giovedì 23 gennaio 2014

Renzi come Mandela e Togliatti: l'inutile umiliazione di Massimo L. Salvadori

Il dovere di trattare
di Massimo L. Salvadori Repubblica 23.1.14

Se aver fatto entrare Berlusconi nel tempio di via del Nazareno avesse solo indotto l’ex viceministro Fassina a levare un grido di indignazione nei confronti di Renzi e a denunciare un senso di profonda vergogna per un atto che offende i valori più profondi del popolo Pd, la faccenda potrebbe essere tranquillamente archiviata. La cosa assume invece un maggiore rilievo dal momento che il presidente dimissionario del partito Cuperlo — pur astenendosi dagli eccessi retorici di Fassina — ha rilanciato l’accusa a Renzi di aver seminato «smarrimento» nelle file diessine per aver aperto la strada alla «piena rilegittimazione politica» di un Berlusconi «fuori gioco».
È ovvio che l’indignazione di Fassina e Cuperlo non va considerata in termini angustamente moralistici. Va intesa e discussa a livello propriamente politico, ragionando se Renzi abbia effettivamente la responsabilità di aver rilegittimato e riportato al centro della scena il Cavaliere trattando con lui (lasciando da parte la sciocchezza di fargli anche carico di averlo fatto incontrandolo nella sede del Pd). Nel novembre 2011 furono moltissimi, a partire da berlusconiani di prima fila, a ritenere che il Cavaliere fosse politicamente defunto. Poi le cose andarono per il verso opposto. Egli risuscitò per forza propria, per l’ingresso del suo partito e dei suoi uomini nei governi delle larghe intese, per la capacità di riconquistare un ragguardevole consenso elettorale, per essere quindi rientrato in gioco come soggetto di cui non si poteva non tenere conto. Altra sorpresa fu che la scissione del Popolo della libertà non indebolì il Cavaliere in modo da metterlo ai margini. Ma — dicono i Fassina e i Cuperlo — la sentenza della magistratura che ne ha fatto ufficialmente un condannato e la decadenza dal Senato lo hanno reso un intoccabile, anzitutto sul piano morale, con cui il segretario del Pd non avrebbe dovuto aprire trattative: averlo fatto è motivo di scandalo. Qui siamo all’ipocrisia per un verso e all’inettitudine politica per l’altro. All’ipocrisia perché non si doveva certo attendere la sentenza dei giudici per condannare Berlusconi, ormai noto da anni all’universo mondo per averne fatte di cotte e di crude; all’inettitudine politica poiché, non avendo purtroppo tutto ciò avuto quale esito di renderlo anche solo parzialmente ininfluente al fine di varare la riforma elettorale e le riforme istituzionali — che, ripetiamolo, le sinistre avevano sempre proclamato doversi realizzare cercando il rapporto con tutte le forze parlamentari — è stata ed è la realtà dei rapporti di forza a rendere necessarie le trattative col Cavaliere. Peccato che sia andata così, ma il realismo politico ha un sapore aspro. Se di vergogna si vuole parlare, allora bisogna dire che la grande vergogna è che troppi elettori abbiano continuato a rivolgersi a lui e che gli oppositori non siano stati finora capaci di sottrargli quel consenso; tanto da costringere l’uno e gli altri a sedere a un tavolo che certo scotta e a cercare le vie del compromesso.
Un compromesso è un atto compiuto da forze diverse e persino antagoniste per raggiungere uno scopo che è giudicato utile per entrambe e, se si vogliono usare i toni alti, per il bene comune, alla luce della massima di Machiavelli che la politica non si fa con ipater noster. I leader sono coloro che, partendo dalla considerazione realistica dei fatti, ne sanno tirare le conseguenze. Ed è sempre accaduto che compromessi di questo tipo siano stati accompagnati da accuse di cedimenti insopportabili. Due soli esempi — si parva licet componere magnis — . Quando Togliatti strinse il patto con Badoglio, vi furono coloro che, scandalizzati, si domandarono come fosse possibile che il capo del Partito comunista accettasse di accordarsi con il maresciallo che era stato il capo dell’esercito fascista ed era diventato l’uomo della monarchia che aveva portato l’Italia alla catastrofe. Eppure Togliatti lo strinse, sbloccando una situazione altrimenti senza sbocco. Quando venne liberato, Mandela, per aver trattato con Botha e de Klerk le condizioni della fuoriuscita del Sudafrica dall’apartheid, si trovò di fronte a membri dell’Anc i quali disapprovavano che egli avesse potuto accordarsi con i capi del sistema segregazionista. Costoro — racconta Mandela nella sua autobiografia Long Walk to Freedom — dicevano: «Mandela si è rammollito. È stato comprato dalle autorità. Indossa abiti a tre pezzi, beve vino e mangia buon cibo». E aggiunge: «Sapevo di questi mormorii, e intendevo confutarli. Sapevo che la via migliore per smascherarli era semplicemente essere franco e onesto circa tutto ciò che avevo fatto».
Orbene, tornando alle cose di casa nostra, nessuno può non ammettere che Renzi — e ha ragione di rivendicarlo — ha seguito la strada del leader sudafricano: aver trattato con l’indigesto Cavaliere alla luce del sole. Altra questione è naturalmente il pieno diritto dei suoi avversari politici, dentro e fuori il Pd, di avanzare tutte le critiche nel merito dei contenuti e dei loro effetti: a patto di non farci tornare al punto di partenza. Ma si lasci da parte il moralismo anti-politico. Il dovere del leader politico, la sua responsabilità nei confronti del popolo è di trattare a porte aperte.

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