Doveroso silenzio, per ora [SGA].
Luciano Canfora:
La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18
Risvolto
«I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al
di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile,
dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione
e l’ingiustizia?»
Dell’utopia antica e delle sue proiezioni moderne; dello scetticismo
antico e moderno; del rischio dell’utopia e del rischio dell’immobilismo
fatalistico.
«Nel corso delle feste Scire, un gruppo di donne, capeggiate da una di
loro, Prassagora, particolarmente dotata di carisma e capace di pilotare
un gruppo bene organizzato e proteso all’azione politico-assembleare,
ha deciso di partecipare ai lavori dell’assemblea popolare. Naturalmente
in quanto donne non potrebbero, perché la democrazia ateniese, come
ogni società premoderna, è maschiocentrica. Perciò si travestono da
uomini, con barbe, mantelli e sandali adeguati al ruolo. Si radunano
all’alba per occupare già prestissimo posti all’assemblea…».
Questo libro ha al centro una commedia di Aristofane il commediografo,
irriducibile – forse più di qualunque altro in quell’arte – a schemi
preconcetti e a schieramenti partitici. La sua commedia, Le donne all’assemblea,
ha di mira un progetto di riforma radicale della società che trova
rispondenza con sorprendente puntualità nel nucleo più audace della Repubblica di
Platone. Nella commedia, Aristofane ridicolizza l’idea che si possano
mettere in comune le ricchezze e le relazioni sessuali; al contrario
Platone ne fa l’oggetto di uno dei suoi dialoghi più importanti e
influenti. È un conflitto paradigmatico sull’utopia, sulla possibile
costruzione dell’uomo nuovo, sulla realizzabilità di un assetto sociale
totalmente innovativo, fondato – secondo l’intuizione platonica – sulla
proprietà collettiva, o meglio sulla negazione della proprietà, e sulla
cancellazione dell’istituto familiare con tutto il suo carico di
egoismi. Più in generale, su una palingenesi complessiva di cui l’‘uomo
nuovo’ è o dovrebbe essere il risultato.
Canfora: ora il comunismo deve tornare all’utopiaNel
nuovo libro l’antichista rilegge gli ideali di uguaglianza della
Repubblica platonica: l’unico modo per contrastare le risorgenti forme
di schiavitù Il socialismo scentificio si è rivelato perdente In contrasto con tutte le previsioni, incluse quelle di Marx, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiaviintervista di Silvia Ronchey La Stampa 5.3.14
Canfora come Platone? Le premesse di un transfert si coglievano già nel
precedente libro su La guerra civile ateniese, contributo «tombale»
sulla democrazia antica (e moderna). Nell’esperimento rivoluzionario
«filospartano» dei cosiddetti Trenta Tiranni che aveva illuso il giovane
Platone - quella rivoluzione trasversale alla polarità Atene-Sparta, in
cui la lotta si faceva verticale, tra classi o ceti, anziché
orizzontale, tra regimi - già si leggeva un’analogia con l’esperimento
rivoluzionario novecentesco che ha affascinato Canfora sin da giovane.
Le parole della VII lettera platonica, dove il filosofo ormai anziano e
disilluso autodenunciava la sua iniziale adesione al progetto
«ascetico-autoritario» di Crizia, poi sfociato nell’orrore e nel sangue
oltre che nella condanna a morte del suo maestro Socrate, vibravano già
di una risonanza autobiografica. In questo secondo e ancora più denso
libro (La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp.
437, € 18) dalle forme politiche si passa alle idee: all’ideologia,
all’utopia.
Ma - domandiamo all’autore - alla parola «utopia» non potremmo aggiungere l’aggettivo «comunista»?
Non è questo libro, tra le molte cose, anzitutto una riflessione sul
comunismo? Declinata lungo l’orizzonte dei secoli e dei millenni, dal V
secolo di Crizia al XX di Pol Pot, passando per Campanella, Swift,
Saint-Simon, Fourier e molti altri, ma soprattutto per Marx e Engels?
Con occhio sempre più da filosofo della storia che da storico
dell’antichità?
«La crisi di cui parlo è certamente quella dell’utopia comunista, ma
intesa con un’ampiezza che si è persa. Dobbiamo restituire alla parola
comunismo la vastità di contenuto già ben presente ai due giovani
intellettuali che scrissero il Manifesto. Nella loro testa, prima che
tutto accadesse, il comunismo non riguardava solo i mezzi di produzione,
la sfera economico-sociale, ma i rapporti interpersonali, il destino
della famiglia. Abbiamo assistito al compiersi dell’annosa parabola del
passaggio del comunismo dall’utopia alla scienza. La seconda tappa è
tornare dall’idea perdente del socialismo scientifico all’utopia».
Proprio sui rapporti interpersonali e sul destino della famiglia è
incentrata la satira di Aristofane nelleDonne in assemblea, che lei
dimostra, con prove testuali inoppugnabili, in diretta polemica con il V
libro dellaRepubblicadi Platone, in particolare con la «scandalosa e
unilaterale rivoluzione sessuale presentata dal Socrate platonico come
corollario della comunanza di tutto tra tutti»; ma soprattutto con
l’idea di parità in pubblico tra uomo e donna - sul piano
dell’intelligenza, delle capacità operative e della pari responsabilità
nella gestione della città.
«Nei secoli e nei millenni la vera pietra dello scandalo dell’utopia
platonica non è stato l’egualitarismo in quanto tale - presente sia pure
in altre forme nelle origini cristiane e in quanto possiamo ricostruire
dallo scarno e interpolato testo evangelico sulla predicazione
dell’eroe eponimo del cristianesimo - ma proprio la concezione del
rapporto uomo-donna. La morbosa petulanza dei Padri della Chiesa è
riuscita a inseguirla all’interno di opere mastodontiche come la
Repubblica o le Leggi e Platone è stato principalmente condannato
proprio per l’“immoralità” delle idee sulla condizione femminile e
sull’ethos sessuale».
Nei passi dei Padri della Chiesa del IV e V secolo, che lei cita nel suo
libro, dalla condanna della parità della donna discendono tre anatemi:
amore libero, aborto, omosessualità.
«Tre bestie nere su cui la posizione della Chiesa cristiana nei secoli
non è mutata di un centimetro. Il fatto è che le utopie a base religiosa
durano millenni senza mutare, non essendo mai suscettibili a
controprova. La frastornante elementarità concettuale del linguaggio di
coloro che guidano le Chiese si basa su un libro solo, mentre noialtri
ne abbiamo un’infinità, e in contrasto tra loro. Per questo le utopie
laiche, che si presentino o no come scientifiche, si bruciano presto: le
loro proposte economiche e sociali si esauriscono nel tempo alla prova
dei fatti; il loro linguaggio concettuale è vulnerabile allo stesso
spirito critico che sta a loro fondamento».
La polemica di Aristofane prende di mira, in Platone, l’intellettuale
utopista che dopo avere partecipato al regime utopico-sanguinario dei
Trenta ha continuato a ritenere il suo tragico naufragio solo un
incidente di percorso. Il suo slancio di intellettuale che si mantiene
fedele al comunismo utopistico dopo il fallimento del comunismo reale su
che cosa si concentra oggi?
«Oggi mi trovo a pensare che inaspettatamente, in contrasto con tutte le
previsioni incluse quelle di Marx stesso, la contrapposizione è di
nuovo tra liberi e schiavi. La geografia delle classi sociali si è
trasformata sotto i nostri occhi, nella dialettica tra mondo sviluppato e
Terzo mondo o anche nelle forme di quella ”schiavitù concordata” che si
attua qui in Occidente, dove il contrasto non è più tra capitale e
lavoro salariato, ma quest’ultimo compie la scelta atroce, volta alla
salvazione individuale, di arretrare rispetto alle precedenti
condizioni. Penso al lavoro sottopagato in modo umiliante, ad esempio
nel Sud d’Italia o in Portogallo, alle condizioni schiavili di vita che
scorgiamo nelle grandi città, vicino alle stazioni ferroviarie o nei
quartieri ghetto. È la realtà lancinante del XXI secolo, un processo di
ritorno delle forme di dipendenza che può essere contrastato solo dalla
riaffermazione vigorosa del concetto “utopico” di uguaglianza, morto tra
le pieghe delle varie nomenklature di tipo sovietico».
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