Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari e Rancière:
Che cos’è un popolo?, Derive Approdi
Risvolto
Cos’è un popolo di fronte alla crisi delle democrazie rappresentative e
all’emergere di forme vecchie e nuove di populismo? Cos’è un popolo
oltre a un termine che rimanda a una stagione che pare ormai trascorsa
di lotte per l’emancipazione? Cos’è un popolo senza una nazione e senza
uno Stato? Di cosa è fatto un popolo? Cosa può un popolo?
Alain
Badiou, Pierre Bourdieu, Judith Butler, Georges Didi-Huberman, Sadri
Khiari e Jacques Rancière, con questo libro chiariscono alcune delle
possibili declinazioni di un termine che ha segnato la storia e la
teoria politica della nostra modernità. Il punto comune sta nel
collocare «il popolo» ostinatamente dalla parte dell’emancipazione.
L’ambivalenza della trasformazione Stefano Visentin, il Manifesto 27.3.2014
C’è un ritorno, all’interno del dibattito politico della sinistra radicale europea, del riferimento al concetto di popolo? A fronte della recente fascinazione di alcuni intellettuali e di alcuni movimenti per l’utilizzo del termine «gente», ma ancora di più della crisi del lessico moltitudinario – per non parlare, ovviamente, della rarità ormai prolungata nel tempo dei richiami teorici alla classe –, il popolo assume i caratteri di una figura che, come il perturbante freudiano, ricompare sulla scena della sua prima e gloriosa apparizione, quella della fondazione delle moderne democrazie rappresentative. E tuttavia questa riemergenza assume, ora più che mai, i connotati di una messa in discussione del ruolo che l’originaria comparsa del popolo ha svolto nella genesi rivoluzionaria e nella successiva stabilizzazione costituzionale degli stati democratici: è piuttosto l’indice di una crisi quasi interamente consumata (che peraltro continua a produrre effetti, i quali lampeggiano sullo sfondo globale), che non il segno di un rilancio di «magnifiche sorti e progressive» ormai consegnate alla storia.
Un’entità che non esiste
I saggi raccolti nel volume Che cos’è un popolo, tradotti dal francese e pubblicati da DeriveApprodi (pp. 120, euro 11), presentano alcune riflessioni stimolanti su questo ritorno del popolo, firmate da intellettuali francesi ben conosciuti in Italia come Alain Badiou, Jacques Rancière, George Didi-Huberman e perfino Pierre Bourdieu (di cui è ripubblicato un saggio del 1983), oltre che della filosofa statunitense Judith Butler e dallo scrittore e militante comunista tunisino Sadri Khiari. Tutti i testi condividono, in maniera implicita o esplicita, il punto di partenza, ovvero il fatto che il popolo non esiste: per meglio dire, non esiste in quanto soggetto «naturale», che si presenta sulla scena politica senza mediazioni, come il populismo più becero pretenderebbe (e di fatto al popolo del populismo non è dedicato alcuno spazio, se non nell’intervento conclusivo di Rancière).
Il popolo è sempre l’esito di un’operazione complessa, sin dalla forma che ha dominato gli ultimi due secoli, quella di «referente giuridico del processo rappresentativo» (Badiou), figura inerte e «fedele» del potere dello Stato e del Capitale; ed è appunto questo popolo-unità, o se si vuole questo popolo-Stato, a costituire il principale obiettivo polemico del volume, tanto degli autori che cercano di ripensare su nuove basi teoriche la rappresentazione del popolo (come Didi-Huberman, che nel suo saggio Rendere sensibile punta a restiture la complessità e a dialettizzare la dimensione rappresentativa attraverso un’analisi dell’elemento emozionale del popolo), quanto di quelli che invece rifiutano qualsiasi dimensione rappresentativa del popolo, ricercando piuttosto sue modalità di manifestazione plurivoche e intermittenti (ad esempio il saggio di Butler «Noi il popolo». Riflessioni sulla libertà di riunione).
Tuttavia è difficile sfuggire all’impressione che l’ambivalenza sia un tratto ineliminabile del concetto di popolo, e che una sua interpretazione come soggettività politica autonoma sia a dir poco arrischiata. Così, se Bourdieu riconosce che l’aggettivo «popolare» è sinonimo di «dominato», esprimendo in maniera inequivocabile la divisione di classe, nondimeno il linguaggio popolare tende a riprodurre al proprio interno l’opposizione «mitica» (nel senso che Furio Jesi ha attribuito a questo termine) tra il linguaggio dei dominanti e quello dei dominati, di modo che «ciascuno di coloro che si sentono in diritto o in dovere di parlare del “popolo” (ma anche: per il popolo, a suo favore o in suo nome) può trovare un supporto oggettivo ai propri interessi e ai propri fantasmi» (Vogliamo dire «popolare»?). Allora, il fatto che, come sottolinea Khiari, la vera domanda da porsi non sia: «che cos’è il popolo?», bensì: «contro chi si forma il popolo?» (Popolo e terzo stato), dal momento che la costruzione di un popolo necessita sempre di un esterno ostile, se da un lato evidenzia la dimensione polemica di questo concetto, dall’altro però non è in grado di decidere se tale polemicità esprima sempre una parzialità effettivamente emancipatrice, o se talvolta non possa risultare funzionale all’istituzione di nuovi rapporti di dominio.
Forse risulterebbe utile affiancare alla domanda: «contro chi si forma il popolo?» una seconda questione, ovvero: «qual è il luogo del popolo?»: qual è il contesto del suo apparire, il suo posizionamento specifico nella scacchiera dei rapporti sociali e dei conflitti che si innestano al loro interno, sulla falsariga della nota definizione leniniana di classe sociale: «vasti gruppi di uomini che si distinguono sulla base della posizione che occupano in un sistema storicamente determinato di produzione sociale» (La grande iniziativa).
Desideri di liberazione
Numerose suggestioni presenti in questo libro, orientate a pensare il popolo «nella prospettiva strategica dell’abolizione di uno Stato esistente» (Badiou), o a «riproblematizzare la questione nazionale da un punto di vista decoloniale, per introdurre il plurale della nozione di popolo» (Khiari), o ancora a mostrare la continuità tra il razzismo amministrativo di Stato e quello del populismo xenofobo («L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi», Rancière), se lette nella prospettiva di una analisi dinamica e non sostanzialista (topologica) dei rapporti sociali, che non rimuove l’asimmetria, nè tantomeno l’incomunicabilità di fondo tra le parti in campo, possono offrire spunti importanti per una rinnovata riflessione sul concetto di popolo come parzialità o meglio ancora, machiavellianamente, come «desiderio di non essere comandati né oppressi».
La parola antica e moderna che mette in crisi la democrazia
Da quello delle primarie a quello delle piazze da quello sovrano a quello escluso Indagine su un termine politicamente ambiguo
di Roberto Esposito Repubblica 21.3.14
Alla base delle difficoltà a definire il popolo, c’è un’antinomia che lo
caratterizza da sempre. Esso contiene al proprio interno due poli non
sovrapponibili, e anzi per certi versi contrastanti - da un lato la
totalità degli individui di un organismo politico e dall’altro la sua
parte esclusa. Questo secondo elemento - espresso soprattutto
nell’aggettivo “popolare” - non soltanto non coincide col primo, col
popolo titolare della sovranità, ma ne costituisce una potenziale
minaccia interna. Come è stato ricordato anche da Agamben (Che cos’è un
popolo, in Mezzi senza fine, Bollati), tale dialettica non riguarda solo
le nostre democrazie, ma coinvolge fin dall’origine le istituzioni
occidentali.
Se in Grecia il demos indica al medesimo tempo l’insieme
dei cittadini dotati di diritti politici e i ceti più bassi della scala
sociale, a Roma la stessa dialettica è riconoscibile nel rapporto tra
populus e plebs - dove questa è contemporaneamente parte e resto escluso
del primo. Machiavelli spesso non distingue tra popolo e moltitudine,
mentre Hobbes li contrappone: a differenza della moltitudine, un popolo è
tale solo quando è unificato da un sovrano. Con la Rivoluzione francese
il popolo, identificato con la nazione, diventa esso stesso il titolare
della sovranità, così da eliminare ogni differenza tra gli individui.
Ma fin da allora il meccanismo della rappresentanza parlamentare, poi
diffuso in tutte le democrazie, tende a riprodurre uno scarto tra coloro
che esercitano il potere e coloro che lo subiscono. Non solo capita
spesso che i rappresentanti rappresentino solo i propri interessi, ma un
numero crescente di cittadini ha perso ogni fiducia nelle istituzioni.
Benché formalmente rappresentata dagli eletti nelle elezioni, una parte
della cittadinanza si sente esclusa dal patto sociale al punto da
astenersi regolarmente dal voto. Il problema che abbiamo di fronte, non
soltanto in Occidente, come dimostrano le recenti rivolte nei paesi
arabi e orientali, è che tutte le parti in conflitto dichiarano di
rappresentare, e anzi di costituire, il popolo contro le altre.
Cosicché, come è stato sostenuto sia a destra che a sinistra, a definire
un popolo non sono tanto coloro che ne fanno parte, quanto quelli che
ne vengono tenuti fuori. Durante il nazismo il popolo tedesco si
identificava attraverso l’espulsione violenta di una sua parte infetta.
Ma ciò è accaduto anche in altri momenti. Durante la guerra d’Algeria,
ad esempio, i termini “popolo francese” e “popolo algerino”, pur
equivalenti, assumevano un ben diverso significato a seconda di chi li
pronunciava. Ancora pochi mesi fa, d’altra parte, le folle di piazza
Tahir dichiaravano di essere il popolo egiziano contro quello
legittimamente rappresentato dal governo eletto. E che dire delle
moltitudini che dovunque, anche contro i propri rappresentanti,
reclamano accesso ai beni, al lavoro, alle cure mediche? Dove sta il
popolo, in parlamento o nelle piazze, nelle istituzioni o nei cortei?
Secondo Badiou quella di popolo è una idea dinamica: la nazione che esso
incarna è sempre in qualche modo da costruire, mai del tutto realizzata
dallo Stato presente.
Credo si debba prendere atto del fatto che la
faglia da sempre aperta nella storia dei popoli non è del tutto
eliminabile - se non in un futuro remoto i cui contorni ancora non si
profilano. Ma che è possibile, e necessario, ridurla al massimo. A tale
compito è ordinata la politica. Essa, come la democrazia, non può
coincidere con una pura tecnica di governo. Se così fosse, la sovranità
popolare sarebbe del tutto risolta nella rappresentanza degli eletti,
così da escludere ogni altra forma di espressione politica - partiti,
sindacati, movimenti spontanei. Ma così non è. Il potere costituito non
risolve mai interamente in sé quello costituente, come il popolo
presente non cancella mai completamente quello futuro.
Anche la
celebre espressione “Noi, il popolo”, che inaugura la Dichiarazione di
indipendenza degli Stati Uniti d’America, ha una portata performativa.
Contiene assai più di una mera descrizione. È insieme il riconoscimento
di quanto esiste, ma anche una promessa di quanto può darsi. Come scrive
Judith Butler nel saggio più intenso della raccolta, «“Noi il popolo”
non presuppone né fabbrica un’unità, ma fonda o istituisce una serie di
domande sulla natura del popolo e su ciò che esso vuole essere». Il
trasferimento della sovranità popolare ai rappresentanti non è mai pieno
e definitivo. Rimane sempre un certo numero di donne e di uomini che
preme ai margini di un popolo per prenderne parte in senso effettivo. Si
pensi non solo agli immigrati cui non è ancora stata riconosciuta
cittadinanza, ma anche agli emarginati, ai derelitti, ai disperati che
riempiono sempre più le nostre strade.
Mai come oggi, quando si
accresce in maniera insopportabile la forbice tra i più ricchi dei
ricchi e più poveri dei poveri, il popolo appare separato da se stesso.
L’effetto più profondo della crisi sta proprio nell’allargare la
frattura tra i “due” popoli. Eppure, se c’è qualcosa che può ridare
sostanza a una politica in drammatico arretramento, è proprio l’esigenza
di ricucire questa ferita. Come la parte esclusa potrà farsi popolo
anche nell’altro significato del termine? Perché ciò sia possibile
occorre una duplice condizione. Da un lato che chi è dentro le
istituzioni volga davvero lo sguardo a chi è fuori. Dall’altro che chi è
fuori, abbandonando forme di proteste inefficaci, entri nelle
istituzioni per cambiarle. Non è contrapponendo i due popoli che si sana
la malattia della democrazia. Ma creando le condizioni di un nuovo
patto sociale che rompa dovunque sia possibile le barriere che ancora li
dividono.
Il popolo delle primarie, il popolo della sinistra, il
popolo italiano, il popolo delle piazze in rivolta. Difficilmente un
termine politico è suscettibile di connotazioni così diverse. Già Pierre
Rosanvallon, del resto, in un saggio sulle forme di rappresentanza
democratica, aveva dichiarato il popolo “introvabile”. Né il
popolo-opinione né il popolo- nazione né il popolo-emozione riescono a
fornire risposte adeguate al malessere che sale dal fondo oscuro delle
nostre democrazie. Ma è un punto cieco che ci riguarda tutti. Da qualche
tempo immersi in una riflessione critica sui caratteri del populismo, è
come se avessimo dimenticato il concetto da cui esso proviene,
portandone dentro tutte le contraddizioni. E dunque, Che cos’è un
popolo?
È il titolo di un pamphlet appena tradotto da Derive Approdi,
firmato da sei rinomati intellettuali come Badiou, Bourdieu, Butler,
Didi-Huberman, Khiari e Rancière.
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