mercoledì 22 gennaio 2014
Neoliberismo e modernità: Roberto Esposito risponde a della Loggia
Risposta a Galli della Loggia sul liberismo
Quando la prevalenza dell’economia è una scelta politica
di Roberto Esposito Repubblica 22.1.14
Sul Corriere della sera del 20 gennaio Ernesto Galli della Loggia,
interloquendo con un mio precedente articolo su queste pagine del 7
gennaio, apre una discussione di sicuro interesse, centrata sul ruolo
del neoliberalismo nell’attuale crisi, ma allargata ad un orizzonte
storico assai più ampio e profondo. Lo fa con la consueta verve
polemica, mescolando con sapienza notazioni acute e presupposti
ideologici. La sua tesi di fondo è che una certa sinistra “radicale” e
“antagonista” assegni all’economia un ruolo eccessivo, attribuendo al
capitalismo effetti perversi che derivano dal processo di
secolarizzazione moderna. Ricerca del guadagno con ogni mezzo e dominio
incontrollato sulla natura sarebbero conseguenze non di una data
politica economica, ma dell’“alambicco faustiano” della modernità in cui
si fondono primato dell’individuo e razionalità tecnico-scientifica.
Costi e benefici della civilizzazione moderna sono dunque talmente
intrecciati che non è possibile evitare gli uni senza rinunciare agli
altri. Anziché fare propria questa amara saggezza – che il nostro male
deriva dalla secolarizzazione e dunque è per molti versi inevitabile –
la sinistra radicale se la prende con avversari di comodo.
Posso apprezzare la coerenza interna di questa prospettiva. Che però va
misurata alla prova dei fatti. Mi verrebbe di invitare Galli della
Loggia a fare più storia e meno filosofia. E non perché sia sbagliato
inquadrare questioni contemporanee entro blocchi temporali di lungo
periodo. Fino a quando, però, i paradigmi generali non cancellino le
distinzioni e le discontinuità. La modernità non è un flusso continuo
che scorre dal Quattrocento ai giorni nostri. Essa ha significato molte
cose, spesso in contrasto tra loro. Al suo interno si sono incrociate, e
anche scontrate, politica, economia, tecnica in vicende alterne.
L’uscita dall’orizzonte teologico non ha portato solo egoismi e
conflitti, ma anche responsabilità e vita civile. All’interno del
Moderno ci sono fenomeni diversi come l’umanesimo italiano, lo Stato
assoluto, il repubblicanesimo olandese, la rivoluzione francese, il
liberalismo ed il socialismo. C’è la richiesta di libertà, ma anche
l’esigenza di uguaglianza. Non mi sembra che sindacalismo, New Deal e
Welfare siano antimoderni. Schiacciare tale complessità sul primato
dell’individuo e il trionfo della tecnica, mi pare quantomeno riduttivo.
Si può dire che i nostri problemi nascono dalla modernità, ma anche che
derivino dal suo mancato compimento.
Come spesso accade, le cose non si oppongono mai come il bianco al nero,
ma si combinano in una proporzione che poi fa la differenza. Questo
vale anche per quanto è accaduto nell’ultimo settantennio. Che politica
ed economia siano sempre intrecciate è fuori dubbio. Ciò non significa,
però, che i loro rapporti di forza restino immutati. In questo senso il
liberalismo ottocentesco non è lo stesso del neoliberismo. Due sono
state le fratture decisive che hanno segnato la storia di questi
decenni. La prima va individuata alla fine degli anni Settanta, quando
in nome della liberazione da vincoli oppressivi si è smantellato lo
Stato sociale prima nei Paesi anglosassoni e poi nel resto di Europa. È
stato allora che l’economia è sembrata prevalere fino a spingere la
politica ai margini del quadro.
L’altro passaggio decisivo è stato segnato dal dispiegamento della
globalizzazione, che ha indebolito le prerogative politiche degli Stati
nazionali senza rafforzare – almeno nel caso nostro – quelle del
continente che li contiene. Anch’esso ha contribuito al dominio
incontrastato della logica mercantile, piegata alla finanza e allargata
allo spazio globale, rispetto alle regole che nel primo trentennio del
dopoguerra hanno protetto le fasce più deboli. Certo, neanche allora i
regimi occidentali erano “il regno dell’autenticità e della
solidarietà”. Ma mi pare ci sia una differenza tra una società che si
prefigge l’obiettivo della piena occupazione e un’altra che rende il
mercato del lavoro una corrida in cui chi vince prende tutto e chi perde
si può anche suicidare. Nella storia uno stesso fenomeno assume un
senso diverso a seconda del contesto spaziale e temporale in cui si
verifica. Se degli uomini vengono frustati a morte finché annegano in
mare non è la stessa cosa se ciò accade a fine Settecento sulle coste
della Virginia o nel 2013 non lontano dalla Sicilia.
Ciò ha a che vedere con la centralità dell’individuo e lo sviluppo
impetuoso della scienza? Forse ha più a che fare con il modo con cui
entrambi vengono intesi e praticati. Personalmente, pur considerando
decisiva la rivendicazione dei diritti individuali, ho sempre insistito
sul polo della comunità. Quanto poi alla relazione tra tecnica e vita mi
esprimerei con prudenza. Premesso che l’uomo è l’animale tecnologico
per eccellenza, sono lontano dall’idea ingenua che gli enormi problemi
che abbiamo di fonte possano essere risolti dalla tecnica. I cui effetti
politici dipendono comunque da coloro che ne gestiscono gli accessi e
il controllo. Essere di sinistra, non so se “radicale”, significa
pensare che ciò che ci aspetta non è mai del tutto determinato da quanto
ci precede.
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