, sì, è un po’ spinto») e la conclusione di Einaudi: «Bisogna trovare un traduttore».

Ciò detto, sulla politica si scherzava poco; e in certi casi ci si scontrava duramente. La pubblicazione del secondo volume dei Verbali del mercoledì, con le «Riunioni editoriali Einaudi 1953-1963», a cura di Tommaso Munari, ci racconta un decennio di ferro. E lo fa benissimo, perché una parte significativa di questi verbali, quasi stenografica, rappresenta una vera e propria ricreazione, anche narrativa, delle lunghe discussioni sui libri da fare o rifiutare. Il Consiglio, ovvero il gruppo di intellettuali che Giulio Einaudi aveva riunito intorno a sé, integrandolo con gli «interni», era un organismo consultivo, ma le sue decisioni venivano regolarmente accettate. L’estensore dei verbali ne era un membro autorevole: per lungo tempo fu Luciano Foà, il segretario generale che poi lasciò lo Struzzo per fondare l’Adelphi; dal ’59 toccò a Daniele Ponchiroli che ideò la sua particolare forma di verbalizzazione teatrale, quella che ci restituisce come in un romanzo il colore di un’epoca lontana.
Negli ultimi anni il testimone passò a Guido Davico Bonino, che continuò almeno in parte su questa linea. Le riunioni del mercoledì sono ormai molto studiate: ma quel che aggiungono questi documenti è la carica drammatica. Un episodio per tutti, anche se noto ormai dalle testimonianze dei protagonisti, è la lunga discussione a proposito del saggio L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, prima accettato e poi respinto (Fofi lo pubblicò da Feltrinelli nel ‘64; di recente è stato rieditato per Aragno). Le due anime dell’Einaudi, che fino ad allora avevano convissuto, si divisero radicalmente. Da una parte Giulio Einaudi, Bollati, Calvino, dall’altra Raniero Panzieri, che aveva proposto il saggio, e Sergio Solmi, ormai su posizioni e temi destinati a esplodere col ’68. La critica si estendeva anche alla casa editrice, a quei, parole di Panzieri che lavorava in redazione,«merluzzi lessi in frigorifero».
Ma il 13 novembre 1963, giorno dedicato alla discussione del libro, il teorico dell’operaismo aveva già in tasca una lettera di licenziamento. Giulio Einaudi gli diceva esplicitamente (come ricostruito da Luca Baranelli): «Mi si è radicata ancor più l’opinione (certo confutabile a parole) che la casa editrice è da te stata considerata prevalentemente come strumento per una battaglia ideologico politica». Il libro di Fofi risulta fra quelli «decisi» in un verbale del ’61. Sorsero poi nell’editore i primi dubbi. Cominciò il valzer delle proposte di modifica, sempre respinte, e infine nel ’63 venne l’ora della verità.
I membri del Consiglio si scontrano furiosamente, mentre Bobbio cerca di mediare. Solmi contesta anche una lettera di Giulio Einaudi in cui l’editore rivendica alla Direzione, e non al Consiglio, la decisione finale, soprattutto per quanto riguarda i risvolti economici e giuridici. Einaudi propone di lasciare la riunione se la sua presenza è fonte di imbarazzo. Calvino è dalla sua parte: «Il Consiglio non è né rappresentativo né elettivo». Bobbio conferma, pregiudiziale superata. Si va al manoscritto, e ancora Bobbio, pur considerando «benvenute le indagini su questo tema», trova nel libro «qualcosa di molto irritante», e cioè «l’angolo interpretativo». Esemplifica: «Tre cose fanno andare in bestia Fofi: La Stampa, Fiat e i Piemontesi». Il libro è «serio», ma c’è «un atteggiamento di aggressività preconcetta».
Per Calvino persino il «giornalismo di partito» si è allontanato in parte da «quel carattere di declamazione polemica, da comizio, che lo indeboliva e ne diminuiva l’efficacia». Invece «Fofi è rimasto indietro». Panzieri ironizza: «Non è un libro rispettabile, è chiaro...». Bollati lo fulmina: «Per favore, niente sarcasmi e provocazioni. Discutiamo civilmente». Ancora Calvino punta il dito su «cose ridicole», come l’affermazione che «le masse vanno a Roma attratte dalle raccomandazioni e dai provini», e Solmi lo deride: «Scusa, tu perché ci vai?». L’implacabile autore del Barone rampante sottolinea che persino le aiuole sono secondo Fofi «care al sindaco e simbolo della rispettabilità borghese» di Torino. Ebbene, sbotta, «a me le aiuole piacciono».
Si va avanti per ore, ma il destino del libro è segnato. E anche quello di Panzieri e Solmi, «licenziati». L’Einaudi non cambia strada, ma da questo momento sarà sempre meno assembleare. Colpisce la foga delle discussioni, la loro estrema serietà che oggi in certi casi può apparire bizzarra, ideologica, persino settaria. Nel giugno ’63 si discute la proposta (di Panzieri), per un libro sulle recenti aperture kennediane al disarmo nucleare. Per Solmi sono «illusioni». Non ci crede, e poi «in Italia ne abbiamo a bizzeffe di libri di appoggio (a Kennedy, ndr), dall’Unità a Rinascita». Il presidente americano sarebbe stato assassinato di lì a poco. Forse il libro andava fatto; ma il Consiglio non si pone mai problemi commerciali. 
Non mancava beninteso il fiuto, anche se forse non era elegante esibirlo. Così, nel verbale del 5 novembre ’58, una gelida nota riferisce che Calvino è d’accordo con Fruttero per ripubblicare in una nuova traduzione un romanzo uscito da qualche anno - ma tradotto molto male - presso un editore bolognese. Parla di un quindicenne a New York. Il Consiglio approva. Per chi non l’avesse capito, si trattava del Giovane Holden. 




Correva l’anno 1960, guerra fredda, timide brezze di disgelo, cappa ideologica pesante. Ma nel corso di un mercoledì einaudiano, mentre si stava discutendo uno «smilzo volumetto» di Jurij Pavlovic Kazakov, che sarebbe entrato nei Coralli col titolo 
Il futuro ha un cuore antico
, Franco Lucentini sbottò in un giudizio politicamente scorretto, e infine liberatorio: «I racconti buoni - disse - sono quelli d’amore infelice (l’amore non è sovietizzabile)». Il severo consiglio (fra gli altri, Giulio Einaudi, Franco Antonicelli, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Sergio Solmi) probabilmente

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