giovedì 13 marzo 2014

Critica del moralismo o distruzione dell'etica?


La critica dell'ideologia - e quella della costruzione industriale dell'indignazione morale o quella del politicamente corretto - può essere di sinistra o di destra, come in questo caso [SGA].

Thilo Sar­ra­zin: Der neue Tugend­ter­ror. Über die Grenzen der Meinungsfreiheit in Deutschland, DVA Verlag 

Risvolto
Meinungsfreiheit ist ein Grundrecht. Doch im Alltag begegnet man so manchem Denk- und Redeverbot. Thilo Sarrazin analysiert in seinem neuen Buch den grassierenden Meinungskonformismus. Wer Dinge ausspricht, die nicht ins gerade vorherrschende Weltbild passen, der wird gerne als Provokateur oder Nestbeschmutzer ausgegrenzt. 



Mit gewohntem Scharfsinn prangert Thilo Sarrazin diesen Missstand an, zeigt auf, wo seine Ursachen liegen, und benennt die 14 vorherrschenden Denk- und Redeverbote unserer Zeit.


Daniele Giglioli: Critica della vittima. Un esperimento con l'etica, Nottetempo, pp. 130, euro 12

Risvolto
La vittima è l'eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione, debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subito, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto. È tempo però di superare questo paradigma paralizzante, e ridisegnare i tracciati di una prassi, di un'azione del soggetto nel mondo: in credito di futuro, non di passato. 

Il terrorismo della virtù 

Ideologia tedesca. Autore di tre voluminosi pamphlet, Thilo Sarrazin si propone di demolire «il politicamente corretto». Niente di nuovo, ma l’autore però è un dirigente della Spd, che si scaglia contro il «delirio dell’egualitarismo» dovuto alla presenza degli immigrati e l’Unione europea. Tace, però, il fatto che tra le sue posizioni e le scelte economiche della Troika non ci sono tante differenze. E che il dispositivo linguistico che attacca è lo stesso che viene usato per legittimare e prevenire le critiche verso le scelte neoliberiste del governo di Berlino e dell’Union europea
Marco Bascetta, il Manifesto 13.3.2014 



Eduard Meyer, il grande sto­rico dell’antichità tede­sco (1855–1930) definì una volta il gia­co­bi­ni­smo come un sistema per man­dare a morte migliaia di per­sone col­pe­voli di non essere vir­tuose. Non gli si può dare del tutto torto seb­bene, nel pieno di una rivo­lu­zione, l’idea di virtù non risponda per­lo­più al suo signi­fi­cato ordi­na­rio e si pre­sti a ogni sorta di mani­po­la­zioni. Ai gua­sti della rivo­lu­zione gia­co­bina vor­rebbe richia­marsi ideal­mente il titolo di un libro uscito a fine feb­braio in Ger­ma­nia, Der neue Tugend­ter­ror («Il nuovo ter­ro­ri­smo della virtù») che si pro­pone in quasi 400 pagine di demo­lire la dot­trina del «poli­ti­ca­mente cor­retto», attra­verso la quale l’egemonia della sini­stra sul mondo dei media impe­di­rebbe l’espressione di ogni pen­siero dis­so­nante con lo scopo di occul­tare sco­mode verità e sca­brose circostanze. 

Ma a dire il vero tutto può essere impu­tato al «comi­tato di salute pub­blica» salvo di esser stato poli­ti­ca­mente corretto. 

L’autore del monu­men­tale pam­phlet si chiama Thilo Sar­ra­zin ed esprime opi­nioni non dis­si­mili dalla nostra Oriana Fal­laci ultima maniera, o da Giam­paolo Pansa. E anche la lamen­ta­zione sull’improbabile spet­tro di una ege­mo­nia cul­tu­rale della sini­stra (che una sola appa­ri­zione di Mat­teo Renzi farebbe imme­dia­ta­mente scom­pa­rire) è ben nota da un pezzo alle nostre lati­tu­dini. Il per­se­gui­tato dal «ter­ro­ri­smo della virtù», e dalla con­se­guente cen­sura pro­gres­si­sta, è in realtà un autore da cen­ti­naia di migliaia di copie che infe­sta i talk show e dilaga sulle pagine dei prin­ci­pali gior­nali tede­schi. Il per­so­nag­gio, poi, non è certo di quelli di secondo ordine. Espo­nente da sem­pre della Spd (che ancora non lo ha cac­ciato nono­stante la richie­sta di molti espo­nenti del par­tito in que­sto senso) è stato mem­bro della dire­zione della Bun­de­sbank e mini­stro delle finanze nel senato di Berlino. 
La legge della Bundesbank 

La sua for­tu­nata car­riera di pole­mi­sta ha ini­zio con un volu­mone inti­to­lato Deu­tschland schafft sich ab, («La Ger­ma­nia si auto­di­strugge») nel quale si lamenta, sta­ti­sti­che alla mano, l’abbassamento del livello cul­tu­rale e civile della Repub­blica fede­rale dovuto all’immigrazione, soprat­tutto isla­mica e alle rela­tive poli­ti­che di inte­gra­zione. Pro­se­gue, poi, con un’altra pon­de­rosa opera inti­to­lata L’Europa non ha biso­gno dell’euro (tra­dotta in ita­liano per i tipi di Castel­vec­chi) nella quale rilegge l’insorgenza e lo svi­luppo della crisi dal punto di vista dell’interesse tede­sco e dell’euroscetticismo. Trat­tan­dosi di un eco­no­mi­sta che cono­sce il suo mestiere non fatica a evi­den­ziare le molte incon­gruenze che cir­co­lano nell’interpretazione della crisi, ma lo schema ordo­li­be­ri­sta cui si attiene non pre­senta grandi novità e la posi­zione poli­tica è del tutto chiara: l’euro e l’Europa, che a Ber­lino non avreb­bero affatto recato i van­taggi che molti gli attri­bui­scono, non sono che il frutto di quel senso di colpa di cui la Ger­ma­nia dovrebbe final­mente libe­rarsi, per poter agire con le mani libere e la mente sgom­bra dai rimorsi sullo scac­chiere glo­bale. Dalle nume­rose cri­ti­che demo­li­trici che i suoi due best sel­ler hanno rice­vuto nella Repub­blica fede­rale, Sar­ra­zin, cui non difetta certo una buona dose di nar­ci­si­smo, desume l’esistenza di quel «ter­ro­ri­smo della virtù» di cui si ritiene vit­tima e con­tro cui si sca­glia nell’ultimo recente libro, lan­ciato sul mer­cato con una prima tira­tura di cen­to­mila copie. 

Il tema che ricorre nei suoi scritti e nei suoi nume­rosi inter­venti pub­blici è la denun­cia di un pre­sunto «deli­rio egua­li­ta­rio» che dall’integrazione dei migranti, al rico­no­sci­mento del plu­ra­li­smo cul­tu­rale, alla parità di genere, alla pena­liz­za­zione dei migliori con­dur­rebbe all’ennesimo «tra­monto dell’Occidente». O, più pre­ci­sa­mente, della Ger­ma­nia, sem­pre inchio­data a quel pas­sato che la richiama a una par­ti­co­lare respon­sa­bi­lità nei con­fronti dell’Europa e a una estrema cir­co­spe­zione nell’esibire la pro­pria potenza. I ric­chi, insi­ste Sar­ra­zin, non si devono ver­go­gnare, né i sin­goli, né le nazioni. E nem­meno lasciarsi con­di­zio­nare dalla memo­ria sto­rica. Il pole­mi­sta non nutre dubbi, ciò che i suoi cri­tici vor­reb­bero ridurre a opi­nioni, più o meno dete­sta­bili, sono verità, dati di fatto, con­sta­ta­zioni incon­tro­ver­ti­bili. Qual­che esem­pio? Pren­dendo per oro colato studi e sta­ti­sti­che sul quo­ziente di intel­li­genza (è dav­vero straor­di­na­rio che qual­cuno abbia ancora il corag­gio di farlo) il nostro autore sta­bi­li­sce che tanto i più intel­li­genti quanto i più stu­pidi sono di sesso maschile e che, in con­se­guenza, la medietà (o medio­crità) delle pre­sta­zioni intel­let­tuali fem­mi­nili ren­de­rebbe impro­po­ni­bile qual­siasi pre­tesa ideo­lo­gica di parità. Oppure, sta­bi­lendo la mag­giore fra­gi­lità del bam­bino edu­cato da un sin­golo geni­tore, Sar­ra­zin pro­pone un regime pre­miale per le cop­pie che rinun­cino al divor­zio o alla sepa­ra­zione. Non c’è, insomma, pul­sione rea­zio­na­ria che non trovi tra le righe e le parole di que­sto sin­go­lare social­de­mo­cra­tico, acca­ni­ta­mente attac­cato alla sua appar­te­nenza di par­tito, la pro­pria soddisfazione. 

Ipo­cri­sia delle paroli forti 

Il mugu­gno popo­lare assume nelle opere di Sar­ra­zin la veste della scienza, il pre­giu­di­zio si tra­sforma abil­mente in dato sta­ti­stico e giu­di­zio ana­li­tico. Quello che «molti pen­sano, ma non osano dire» trova final­mente la sua for­mu­la­zione «alta». 

È com­pren­si­bile che simili opi­nioni abbiano pro­dotto un certo imba­razzo nell’establishement di Ber­lino e nella grande stampa, con l’eccezione entu­sia­sta di quella più deci­sa­mente di destra. Non è certo pia­ce­vole, dopo aver fatto della com­pe­ti­zione tra per­sone e della com­pe­ti­ti­vità tra paesi il prin­ci­pio più sacro e invio­la­bile, dopo aver fatto della norma libe­ri­sta una indi­scu­ti­bile legge di natura, dopo aver impo­sto all’Europa intera l’«ideologia» tede­sca e la «virtù» della sol­venza e avere equi­pa­rato il debito a una ver­go­gnosa colpa, sen­tirsi accu­sare di «deli­rio egua­li­ta­rio». Va bene la blin­da­tura delle fron­tiere, la limi­ta­zione dell’immigrazione, la restri­zione del diritto d’asilo, ma non è bello sen­tir dire fuori dai denti, come si per­mette di fare Sar­ra­zin, che «vivere sotto una dit­ta­tura o patire la fame non è una buona ragione per chie­dere asilo». In realtà è pro­prio quest’ultimo, Thilo Sar­ra­zin, a eser­ci­tare insi­sten­te­mente il «ter­ro­ri­smo della virtù» in quella moderna ver­sione meri­to­cra­tica che con­si­dera un eccesso di cor­re­zioni egua­li­ta­rie (di cui comun­que sem­pre meno si vede trac­cia) come un osta­colo allo svi­luppo e un inde­bo­li­mento del «prin­ci­pio di pre­sta­zione». E che non esita a con­si­de­rare il debito e la povertà come una colpa che non merita alcun aiuto ma solo espiazione. 

Il «poli­ti­ca­mente cor­retto», lungi da ogni pre­tesa di «ter­ro­riz­zare» chic­ches­sia, è, al con­tra­rio, quella sot­tile patina di ipo­cri­sia, quel dispo­si­tivo lin­gui­stico di cui buona parte delle aspi­ra­zioni del nostro autore abbi­so­gnano per poter essere rea­liz­zate. Non è certo, come sostiene Sar­ra­zin, «un codice erme­tico del buono, del vero e del cor­retto», ma lo stru­mento ideo­lo­gico mediante il quale si cerca di impe­dire che la vio­lenza eco­no­mica (quella, per inten­dersi, che ha fatto cre­scere la mor­ta­lità infan­tile in Gre­cia del 43 per cento dall’inizio della crisi, che ha mol­ti­pli­cato i malati di Aids e accor­ciato la vita di tutti) riceva, come meri­te­rebbe, una rispo­sta vio­lenta. La con­danna delle «parole forti» copre reto­ri­ca­mente l’esercizio delle maniere forti. Il gala­teo accom­pa­gna da presso l’uso del man­ga­nello. Da quando le social­de­mo­cra­zie hanno sco­perto che «il libe­ri­smo è di sini­stra» biso­gna stare bene attenti a come si parla per non com­pro­met­tere la tenuta di que­sta bril­lante simu­la­zione. Lad­dove il poli­ti­ca­mente cor­retto e la ruvida realtà delle poli­ti­che di sfrut­ta­mento del lavoro e di demo­li­zione del wel­fare inte­ra­gi­scono e si sor­reg­gono a vicenda. 
La vio­lenza della Troika 

Il suc­cesso «let­te­ra­rio» dell’ex sena­tore ber­li­nese è un segno evi­dente dei pes­simi umori che cir­co­lano in Ger­ma­nia, così come il seguito, per nulla tra­scu­ra­bile, con­se­guito dal par­tito anti­eu­ro­pei­sta «Alter­na­tive fuer Deu­tschland». Ciò che dovrebbe pre­oc­cu­parci è soprat­tutto la pos­si­bi­lità, per nulla remota, che que­sti umori, al di là da ogni con­danna delle dete­sta­bili ester­na­zioni di Sar­ra­zin o dai risul­tati elet­to­rali degli euro­scet­tici, con­di­zio­nino pesan­te­mente la poli­tica della grande coa­li­zione che governa a Ber­lino. Del resto la Bun­de­sbank, che pure, (con­tra­ria­mente alla Spd, ben attenta a non per­dere i voti pro­ve­nienti da destra che per­so­naggi come Sar­ra­zin le garan­ti­reb­bero), si è libe­rata del suo imba­raz­zante alto fun­zio­na­rio, non parla certo il gergo del «poli­ti­ca­mente cor­retto» e col­tiva una col­lau­data forma di ter­ro­ri­smo della virtù. Quella che tutti i paesi inde­bi­tati d’Europa hanno lar­ga­mente spe­ri­men­tato sulla pro­pria pelle. E che Sar­ra­zin con­di­vide ampia­mente aggiun­gen­dovi quell’armamentario biologico-razziale di cui altri fanno invece mostra di ver­go­gnarsi. I suoi testi pole­mici hanno l’indubbia uti­lità di pre­sen­tarci, nella sua cruda arro­ganza, il cata­logo com­pleto di tutto ciò che in Ger­ma­nia e in Europa merita di essere denun­ciato e com­bat­tuto. Di met­tere in bella copia le tona­lità emo­tive di una opi­nione pub­blica cor­rotta dall’ideologia della pro­pria virtù, sem­pre sull’orlo di tra­sfor­marsi in senso di «superiorità». 

A cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla defi­ni­zione che Eduard Meyer diede del gia­co­bi­ni­smo sono a dire il vero le poli­ti­che reces­sive, ele­gan­te­mente defi­nite «aggiu­sta­menti strut­tu­rali», che l’attuale comi­tato di salute pub­blica costi­tuito dall’Fmi, da Bru­xel­les e dalla Bce impon­gono ai paesi dell’Europa medi­ter­ra­nea, e cioè un sistema per man­dare a morte decine di migliaia di per­sone col­pe­voli di non essere vir­tuose, e pro­ba­bil­mente nean­che di que­sto. Non è una pro­fe­zia è una realtà pie­na­mente dispie­gata di cui quo­ti­dia­na­mente pos­siamo con­sta­tare gli effetti. E non solo nella deva­stata Grecia. 

Su una cosa, a dire il vero, non si può dare torto a Thilo Sar­ra­zin: non esi­ste una gestione «poli­ti­ca­mente cor­retta» della crisi e, ancor meno una rispo­sta cor­tese ad essa. Esi­ste solo un lin­guag­gio che ne occulta la vio­lenza, da una parte, e una este­nua­zione che non rie­sce a tra­sfor­marsi in insor­genza, dall’altra.



Strategia della lacrima sociale Il vittimismo usato come arma
L’invasione ucraina, i grillini espulsi, le quote rosa: da un pamphlet filosofico l’idea che l’induzione alla colpa possa essere infallibile strumento politico
12 mar 2014 Libero SIMONE PALIAGA



«La vittima è l’eroe del nostro tempo». Yulia Timoshenko, l’ex premier ucraino appena liberata sull’onda delle proteste della piazza di Kiev, compare in pubblico sulla sedia a rotelle vittima dei soprusi per poi deambulare liberamente il giorno dopo. Vladimir Luxuria cerca il carcere una settimana prima, durante le Olimpiadi di Sochi, per agitare la bandiera gay. Ma non occorre arrivare sulle sponde del Mar Nero per trovare delle vittime. I senatori grillini espulsi per lesa maestà nei confronti del líder máximo sono i capri espiatori della poca democrazia del Movimento 5 Stelle. Insomma, «il crescente fenomeno della vittimizzazione viene ormai considerato l’unico criterio di giustizia in grado di ottenere riconoscimento» e legittimazione, conferma il critico populista americano Cristopher Lasch ne La cultura dell’egoismo, il confronto radiofonico con Cornelius Castoriadis appena pubblicato da Eléuthera ( pp. 72, euro 8). Ma oggi questa retorica e questo dispositivo di potere che tanta eco si ritagliano facilmente in tv e sui giornali vengono sottoposti da Daniele Giglioli a una serrata Critica della vittima ( Nottetempo, pp. 130, euro 12).
Non si tratta di un pamphlet polemico, ma di una disamina dell’idea di vittima e della conseguente ideologia vittimistica che fa da corollario. L’obiettivo non è bacchettare le vittime reali, ovviamente, ma «la trasformazione dell’immaginario della vittima in instrumentum regni ». Intorno a esso si costruirebbe un dispositivo indispensabile per la conquista e il consolidamento del potere. A cavalcarlo non ci sarebbero solo Ong, giornate del ricordo e della memoria o associazioni di volontariato, ma anche gli Stati che ne farebbero un ottimo volano per loro politica estera, come come accade in questi giorni in Ucraina. Un esempio classico di vittimizzazione che induce il senso di colpa delle nazioni è considerato, da alcuni, anche la sindrome dell’Olocausto insita nel Dna del popolo ebreo: teoria, tra l’altro descritta qualche tempo fa in Lettera ad un amico ebreo, a firma dell’ambasciatore Sergio Romano.
Perché tutto questo? Perché «la vittima garantisce la verità» delle scelte e delle azioni. D’altronde chi si arrogherebbe l’onere di mettere in discussione le sue sofferenze senza perdere credibilità?
«Il credo umanitario», ammonisce Gi-
glioli, «è un sentire sovrano che rende suddito tutto ciò che tocca». L’immagine dell’uomo propria al vittimismo è di assoluta passività, di incapacità di agire. D’altronde se avesse avuto la possibilità di difendersi non sarebbe diventato oggetto di soprusi e di violenze. «Il sacrificio è già avvenuto, non ne occorrono altri. Abbiamo già dato, sostengono le vittime, ora ci aspetta riposare in noi stessi. La condizione di vittima castra la possibilità di agire, in tutti i sensi del termine». E se essa viene meno le vittime non chiedono più «che fare?», come liberarsi carichi di entusiasmo dalle asperità della vita, ma si perdono semplicemente in un vuoto parolaio chiedendosi «chi siamo?».
Grazie alla sua passività la vittima è perfetta per legittimare qualsiasi azione, fosse anche un sopruso perché essa «è irresponsabile, non risponde di nulla, non ha bisogno di giustificarsi: essa è il sogno di qualunque potere». Ma allo stesso tempo le vittime si vedono così private di ogni autonomia «nonché di ogni diritto che non sia quello al soccorso». Questa retorica viene da lontano. Prende le mosse da molte argomentazioni dei padri fondatori del pensiero contemporaneo idolatrato da parte delle sinistre: dalla teorica dei gender studies Judith Butler, al promotore dell’ipotesi del capro espiatorio René Girard al decostruzionista Jacques Derrida fino all’epigone della Scuola di Francoforte Axel Honneth, tutti uniti nel definire l’umano attraverso le sue debolezze, attraverso ciò che non può fare, attraverso le sue passività. Ma il risultato ottenuto è l’opposto delle loro aspettative.
«La prosopopea della vittima», conclude Giglioli, «rafforza i potenti e indebolisce i subalterni. Svuota la capacità di agire. Perpetua il dolore. Coltiva il risentimento. Incorona l’immaginario. Alimenta identità rigide e spesso fittizie. Inchioda il passato e ipoteca il futuro. Scoraggia la trasformazione. Privatizza la storia. Confonde libertà e irresponsabilità. Inorgoglisce l’impotenza, o la ammanta di potenza usurpata». E veicola, per dirla ancora con il compianto e grande Christopher Lasch, rivendicazioni di interessi specifici promosse da gruppi di interesse specifici. Veicola, insomma, l’egoismo contro le aspirazioni della comunità e del discorso pubblico.

Quante storie fa la vittima
C'è una fittissima rete di micropoteri che condiziona la vita delle persone eppure nessuno trama contro di noi per impedirci di essere felici
Di Filippo La Porta Il Sole 24Ore Domenica 16.3.14


Chi oggi non ama percepirsi un poco vittima – delle circostanze, degli altri, del proprio ambiente lavorativo, della famiglia, del capitalismo, del proprio carattere –? «La vittima è l'eroe del nostro tempo»: dalle prime righe della Critica della vittima (Nottetempo) sentiamo che Daniele Giglioli affronta – temerariamente – un demone dell'immaginario contemporaneo. La mitologia della vittima innerva la nostra esistenza quotidiana, ci dà una storia riconoscibile e una identità stabile, assicura prestigio, garantisce un ascolto, e viene assunta – con qualche spudoratezza – perfino dai potenti. Figura tipica del nostro tempo è quella della vittima aggressiva, che si considera aprioristicamente innocente, e che dunque può avere perfino licenza di uccidere. Ancora più osceno è il vittimismo delegato, di cui si appropriano eredi e portavoce: «tragedie per procura, risentimento in appalto» (i concerti live aid contro la fame nel mondo eccetera). Lo stile dell'autore è come scandito, vibrante (benché problematico), ispirato da una passione "politica" appena dissimulata. La sua ricognizione sul tema è capillare: dal martirologio delle rockstar morte per droga (capri espiatori che hanno sofferto per i nostri peccati e non «miliardari di successo» tossicodipendenti) alla suggestione cristologica di Pasolini (il suo uso iperbolico del linguaggio: «genocidio culturale» per l'industrializzazione del paese), e al culto ossessivo dei propri caduti da parte di ex militanti degli anni Settanta. Quasi liberatorio l'affondo di Giglioli contro quella filosofia segretamente necrofila (e heideggeriana) che fonda la propria ontologia sul nostro essere vittime («siamo perché subiamo»), contro la retorica dolciastra dei Derrida e Levinas, per i quali si impara a vivere solo attraverso la morte, e si riconosce appieno l'altro in quanto futuro morente che annuncia la mia morte attraverso la sua... Anche il linguaggio dei film di guerra è mutato: dal Vietnam in poi la convinzione vittimistica – da parte di chi fa la guerra – che «noi non c'entriamo» si esprime attraverso l'uso della ripresa soggettiva e verbosi monologhi sul perché della guerra stessa. Inoltre, «gli scrittori hanno sempre fatto le vittime», da Arbasino che lamentava il provincialismo dei colleghi (ritenendosene al riparo) al "carisma autoriale" di Moresco, fondato sulla sua presunta esclusione dall'editoria, e fino all'ossessione contemporanea per il plagio letterario. Infine: fa benissimo l'autore a dissociarsi dai molti pamphlet conservatori contro la cosiddetta cultura del piagnisteo, perché la loro è «una critica che non conosce empatia». Un conto denunciare l'ideologia vittimistica (paralizzante) e un altro conto mostrare indifferenza per le (molte) vittime reali del nostro presente. 
Ma proviamo a individuare qual è la radice ultima del vittimismo contemporaneo. Forse mitologia della vittima e paranoia del complotto sono speculari (come qui viene solo adombrato). Entrambe soddisfano infatti una domanda di senso e rifiutano l'idea che sia il caso a governare una larga parte dell'esistenza. Una fittissima rete di micropoteri condiziona la vita delle persone, ma nessuno trama contro di noi per impedirci di essere felici. È l'esistenza stessa ad avere un nucleo tragico, perché implica uno scarto ineliminabile tra desideri e mondo reale. In prima istanza siamo tutti "vittime", per la semplice ragione che tutti subiamo la realtà. Un riconoscimento che non porta affatto all'inerzia o al relativismo morale. E anzi significa non sentirsi appagati da questa gratificante prosopopea vittimaria, né invocare oppressioni secolari, ma individuare «le vere linee di frattura, ingiustizia e ineguaglianza». Un invito illuministico a distinguere, a capire in quali casi contingenti, limitati, possiamo verosimilmente considerarci vittime e soprattutto quali sono le nostre vittime. E quindi «ricominciare a sentirsi parte in causa», accettare il peso della fortuna (dell'imponderabile) nelle vicende umane e insieme fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurne gli effetti. Per Martin Luther King i neri non potevano appellarsi alla condizione di vittime per pretendere una superiorità morale, e anzi dovevano conquistare il rispetto degli altri mobilitandosi, modificando se stessi nella lotta, responsabilizzandosi, affermando la propria autonomia. Una cosa assai più importante di qualsiasi risultato tangibile, e che però non ha nulla a che fare con il mito della Rivoluzione, come invece crede l'autore (la rivoluzione non è «l'altro nome della modernità» ma il surrogato fallimentare di un'idea religiosa). Dunque, divenire responsabili non tanto della ventura e sventura (che quasi sempre ci vengono date), quanto della nostra capacità individuale di rispondere a esse. Poiché, come scrisse Benjamin in una lettera, occorre strappare alla sventura le possibilità che sempre essa implica. Mentre chi si compiace del proprio essere vittima non lo farà mai. 

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