venerdì 21 marzo 2014

French Theory & populismo


Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari e Rancière: Che cos’è un popolo?, Derive Approdi

Risvolto

Cos’è un popolo di fronte alla crisi delle democrazie rappresentative e all’emergere di forme vecchie e nuove di populismo? Cos’è un popolo oltre a un termine che rimanda a una stagione che pare ormai trascorsa di lotte per l’emancipazione? Cos’è un popolo senza una nazione e senza uno Stato? Di cosa è fatto un popolo? Cosa può un popolo?

Alain Badiou, Pierre Bourdieu, Judith Butler, Georges Didi-Huberman, Sadri Khiari e Jacques Rancière, con questo libro chiariscono alcune delle possibili declinazioni di un termine che ha segnato la storia e la teoria politica della nostra modernità. Il punto comune sta nel collocare «il popolo» ostinatamente dalla parte dell’emancipazione.


L’ambivalenza della trasformazione
Stefano Visentin, il Manifesto 27.3.2014

C’è un ritorno, all’interno del dibat­tito poli­tico della sini­stra radi­cale euro­pea, del rife­ri­mento al con­cetto di popolo? A fronte della recente fasci­na­zione di alcuni intel­let­tuali e di alcuni movi­menti per l’utilizzo del ter­mine «gente», ma ancora di più della crisi del les­sico mol­ti­tu­di­na­rio – per non par­lare, ovvia­mente, della rarità ormai pro­lun­gata nel tempo dei richiami teo­rici alla classe –, il popolo assume i carat­teri di una figura che, come il per­tur­bante freu­diano, ricom­pare sulla scena della sua prima e glo­riosa appa­ri­zione, quella della fon­da­zione delle moderne demo­cra­zie rap­pre­sen­ta­tive. E tut­ta­via que­sta rie­mer­genza assume, ora più che mai, i con­no­tati di una messa in discus­sione del ruolo che l’originaria com­parsa del popolo ha svolto nella genesi rivo­lu­zio­na­ria e nella suc­ces­siva sta­bi­liz­za­zione costi­tu­zio­nale degli stati demo­cra­tici: è piut­to­sto l’indice di una crisi quasi inte­ra­mente con­su­mata (che peral­tro con­ti­nua a pro­durre effetti, i quali lam­peg­giano sullo sfondo glo­bale), che non il segno di un rilan­cio di «magni­fi­che sorti e pro­gres­sive» ormai con­se­gnate alla storia.
Un’entità che non esiste

I saggi rac­colti nel volume Che cos’è un popolo, tra­dotti dal fran­cese e pub­bli­cati da Deri­veAp­prodi (pp. 120, euro 11), pre­sen­tano alcune rifles­sioni sti­mo­lanti su que­sto ritorno del popolo, fir­mate da intel­let­tuali fran­cesi ben cono­sciuti in Ita­lia come Alain Badiou, Jac­ques Ran­cière, George Didi-Huberman e per­fino Pierre Bour­dieu (di cui è ripub­bli­cato un sag­gio del 1983), oltre che della filo­sofa sta­tu­ni­tense Judith Butler e dallo scrit­tore e mili­tante comu­ni­sta tuni­sino Sadri Khiari. Tutti i testi con­di­vi­dono, in maniera impli­cita o espli­cita, il punto di par­tenza, ovvero il fatto che il popolo non esi­ste: per meglio dire, non esi­ste in quanto sog­getto «natu­rale», che si pre­senta sulla scena poli­tica senza media­zioni, come il popu­li­smo più becero pre­ten­de­rebbe (e di fatto al popolo del popu­li­smo non è dedi­cato alcuno spa­zio, se non nell’intervento con­clu­sivo di Rancière).

Il popolo è sem­pre l’esito di un’operazione com­plessa, sin dalla forma che ha domi­nato gli ultimi due secoli, quella di «refe­rente giu­ri­dico del pro­cesso rap­pre­sen­ta­tivo» (Badiou), figura inerte e «fedele» del potere dello Stato e del Capi­tale; ed è appunto que­sto popolo-unità, o se si vuole que­sto popolo-Stato, a costi­tuire il prin­ci­pale obiet­tivo pole­mico del volume, tanto degli autori che cer­cano di ripen­sare su nuove basi teo­ri­che la rap­pre­sen­ta­zione del popolo (come Didi-Huberman, che nel suo sag­gio Ren­dere sen­si­bile punta a resti­ture la com­ples­sità e a dia­let­tiz­zare la dimen­sione rap­pre­sen­ta­tiva attra­verso un’analisi dell’elemento emo­zio­nale del popolo), quanto di quelli che invece rifiu­tano qual­siasi dimen­sione rap­pre­sen­ta­tiva del popolo, ricer­cando piut­to­sto sue moda­lità di mani­fe­sta­zione plu­ri­vo­che e inter­mit­tenti (ad esem­pio il sag­gio di Butler «Noi il popolo». Rifles­sioni sulla libertà di riu­nione).

Tut­ta­via è dif­fi­cile sfug­gire all’impressione che l’ambivalenza sia un tratto ine­li­mi­na­bile del con­cetto di popolo, e che una sua inter­pre­ta­zione come sog­get­ti­vità poli­tica auto­noma sia a dir poco arri­schiata. Così, se Bour­dieu rico­no­sce che l’aggettivo «popo­lare» è sino­nimo di «domi­nato», espri­mendo in maniera ine­qui­vo­ca­bile la divi­sione di classe, non­di­meno il lin­guag­gio popo­lare tende a ripro­durre al pro­prio interno l’opposizione «mitica» (nel senso che Furio Jesi ha attri­buito a que­sto ter­mine) tra il lin­guag­gio dei domi­nanti e quello dei domi­nati, di modo che «cia­scuno di coloro che si sen­tono in diritto o in dovere di par­lare del “popolo” (ma anche: per il popolo, a suo favore o in suo nome) può tro­vare un sup­porto ogget­tivo ai pro­pri inte­ressi e ai pro­pri fan­ta­smi» (Vogliamo dire «popo­lare»?). Allora, il fatto che, come sot­to­li­nea Khiari, la vera domanda da porsi non sia: «che cos’è il popolo?», bensì: «con­tro chi si forma il popolo?» (Popolo e terzo stato), dal momento che la costru­zione di un popolo neces­sita sem­pre di un esterno ostile, se da un lato evi­den­zia la dimen­sione pole­mica di que­sto con­cetto, dall’altro però non è in grado di deci­dere se tale pole­mi­cità esprima sem­pre una par­zia­lità effet­ti­va­mente eman­ci­pa­trice, o se tal­volta non possa risul­tare fun­zio­nale all’istituzione di nuovi rap­porti di dominio.

Forse risul­te­rebbe utile affian­care alla domanda: «con­tro chi si forma il popolo?» una seconda que­stione, ovvero: «qual è il luogo del popolo?»: qual è il con­te­sto del suo appa­rire, il suo posi­zio­na­mento spe­ci­fico nella scac­chiera dei rap­porti sociali e dei con­flitti che si inne­stano al loro interno, sulla fal­sa­riga della nota defi­ni­zione leni­niana di classe sociale: «vasti gruppi di uomini che si distin­guono sulla base della posi­zione che occu­pano in un sistema sto­ri­ca­mente deter­mi­nato di pro­du­zione sociale» (La grande ini­zia­tiva).
Desi­deri di liberazione

Nume­rose sug­ge­stioni pre­senti in que­sto libro, orien­tate a pen­sare il popolo «nella pro­spet­tiva stra­te­gica dell’abolizione di uno Stato esi­stente» (Badiou), o a «ripro­ble­ma­tiz­zare la que­stione nazio­nale da un punto di vista deco­lo­niale, per intro­durre il plu­rale della nozione di popolo» (Khiari), o ancora a mostrare la con­ti­nuità tra il raz­zi­smo ammi­ni­stra­tivo di Stato e quello del popu­li­smo xeno­fobo («L’estrema destra si accon­tenta di infar­cire di carne e di san­gue il ritratto ste­reo­ti­pato dise­gnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideo­logi», Ran­cière), se lette nella pro­spet­tiva di una ana­lisi dina­mica e non sostan­zia­li­sta (topo­lo­gica) dei rap­porti sociali, che non rimuove l’asimmetria, nè tan­to­meno l’incomunicabilità di fondo tra le parti in campo, pos­sono offrire spunti impor­tanti per una rin­no­vata rifles­sione sul con­cetto di popolo come par­zia­lità o meglio ancora, machia­vel­lia­na­mente, come «desi­de­rio di non essere coman­dati né oppressi».


La parola antica e moderna che mette in crisi la democrazia

Da quello delle primarie a quello delle piazze da quello sovrano a quello escluso Indagine su un termine politicamente ambiguo
di Roberto Esposito Repubblica 21.3.14


Alla base delle difficoltà a definire il popolo, c’è un’antinomia che lo caratterizza da sempre. Esso contiene al proprio interno due poli non sovrapponibili, e anzi per certi versi contrastanti - da un lato la totalità degli individui di un organismo politico e dall’altro la sua parte esclusa. Questo secondo elemento - espresso soprattutto nell’aggettivo “popolare” - non soltanto non coincide col primo, col popolo titolare della sovranità, ma ne costituisce una potenziale minaccia interna. Come è stato ricordato anche da Agamben (Che cos’è un popolo, in Mezzi senza fine, Bollati), tale dialettica non riguarda solo le nostre democrazie, ma coinvolge fin dall’origine le istituzioni occidentali.
Se in Grecia il demos indica al medesimo tempo l’insieme dei cittadini dotati di diritti politici e i ceti più bassi della scala sociale, a Roma la stessa dialettica è riconoscibile nel rapporto tra populus e plebs - dove questa è contemporaneamente parte e resto escluso del primo. Machiavelli spesso non distingue tra popolo e moltitudine, mentre Hobbes li contrappone: a differenza della moltitudine, un popolo è tale solo quando è unificato da un sovrano. Con la Rivoluzione francese il popolo, identificato con la nazione, diventa esso stesso il titolare della sovranità, così da eliminare ogni differenza tra gli individui. Ma fin da allora il meccanismo della rappresentanza parlamentare, poi diffuso in tutte le democrazie, tende a riprodurre uno scarto tra coloro che esercitano il potere e coloro che lo subiscono. Non solo capita spesso che i rappresentanti rappresentino solo i propri interessi, ma un numero crescente di cittadini ha perso ogni fiducia nelle istituzioni. Benché formalmente rappresentata dagli eletti nelle elezioni, una parte della cittadinanza si sente esclusa dal patto sociale al punto da astenersi regolarmente dal voto. Il problema che abbiamo di fronte, non soltanto in Occidente, come dimostrano le recenti rivolte nei paesi arabi e orientali, è che tutte le parti in conflitto dichiarano di rappresentare, e anzi di costituire, il popolo contro le altre. Cosicché, come è stato sostenuto sia a destra che a sinistra, a definire un popolo non sono tanto coloro che ne fanno parte, quanto quelli che ne vengono tenuti fuori. Durante il nazismo il popolo tedesco si identificava attraverso l’espulsione violenta di una sua parte infetta. Ma ciò è accaduto anche in altri momenti. Durante la guerra d’Algeria, ad esempio, i termini “popolo francese” e “popolo algerino”, pur equivalenti, assumevano un ben diverso significato a seconda di chi li pronunciava. Ancora pochi mesi fa, d’altra parte, le folle di piazza Tahir dichiaravano di essere il popolo egiziano contro quello legittimamente rappresentato dal governo eletto. E che dire delle moltitudini che dovunque, anche contro i propri rappresentanti, reclamano accesso ai beni, al lavoro, alle cure mediche? Dove sta il popolo, in parlamento o nelle piazze, nelle istituzioni o nei cortei? Secondo Badiou quella di popolo è una idea dinamica: la nazione che esso incarna è sempre in qualche modo da costruire, mai del tutto realizzata dallo Stato presente.
Credo si debba prendere atto del fatto che la faglia da sempre aperta nella storia dei popoli non è del tutto eliminabile - se non in un futuro remoto i cui contorni ancora non si profilano. Ma che è possibile, e necessario, ridurla al massimo. A tale compito è ordinata la politica. Essa, come la democrazia, non può coincidere con una pura tecnica di governo. Se così fosse, la sovranità popolare sarebbe del tutto risolta nella rappresentanza degli eletti, così da escludere ogni altra forma di espressione politica - partiti, sindacati, movimenti spontanei. Ma così non è. Il potere costituito non risolve mai interamente in sé quello costituente, come il popolo presente non cancella mai completamente quello futuro.
Anche la celebre espressione “Noi, il popolo”, che inaugura la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, ha una portata performativa. Contiene assai più di una mera descrizione. È insieme il riconoscimento di quanto esiste, ma anche una promessa di quanto può darsi. Come scrive Judith Butler nel saggio più intenso della raccolta, «“Noi il popolo” non presuppone né fabbrica un’unità, ma fonda o istituisce una serie di domande sulla natura del popolo e su ciò che esso vuole essere». Il trasferimento della sovranità popolare ai rappresentanti non è mai pieno e definitivo. Rimane sempre un certo numero di donne e di uomini che preme ai margini di un popolo per prenderne parte in senso effettivo. Si pensi non solo agli immigrati cui non è ancora stata riconosciuta cittadinanza, ma anche agli emarginati, ai derelitti, ai disperati che riempiono sempre più le nostre strade.
Mai come oggi, quando si accresce in maniera insopportabile la forbice tra i più ricchi dei ricchi e più poveri dei poveri, il popolo appare separato da se stesso. L’effetto più profondo della crisi sta proprio nell’allargare la frattura tra i “due” popoli. Eppure, se c’è qualcosa che può ridare sostanza a una politica in drammatico arretramento, è proprio l’esigenza di ricucire questa ferita. Come la parte esclusa potrà farsi popolo anche nell’altro significato del termine? Perché ciò sia possibile occorre una duplice condizione. Da un lato che chi è dentro le istituzioni volga davvero lo sguardo a chi è fuori. Dall’altro che chi è fuori, abbandonando forme di proteste inefficaci, entri nelle istituzioni per cambiarle. Non è contrapponendo i due popoli che si sana la malattia della democrazia. Ma creando le condizioni di un nuovo patto sociale che rompa dovunque sia possibile le barriere che ancora li dividono.
Il popolo delle primarie, il popolo della sinistra, il popolo italiano, il popolo delle piazze in rivolta. Difficilmente un termine politico è suscettibile di connotazioni così diverse. Già Pierre Rosanvallon, del resto, in un saggio sulle forme di rappresentanza democratica, aveva dichiarato il popolo “introvabile”. Né il popolo-opinione né il popolo- nazione né il popolo-emozione riescono a fornire risposte adeguate al malessere che sale dal fondo oscuro delle nostre democrazie. Ma è un punto cieco che ci riguarda tutti. Da qualche tempo immersi in una riflessione critica sui caratteri del populismo, è come se avessimo dimenticato il concetto da cui esso proviene, portandone dentro tutte le contraddizioni. E dunque, Che cos’è un popolo?
È il titolo di un pamphlet appena tradotto da Derive Approdi, firmato da sei rinomati intellettuali come Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari e Rancière.

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