domenica 26 gennaio 2014

Ritrovate due poesie di Saffo





La scoperta di quei nuovi versi di Saffo su papiri (forse) di contrabbando

di Lorenzo Cremonesi Corriere 4.3.14

«Che cosa c’è in fondo ai tuoi occhi, dietro il cristallino, oltre l’apparenza?». Citi Saffo e leggi capostipite della poesia d’amore universale. Di lei, la «decima musa», come la chiamava Platone, si sa poco. Se non che fosse nata a Mitilene, nell’isola greca di Lesbo, durante il sesto secolo avanti Cristo. Parte della sua fama è dovuta al fatto che le poesie erano intese come odi da cantare, non da codificare nella scrittura. Solo una è giunta direttamente ai nostri giorni. Si capisce dunque l’importanza della scoperta l’anno scorso di versi appartenuti a due poemi sconosciuti.
Ma il valore della scoperta è direttamente proporzionale all’inquietudine per l’origine sospetta di un numero enorme di reperti antichi provenienti delle caotiche regioni delle primavere arabe o coinvolte nelle guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente negli ultimi decenni. Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alle colline insanguinate della Siria, sino all’Egitto. Qui è sufficiente un piccolo tour nella piana desertica attorno alle Piramidi per scoprire gli scavi a cielo aperto dei tombaroli sotto il naso della polizia, che non muove un dito.
Il caso egiziano riguarda direttamente le poesie di Saffo. È stato infatti Dirk Obbink, papirologo all’università di Oxford, a segnalare con stupore che i versi riportati su di un papiro ritrovato su di una mummia egiziana erano della poetessa di Lesbo. La notizia è stata ripresa con clamore a gennaio dal quotidiano britannico The Guardian . Ma proprio tanta pubblicità ha spinto gli studiosi a lanciare il grido di allarme sull’origine del reperto. Sembra infatti provenga da un collezionista privato, che garantisce sulla legalità delle transazioni effettuate, ma rifiuta di rivelare le proprie generalità e chiede il diritto di privacy sull’iter dell’oggetto. Non è dunque strano che oggi siano in tanti a chiedere trasparenza. Come nota tra i tanti il New York Times , anche se il papiro di Saffo avesse una vicenda perfettamente legale, l’indifferenza sulla sua provenienza e qualsiasi distrazione sul mercato clandestino non possono altro che incoraggiare i trafficanti di opere rubate.
 


Luciano Canfora 110 27-01-2014 corriere della sera 27


L’ansia di Saffo per i suoi fratelli
I tormenti familiari nei frammenti ritrovati della poetessa

di Maurizio Bettini Repubblica 4.2.14


Questa storia di famiglia, certo una delle più famose dell’antichità, era nota già a partire da Erodoto, V secolo a. C. Lo storico di Alicarnasso raccontava infatti che Saffo aveva un fratello maggiore, Carasso, commerciante in vini. Durante uno dei suoi viaggi in Egitto il giovane si era innamorato di una cortigiana, Rodopi, e per lei si era rovinato economicamente, tanto che la poetessa aveva espresso il proprio sdegno in una delle sue poesie. Ovidio non si era fatto sfuggire l’occasione di riprendere la vicenda, e in una delle sue lettere di eroine – le Heroides appunto – aveva messo in scena una Saffo non solo innamorata del bel Faone, ma ancora amareggiata per il comportamento del fratello. Quanto alla poesia posteriore, non erano mancate allusioni alle seduzioni di Rodopi, alla passione di Carasso e ai versi immortali della poetessa di Lesbo. Ma al di là delle dicerie e delle invenzioni dei poeti, che cosa aveva scritto veramente Saffo a proposito di suo fratello? Per poterne avere un’idea si è dovuto attendere l’era della moderna papirologia, che già da tempo ci ha restituito poche e agognate linee: nelle quali Saffo invocava Afrodite e le Nereidi, divinità legate alla navigazione, affinché il fratello potesse tornare a casa sano e salvo, e «fossero cancellati gli errori di un tempo ed egli divenisse gioia ai suoi cari e sciagura per i nemici». Adesso un nuovo papiro getta ulteriore luce su questa antica vicenda. Nel prossimo numero della rivista
Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, infatti, Dirk Obbink, professore al Christ Church di Oxford, pubblicherà due nuovi frammenti della poetessa: di essi il primo, più lungo, si riconnette sicuramente alla vicenda di Carasso; il secondo, più breve, contiene un’invocazione ad Afrodite che ne rammenta altre analoghe della poetessa di Lesbo. Che cosa racconta il frammento più lungo? In esso la poetessa si rivolge a qualcuno che, a quanto pare, sostiene che Carasso sia finalmente tornato, con la sua nave carica di mercanzie. Questo però, dice Saffo, possono saperlo solo Zeus e gli dèi tutti, tu dovresti piuttosto invitarmi a pregare Era, la regina, affinché Carasso giunga fin qui sano e salvo e trovi noi sani e salvi. Il resto è meglio affidarlo agli dèi, perché spesso a grandi tempeste succedono d’improvviso giorni radiosi… A questo punto, però, viene la parte forse più interessante, o meglio più intrigante, dell’intero componimento.
Sapevano già che Saffo aveva un fratello minore, Larichos, che fu coppiere del Pritaneo a Mitilene. Nel nuovo frammento di cui parliamo, la poetessa dichiara che «anche noi, se Larico sollevasse la testa e diventasse finalmente uomo, saremmo subito liberati da molte tristezze». Saffo e i suoi sembrano dunque attraversare un momento difficile, probabilmente in relazione alla lontananza di Carasso, e dunque ci si attende supporto da Larico: che dovrebbe però farsi veramente “uomo”. Ma Saffo lo invita davvero a «sollevare la testa»? O non piuttosto, come Obbink sembra ritenere, a «vivere liberamente», cioè senza aver obbligo di lavorare, in quanto membro di una classe agiata? La differenza fra le due interpretazioni sta tutta in una lettera, che probabilmente però darà molto da fare agli specia-listi: Dirk Obbink, ma con lui anche il nostro Franco Ferrari.


Anche Saffo teneva famiglia
Un papiro egiziano restituisce due frammenti inediti della poetessa: non parlano della sua cerchia femminile ma di due fratelli scapestrati che rischiano di rovinarladi Antonio Aloni La Stampa 12.2.14

La notizia circola da qualche settimana: un nuovo papiro egiziano riporta frammenti di due poemi di Saffo, uno dei quali ignoto. Tutto ha inizio grazie alla generosità scientifica di Dirk Obbink, papirologo di Oxford e curatore della prestigiosa collana dei Papiri di Ossirinco, la più importante del mondo, e la più prolifica di testi inediti.
È la seconda volta in questo breve millennio che testi di Saffo vengono ritrovati e pubblicati: dieci anni fa un papiro dell’Università di Colonia ci ha restituito una diversa versione del famoso Carme della vecchiaia e un ulteriore misterioso frammento (di tutto ciò trattò su questo giornale, e con la consueta maestria, Vincenzo Di Benedetto).
Il nuovo papiro ha qualche aspetto misterioso: l’origine è ignota, come ignoto ne è il proprietario che lo affidò a Obbink per la pubblicazione. Viste le restrizioni poste dal governo egiziano agli scavi e soprattutto all’esportazione dei papiri, si è sviluppato un fiorente commercio clandestino, nel quale venditori e acquirenti sono per lo più sconosciuti. I prezzi sono comunque alti. È il caso di alcuni papiri dell’Università di Colonia o del Papiro di Artemidoro, di cui in questi anni si è a lungo e accesamente discussa l’autenticità.
Simili polemiche non sorgeranno a proposito del nuovo documento: alcuni versi sembrano coincidere con i resti di un poema di Saffo. Tuttavia il nuovo papiro non mancherà di suscitare l’interesse e la discussione. Si inserisce infatti in una parte della produzione saffica finora poco attestata e poco esplorata: i nuovi frammenti non parlano della vita e dei sentimenti delle donne, per lo più adolescenti prossime al matrimonio, che facevano parte del gruppo che circondava Saffo. Nel frammento meglio conservato l’occhio è puntato sulla famiglia della poetessa e sulle sue vicende e difficoltà politiche e economiche.
Saffo «teneva famiglia», e si trattava di una famiglia importante e complicata; aveva un marito – un ricco aristocratico di Andros, l’«isola dei gelsomini» di Ioanna Karistiani – e almeno una figlia, di nome Cleide. Ma soprattutto aveva dei fratelli, e due di questi ci interessano in modo particolare. Del più giovane, Larico, finora sapevamo che Saffo ne era molto fiera, perché era stato scelto a fare il coppiere ai notabili di Mitilene, il capoluogo dell’isola; più dettagliate e complesse notizie avevamo di un altro fratello di nome Carasso.
Le sue avventure ci sono raccontate da varie fonti, da Erodoto al geografo Strabone, a Ateneo, una specie di tuttologo di età romano imperiale. In sintesi: Carasso si invaghì a Naucrati di una prostituta di nome Rodopi, e per lei quasi rovinò se stesso e la famiglia. L’uomo si trovava a Naucrati – il primo emporio commerciale aperto per i Greci in Egitto a cavallo fra il VII e il VI secolo a. C. – per commerciare vino. Quando finalmente tornò a Mitilene fu duramente rimproverato dalla sorella in un poema. La vicenda permette di indagare aspetti di solito trascurati della vita di una città arcaica: un membro di una famiglia nobile e ricca viaggia per mare alla volta di lontani mercati, per vendere i surplus della propria produzione agricola; soprattutto vino, prodotto assai richiesto dagli assetatissimi Egiziani. I suoi comportamenti mettono in pericolo la situazione complessiva della famiglia e vengono stigmatizzati nei canti dalla sorella. Il problema è che tutta la storia ha tratti decisamente favolistici, al punto che molti studiosi hanno pensato che si tratti di una invenzione dei biografi di Saffo.
Il nuovo papiro si inserisce prepotentemente in questo contesto e sembra dirimere la questione. Contiene i resti di due poemi, chiamati da Obbink rispettivamente Brothers Poem e Kypris Poem. Del secondo poco si può dire per lo stato deplorevole del testo, del primo si conservano invece ben cinque strofe (le cosiddette saffiche) quasi integre.
All’inizio l’io poetico (diciamo Saffo) si rivolge aggressivamente a un interlocutore, cui impone di smettere di annunziare il ritorno di Carasso; gli chiede piuttosto di potere andare a pregare gli dèi più importanti dell’isola (Zeus e Era, che insieme con Dioniso formano una triade venerata in tutta Lesbo) perché favoriscano un ritorno felice. Un ritorno che sarà come il bel tempo dopo una tempesta: Carasso ha insomma messo in pericolo le sorti della famiglia. Saffo ribadisce ancora la sottomissione al volere degli dèi, e poi d’improvviso si volge a parlare di Larico, e questi viene accusato di non volere diventare adulto, di non volere contribuire al benessere (forse più sociale che materiale) della famiglia. Insomma Saffo mostra un caratterino tale, che ci aiuta a capire come mai in parecchi frammenti si premuri di dire di non essere persona soggetta all’orga, cioè all’ira. La lingua batte...
In modo quasi miracoloso (forse fin troppo) il frammento sembra confermare le malefatte di Carasso e ci informa ulteriormente sulla figura dell’altro fratello Larico, che qui però si prende una solenne lavata di capo. Si tratta insomma di un poema non dedicato alla vita del gruppo femminile che tanta parte è della poesia saffica, bensì rivolto a commentare vicende che riguardano tutto il potente clan cui Saffo e i suoi fratelli appartengono. Forse il livello poetico non è elevatissimo, ma il testo è senz’altro di fondamentale importanza per meglio comprendere le dinamiche sociali e politiche di una collettività arcaica.

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