domenica 2 marzo 2014
Il processo Brasillach
Robert Brasillach: Memorandum. La mia autodifesa, Edizioni Medusa, pagg. 80, euro 11
Risvolto
Tante leggende sono circolate sul rifiuto di
concedere la grazia a Brasillach da parte di de Gaulle. Ma se è
possibile perdonare qualunque individuo in carne e ossa, come si può
usare clemenza con un simbolo? Con l'aggravante del suo talento, che lo
stesso pubblico ministero non esita a riconoscergli, Brasillach è la
perfetta incarnazione di quell"intelligenza con il nemico" che la nuova
Francia deve lavare come un'onta. E dunque quello che si celebra il 19
gennaio del 1945 nel cuore di Parigi è sì un processo penale, ma anche
una sacra rappresentazione, una cerimonia espiatoria, la convocazione
forzata della letteratura sul duro terreno della responsabilità. Ce n'è
abbastanza per fare dell'aula gelida della Corte d'Assise uno di quei
luoghi in cui tutta un'epoca sembra darsi convegno, uno spazio saturo di
senso come un'allegoria. Ci sono i giudici, i giurati, il
rappresentante dell'accusa e l'avvocato, i giornalisti. C'è la sorella
di Brasillach, quest'uomo che ha sempre fatto volentieri a meno delle
donne, e ci sono Simone de Beauvoir e Maurice Merleau-Ponty. Ci sono i
giovani fascisti che accolgono la sentenza di morte con urla di protesta
e quasi non riescono a credere che l'esito di quella messa in scena,
nella sua ingenuità, abbia regalato loro un martire di tale importanza.
Di questo rischio non si accorsero né Sartre né Simone de Beauvoir, che
si rifiutarono di firmare il famoso appello a de Gaulle per la grazia.
Introduzione di Emanuele Trevi.
Il
"Memorandum" di autodifesa non risparmiò la fucilazione
all’intellettuale francese collaborazionista. Ora una nuova edizione
riapre (male) l’istruttoria
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