La critica dell'ideologia - e quella della costruzione industriale dell'indignazione morale o quella del politicamente corretto - può essere di sinistra o di destra, come in questo caso [SGA].
Thilo Sarrazin: Der neue Tugendterror. Über die Grenzen der Meinungsfreiheit in Deutschland, DVA Verlag
Risvolto
Meinungsfreiheit ist ein Grundrecht. Doch im Alltag
begegnet man so manchem Denk- und Redeverbot. Thilo Sarrazin analysiert
in seinem neuen Buch den grassierenden Meinungskonformismus. Wer Dinge
ausspricht, die nicht ins gerade vorherrschende Weltbild passen, der
wird gerne als Provokateur oder Nestbeschmutzer ausgegrenzt.
Mit
gewohntem Scharfsinn prangert Thilo Sarrazin diesen Missstand an, zeigt
auf, wo seine Ursachen liegen, und benennt die 14 vorherrschenden Denk-
und Redeverbote unserer Zeit.

Daniele Giglioli:
Critica della vittima. Un esperimento con l'etica, Nottetempo, pp. 130, euro 12
Risvolto
La vittima è l'eroe del nostro tempo. Essere
vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove
riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto,
autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di
ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e
anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non
agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione,
debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo
ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subito, ciò che possiamo perdere,
ciò che ci hanno tolto. È tempo però di superare questo paradigma
paralizzante, e ridisegnare i tracciati di una prassi, di un'azione del
soggetto nel mondo: in credito di futuro, non di passato.
Il terrorismo della virtù
Ideologia tedesca. Autore di tre voluminosi pamphlet, Thilo Sarrazin si propone di demolire «il politicamente corretto». Niente di nuovo, ma l’autore però è un dirigente della Spd, che si scaglia contro il «delirio dell’egualitarismo» dovuto alla presenza degli immigrati e l’Unione europea. Tace, però, il fatto che tra le sue posizioni e le scelte economiche della Troika non ci sono tante differenze. E che il dispositivo linguistico che attacca è lo stesso che viene usato per legittimare e prevenire le critiche verso le scelte neoliberiste del governo di Berlino e dell’Union europea
Marco Bascetta, il Manifesto 13.3.2014
Eduard Meyer, il grande storico dell’antichità tedesco (1855–1930) definì una volta il giacobinismo come un sistema per mandare a morte migliaia di persone colpevoli di non essere virtuose. Non gli si può dare del tutto torto sebbene, nel pieno di una rivoluzione, l’idea di virtù non risponda perlopiù al suo significato ordinario e si presti a ogni sorta di manipolazioni. Ai guasti della rivoluzione giacobina vorrebbe richiamarsi idealmente il titolo di un libro uscito a fine febbraio in Germania, Der neue Tugendterror («Il nuovo terrorismo della virtù») che si propone in quasi 400 pagine di demolire la dottrina del «politicamente corretto», attraverso la quale l’egemonia della sinistra sul mondo dei media impedirebbe l’espressione di ogni pensiero dissonante con lo scopo di occultare scomode verità e scabrose circostanze.
Ma a dire il vero tutto può essere imputato al «comitato di salute pubblica» salvo di esser stato politicamente corretto.
L’autore del monumentale pamphlet si chiama Thilo Sarrazin ed esprime opinioni non dissimili dalla nostra Oriana Fallaci ultima maniera, o da Giampaolo Pansa. E anche la lamentazione sull’improbabile spettro di una egemonia culturale della sinistra (che una sola apparizione di Matteo Renzi farebbe immediatamente scomparire) è ben nota da un pezzo alle nostre latitudini. Il perseguitato dal «terrorismo della virtù», e dalla conseguente censura progressista, è in realtà un autore da centinaia di migliaia di copie che infesta i talk show e dilaga sulle pagine dei principali giornali tedeschi. Il personaggio, poi, non è certo di quelli di secondo ordine. Esponente da sempre della Spd (che ancora non lo ha cacciato nonostante la richiesta di molti esponenti del partito in questo senso) è stato membro della direzione della Bundesbank e ministro delle finanze nel senato di Berlino.
La legge della Bundesbank
La sua fortunata carriera di polemista ha inizio con un volumone intitolato Deutschland schafft sich ab, («La Germania si autodistrugge») nel quale si lamenta, statistiche alla mano, l’abbassamento del livello culturale e civile della Repubblica federale dovuto all’immigrazione, soprattutto islamica e alle relative politiche di integrazione. Prosegue, poi, con un’altra ponderosa opera intitolata L’Europa non ha bisogno dell’euro (tradotta in italiano per i tipi di Castelvecchi) nella quale rilegge l’insorgenza e lo sviluppo della crisi dal punto di vista dell’interesse tedesco e dell’euroscetticismo. Trattandosi di un economista che conosce il suo mestiere non fatica a evidenziare le molte incongruenze che circolano nell’interpretazione della crisi, ma lo schema ordoliberista cui si attiene non presenta grandi novità e la posizione politica è del tutto chiara: l’euro e l’Europa, che a Berlino non avrebbero affatto recato i vantaggi che molti gli attribuiscono, non sono che il frutto di quel senso di colpa di cui la Germania dovrebbe finalmente liberarsi, per poter agire con le mani libere e la mente sgombra dai rimorsi sullo scacchiere globale. Dalle numerose critiche demolitrici che i suoi due best seller hanno ricevuto nella Repubblica federale, Sarrazin, cui non difetta certo una buona dose di narcisismo, desume l’esistenza di quel «terrorismo della virtù» di cui si ritiene vittima e contro cui si scaglia nell’ultimo recente libro, lanciato sul mercato con una prima tiratura di centomila copie.
Il tema che ricorre nei suoi scritti e nei suoi numerosi interventi pubblici è la denuncia di un presunto «delirio egualitario» che dall’integrazione dei migranti, al riconoscimento del pluralismo culturale, alla parità di genere, alla penalizzazione dei migliori condurrebbe all’ennesimo «tramonto dell’Occidente». O, più precisamente, della Germania, sempre inchiodata a quel passato che la richiama a una particolare responsabilità nei confronti dell’Europa e a una estrema circospezione nell’esibire la propria potenza. I ricchi, insiste Sarrazin, non si devono vergognare, né i singoli, né le nazioni. E nemmeno lasciarsi condizionare dalla memoria storica. Il polemista non nutre dubbi, ciò che i suoi critici vorrebbero ridurre a opinioni, più o meno detestabili, sono verità, dati di fatto, constatazioni incontrovertibili. Qualche esempio? Prendendo per oro colato studi e statistiche sul quoziente di intelligenza (è davvero straordinario che qualcuno abbia ancora il coraggio di farlo) il nostro autore stabilisce che tanto i più intelligenti quanto i più stupidi sono di sesso maschile e che, in conseguenza, la medietà (o mediocrità) delle prestazioni intellettuali femminili renderebbe improponibile qualsiasi pretesa ideologica di parità. Oppure, stabilendo la maggiore fragilità del bambino educato da un singolo genitore, Sarrazin propone un regime premiale per le coppie che rinuncino al divorzio o alla separazione. Non c’è, insomma, pulsione reazionaria che non trovi tra le righe e le parole di questo singolare socialdemocratico, accanitamente attaccato alla sua appartenenza di partito, la propria soddisfazione.
Ipocrisia delle paroli forti
Il mugugno popolare assume nelle opere di Sarrazin la veste della scienza, il pregiudizio si trasforma abilmente in dato statistico e giudizio analitico. Quello che «molti pensano, ma non osano dire» trova finalmente la sua formulazione «alta».
È comprensibile che simili opinioni abbiano prodotto un certo imbarazzo nell’establishement di Berlino e nella grande stampa, con l’eccezione entusiasta di quella più decisamente di destra. Non è certo piacevole, dopo aver fatto della competizione tra persone e della competitività tra paesi il principio più sacro e inviolabile, dopo aver fatto della norma liberista una indiscutibile legge di natura, dopo aver imposto all’Europa intera l’«ideologia» tedesca e la «virtù» della solvenza e avere equiparato il debito a una vergognosa colpa, sentirsi accusare di «delirio egualitario». Va bene la blindatura delle frontiere, la limitazione dell’immigrazione, la restrizione del diritto d’asilo, ma non è bello sentir dire fuori dai denti, come si permette di fare Sarrazin, che «vivere sotto una dittatura o patire la fame non è una buona ragione per chiedere asilo». In realtà è proprio quest’ultimo, Thilo Sarrazin, a esercitare insistentemente il «terrorismo della virtù» in quella moderna versione meritocratica che considera un eccesso di correzioni egualitarie (di cui comunque sempre meno si vede traccia) come un ostacolo allo sviluppo e un indebolimento del «principio di prestazione». E che non esita a considerare il debito e la povertà come una colpa che non merita alcun aiuto ma solo espiazione.
Il «politicamente corretto», lungi da ogni pretesa di «terrorizzare» chicchessia, è, al contrario, quella sottile patina di ipocrisia, quel dispositivo linguistico di cui buona parte delle aspirazioni del nostro autore abbisognano per poter essere realizzate. Non è certo, come sostiene Sarrazin, «un codice ermetico del buono, del vero e del corretto», ma lo strumento ideologico mediante il quale si cerca di impedire che la violenza economica (quella, per intendersi, che ha fatto crescere la mortalità infantile in Grecia del 43 per cento dall’inizio della crisi, che ha moltiplicato i malati di Aids e accorciato la vita di tutti) riceva, come meriterebbe, una risposta violenta. La condanna delle «parole forti» copre retoricamente l’esercizio delle maniere forti. Il galateo accompagna da presso l’uso del manganello. Da quando le socialdemocrazie hanno scoperto che «il liberismo è di sinistra» bisogna stare bene attenti a come si parla per non compromettere la tenuta di questa brillante simulazione. Laddove il politicamente corretto e la ruvida realtà delle politiche di sfruttamento del lavoro e di demolizione del welfare interagiscono e si sorreggono a vicenda.
La violenza della Troika
Il successo «letterario» dell’ex senatore berlinese è un segno evidente dei pessimi umori che circolano in Germania, così come il seguito, per nulla trascurabile, conseguito dal partito antieuropeista «Alternative fuer Deutschland». Ciò che dovrebbe preoccuparci è soprattutto la possibilità, per nulla remota, che questi umori, al di là da ogni condanna delle detestabili esternazioni di Sarrazin o dai risultati elettorali degli euroscettici, condizionino pesantemente la politica della grande coalizione che governa a Berlino. Del resto la Bundesbank, che pure, (contrariamente alla Spd, ben attenta a non perdere i voti provenienti da destra che personaggi come Sarrazin le garantirebbero), si è liberata del suo imbarazzante alto funzionario, non parla certo il gergo del «politicamente corretto» e coltiva una collaudata forma di terrorismo della virtù. Quella che tutti i paesi indebitati d’Europa hanno largamente sperimentato sulla propria pelle. E che Sarrazin condivide ampiamente aggiungendovi quell’armamentario biologico-razziale di cui altri fanno invece mostra di vergognarsi. I suoi testi polemici hanno l’indubbia utilità di presentarci, nella sua cruda arroganza, il catalogo completo di tutto ciò che in Germania e in Europa merita di essere denunciato e combattuto. Di mettere in bella copia le tonalità emotive di una opinione pubblica corrotta dall’ideologia della propria virtù, sempre sull’orlo di trasformarsi in senso di «superiorità».
A corrispondere perfettamente alla definizione che Eduard Meyer diede del giacobinismo sono a dire il vero le politiche recessive, elegantemente definite «aggiustamenti strutturali», che l’attuale comitato di salute pubblica costituito dall’Fmi, da Bruxelles e dalla Bce impongono ai paesi dell’Europa mediterranea, e cioè un sistema per mandare a morte decine di migliaia di persone colpevoli di non essere virtuose, e probabilmente neanche di questo. Non è una profezia è una realtà pienamente dispiegata di cui quotidianamente possiamo constatare gli effetti. E non solo nella devastata Grecia.
Su una cosa, a dire il vero, non si può dare torto a Thilo Sarrazin: non esiste una gestione «politicamente corretta» della crisi e, ancor meno una risposta cortese ad essa. Esiste solo un linguaggio che ne occulta la violenza, da una parte, e una estenuazione che non riesce a trasformarsi in insorgenza, dall’altra.
Strategia della lacrima sociale Il vittimismo usato come arma
L’invasione ucraina, i grillini espulsi, le quote rosa: da un pamphlet filosofico l’idea che l’induzione alla colpa possa essere infallibile strumento politico
12 mar 2014 Libero SIMONE PALIAGA
«La vittima è l’eroe del nostro tempo». Yulia Timoshenko, l’ex
premier ucraino appena liberata sull’onda delle proteste della piazza di
Kiev, compare in pubblico sulla sedia a rotelle vittima dei soprusi per
poi deambulare liberamente il giorno dopo. Vladimir Luxuria cerca il
carcere una settimana prima, durante le Olimpiadi di Sochi, per agitare
la bandiera gay. Ma non occorre arrivare sulle sponde del Mar Nero per
trovare delle vittime. I senatori grillini espulsi per lesa maestà nei
confronti del líder máximo sono i capri espiatori della poca democrazia
del Movimento 5 Stelle. Insomma, «il crescente fenomeno della
vittimizzazione viene ormai considerato l’unico criterio di giustizia in
grado di ottenere riconoscimento» e legittimazione, conferma il critico
populista americano Cristopher Lasch ne La cultura dell’egoismo, il
confronto radiofonico con Cornelius Castoriadis appena pubblicato da
Eléuthera ( pp. 72, euro 8). Ma oggi questa retorica e questo
dispositivo di potere che tanta eco si ritagliano facilmente in tv e sui
giornali vengono sottoposti da Daniele Giglioli a una serrata Critica
della vittima ( Nottetempo, pp. 130, euro 12).
Non si tratta di un pamphlet polemico, ma di una disamina dell’idea di
vittima e della conseguente ideologia vittimistica che fa da corollario.
L’obiettivo non è bacchettare le vittime reali, ovviamente, ma «la
trasformazione dell’immaginario della vittima in instrumentum regni ».
Intorno a esso si costruirebbe un dispositivo indispensabile per la
conquista e il consolidamento del potere. A cavalcarlo non ci sarebbero
solo Ong, giornate del ricordo e della memoria o associazioni di
volontariato, ma anche gli Stati che ne farebbero un ottimo volano per
loro politica estera, come come accade in questi giorni in Ucraina. Un
esempio classico di vittimizzazione che induce il senso di colpa delle
nazioni è considerato, da alcuni, anche la sindrome dell’Olocausto
insita nel Dna del popolo ebreo: teoria, tra l’altro descritta qualche
tempo fa in Lettera ad un amico ebreo, a firma dell’ambasciatore Sergio
Romano.
Perché tutto questo? Perché «la vittima garantisce la verità» delle
scelte e delle azioni. D’altronde chi si arrogherebbe l’onere di mettere
in discussione le sue sofferenze senza perdere credibilità?
«Il credo umanitario», ammonisce Gi-
glioli, «è un sentire sovrano che rende suddito tutto ciò che
tocca». L’immagine dell’uomo propria al vittimismo è di assoluta
passività, di incapacità di agire. D’altronde se avesse avuto la
possibilità di difendersi non sarebbe diventato oggetto di soprusi e di
violenze. «Il sacrificio è già avvenuto, non ne occorrono altri. Abbiamo
già dato, sostengono le vittime, ora ci aspetta riposare in noi stessi.
La condizione di vittima castra la possibilità di agire, in tutti i
sensi del termine». E se essa viene meno le vittime non chiedono più
«che fare?», come liberarsi carichi di entusiasmo dalle asperità della
vita, ma si perdono semplicemente in un vuoto parolaio chiedendosi «chi
siamo?».
Grazie alla sua passività la vittima è perfetta per legittimare
qualsiasi azione, fosse anche un sopruso perché essa «è irresponsabile,
non risponde di nulla, non ha bisogno di giustificarsi: essa è il sogno
di qualunque potere». Ma allo stesso tempo le vittime si vedono così
private di ogni autonomia «nonché di ogni diritto che non sia quello al
soccorso». Questa retorica viene da lontano. Prende le mosse da molte
argomentazioni dei padri fondatori del pensiero contemporaneo idolatrato
da parte delle sinistre: dalla teorica dei gender studies Judith
Butler, al promotore dell’ipotesi del capro espiatorio René Girard al
decostruzionista Jacques Derrida fino all’epigone della Scuola di
Francoforte Axel Honneth, tutti uniti nel definire l’umano attraverso le
sue debolezze, attraverso ciò che non può fare, attraverso le sue
passività. Ma il risultato ottenuto è l’opposto delle loro aspettative.
«La prosopopea della vittima», conclude Giglioli, «rafforza i
potenti e indebolisce i subalterni. Svuota la capacità di agire.
Perpetua il dolore. Coltiva il risentimento. Incorona l’immaginario.
Alimenta identità rigide e spesso fittizie. Inchioda il passato e
ipoteca il futuro. Scoraggia la trasformazione. Privatizza la storia.
Confonde libertà e irresponsabilità. Inorgoglisce l’impotenza, o la
ammanta di potenza usurpata». E veicola, per dirla ancora con il
compianto e grande Christopher Lasch, rivendicazioni di interessi
specifici promosse da gruppi di interesse specifici. Veicola, insomma,
l’egoismo contro le aspirazioni della comunità e del discorso pubblico.
Quante storie fa la vittima
C'è
una fittissima rete di micropoteri che condiziona la vita delle persone
eppure nessuno trama contro di noi per impedirci di essere felici
Di Filippo La Porta Il Sole 24Ore Domenica 16.3.14
Chi oggi non ama percepirsi un poco vittima – delle circostanze,
degli altri, del proprio ambiente lavorativo, della famiglia, del
capitalismo, del proprio carattere –? «La vittima è l'eroe del nostro
tempo»: dalle prime righe della Critica della vittima (Nottetempo)
sentiamo che Daniele Giglioli affronta – temerariamente – un demone
dell'immaginario contemporaneo. La mitologia della vittima innerva la
nostra esistenza quotidiana, ci dà una storia riconoscibile e una
identità stabile, assicura prestigio, garantisce un ascolto, e viene
assunta – con qualche spudoratezza – perfino dai potenti. Figura tipica
del nostro tempo è quella della vittima aggressiva, che si considera
aprioristicamente innocente, e che dunque può avere perfino licenza di
uccidere. Ancora più osceno è il vittimismo delegato, di cui si
appropriano eredi e portavoce: «tragedie per procura, risentimento in
appalto» (i concerti live aid contro la fame nel mondo eccetera). Lo
stile dell'autore è come scandito, vibrante (benché problematico),
ispirato da una passione "politica" appena dissimulata. La sua
ricognizione sul tema è capillare: dal martirologio delle rockstar morte
per droga (capri espiatori che hanno sofferto per i nostri peccati e
non «miliardari di successo» tossicodipendenti) alla suggestione
cristologica di Pasolini (il suo uso iperbolico del linguaggio:
«genocidio culturale» per l'industrializzazione del paese), e al culto
ossessivo dei propri caduti da parte di ex militanti degli anni
Settanta. Quasi liberatorio l'affondo di Giglioli contro quella
filosofia segretamente necrofila (e heideggeriana) che fonda la propria
ontologia sul nostro essere vittime («siamo perché subiamo»), contro la
retorica dolciastra dei Derrida e Levinas, per i quali si impara a
vivere solo attraverso la morte, e si riconosce appieno l'altro in
quanto futuro morente che annuncia la mia morte attraverso la sua...
Anche il linguaggio dei film di guerra è mutato: dal Vietnam in poi la
convinzione vittimistica – da parte di chi fa la guerra – che «noi non
c'entriamo» si esprime attraverso l'uso della ripresa soggettiva e
verbosi monologhi sul perché della guerra stessa. Inoltre, «gli
scrittori hanno sempre fatto le vittime», da Arbasino che lamentava il
provincialismo dei colleghi (ritenendosene al riparo) al "carisma
autoriale" di Moresco, fondato sulla sua presunta esclusione
dall'editoria, e fino all'ossessione contemporanea per il plagio
letterario. Infine: fa benissimo l'autore a dissociarsi dai molti
pamphlet conservatori contro la cosiddetta cultura del piagnisteo,
perché la loro è «una critica che non conosce empatia». Un conto
denunciare l'ideologia vittimistica (paralizzante) e un altro conto
mostrare indifferenza per le (molte) vittime reali del nostro
presente.
Ma proviamo a individuare qual è la radice ultima del
vittimismo contemporaneo. Forse mitologia della vittima e paranoia del
complotto sono speculari (come qui viene solo adombrato). Entrambe
soddisfano infatti una domanda di senso e rifiutano l'idea che sia il
caso a governare una larga parte dell'esistenza. Una fittissima rete di
micropoteri condiziona la vita delle persone, ma nessuno trama contro di
noi per impedirci di essere felici. È l'esistenza stessa ad avere un
nucleo tragico, perché implica uno scarto ineliminabile tra desideri e
mondo reale. In prima istanza siamo tutti "vittime", per la semplice
ragione che tutti subiamo la realtà. Un riconoscimento che non porta
affatto all'inerzia o al relativismo morale. E anzi significa non
sentirsi appagati da questa gratificante prosopopea vittimaria, né
invocare oppressioni secolari, ma individuare «le vere linee di
frattura, ingiustizia e ineguaglianza». Un invito illuministico a
distinguere, a capire in quali casi contingenti, limitati, possiamo
verosimilmente considerarci vittime e soprattutto quali sono le nostre
vittime. E quindi «ricominciare a sentirsi parte in causa», accettare il
peso della fortuna (dell'imponderabile) nelle vicende umane e insieme
fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurne gli effetti. Per
Martin Luther King i neri non potevano appellarsi alla condizione di
vittime per pretendere una superiorità morale, e anzi dovevano
conquistare il rispetto degli altri mobilitandosi, modificando se stessi
nella lotta, responsabilizzandosi, affermando la propria autonomia. Una
cosa assai più importante di qualsiasi risultato tangibile, e che però
non ha nulla a che fare con il mito della Rivoluzione, come invece crede
l'autore (la rivoluzione non è «l'altro nome della modernità» ma il
surrogato fallimentare di un'idea religiosa). Dunque, divenire
responsabili non tanto della ventura e sventura (che quasi sempre ci
vengono date), quanto della nostra capacità individuale di rispondere a
esse. Poiché, come scrisse Benjamin in una lettera, occorre strappare
alla sventura le possibilità che sempre essa implica. Mentre chi si
compiace del proprio essere vittima non lo farà mai.
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