martedì 18 marzo 2014
Liberalismo reale
Tuttavia il senso dell'articolo è profondamente sbagliato e gronda nostalgia per l'Età dell'oro: come se fosse possibile tornare a quegli anni; come se il capitalismo non funzionasse necessariamente così [SGA].
Se 5 miliardari valgono come 13 milioni di Inglesi
di Fabio Cavalera Corriere 18.3.14
Possiamo considerarli i paradossi del darwinismo ultraliberista: chi è
ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero. Ma adesso
siamo un passo oltre, la selezione colpisce anche i miliardari, così chi
è più miliardario di altri miliardari è destinato a consolidare il
privilegio e il patrimonio. Quasi ovvio. Ma i calcoli dell’Oxfam, una
confederazione di 17 organizzazioni non governative impegnate nella
lotta alle ingiustizie sociali, indicano in una curiosa fotografia del
Regno Unito, che ci vuole la bellezza di 12,6 milioni di britannici, il
20% più povero dell’intera popolazione, per mettere assieme i redditi,
le rendite e i tesori che si concentrano nel portafoglio di cinque
famiglie: i Grosvenor, i fratelli Reuben, i fratelli Hinduja, i Cadogan
e Mike Ashley.
Non c’è che dire. Cinque famiglie se la spassano davvero bene in quel di
Londra e non solo. La crisi finanziaria è arrivata e da sei anni sta
massacrando l’economia ma per questi signori e signore la pacchia è
magicamente aumentata. Paradossi del darwinismo ultraliberista: chi è
ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero, è l’adagio
ricorrente e reale. Ma adesso siamo un passo oltre, la selezione
colpisce anche i miliardari, così chi è più miliardario di altri
miliardari è destinato a consolidare il privilegio e il patrimonio.
Quasi ovvio. Se non che alcuni calcoli dell’Oxfam, che è una
confederazione di 17 organizzazioni non governative impegnate nella
lotta alle ingiustizie sociali, trasformano un concetto condiviso ma
astratto in una fotografia in bianco e nero (o a colori dipende dai
punti di vista) del Regno Unito, terzo millennio post trauma recessione.
Operazione tutto sommato semplice che ha un risultato altrettanto
semplice: ci vuole la bellezza di 12,6 milioni di britannici, il 20% più
povero dell’intera popolazione, per mettere assieme i redditi, le
rendite e i tesori che si concentrano nel portafoglio dei Grosvenor, dei
fratelli Reuben, dei fratelli Hinduja, dei Cadogan e di Mike Ashley.
Il rapporto dell’Oxfam ha un titolo che non ha bisogno di spiegazioni:
«Un racconto di due Gran Bretagne». La prima è il Paese dei meno
garantiti (i 12,6 milioni) che hanno una «fortuna» calcolata mediamente
in 2.230 sterline, fra retribuzioni, sussidi e proprietà, e che sommati
valgono 28,1 miliardi di sterline (quasi 33,6 miliardi di euro). Il
secondo è il Paese dei magnifici cinque, i quali vanno appena oltre la
soglia e tagliano il nastro dei 28,2 miliardi (33,7 miliardi di euro).
Ben Phillips, che dirige l’Oxfam, sintetizza lo stato dell’arte: «Siamo
una nazione profondamente divisa, l’élite benestante vede schizzare
verso l’alto i suoi guadagni mentre milioni di persone cercano di
sbarcare il lunario».
I magnifici cinque hanno mietuto successi in tempi di rigore estremo. I
Grosvenor, e il loro numero uno Gerald, il Duca di Westminster, sono i
signori delle terre: 39 mila ettari in Scozia, 13 mila in Spagna e 77
nel cuore londinese, ovvero Mayfair e Belgravia, il che significa tutto
ciò che sta attorno a Buckingham Palace. Ricchezza di 7,9 miliardi. I
fratelli Reuben, un po’ più miseri (6,9 miliardi), hanno avuto la
lungimiranza di buttarsi sull’alluminio dell’Unione Sovietica in
disfacimento, hanno fatto scorpacciata di fabbriche e sono diventati
generosi finanziatori dei Tory, pur avendo simpatia per Lord Mandelson,
uno dei fondatori del New Labour. I laburisti possono comunque
consolarsi con i fratelli Hinduja, affari in 37 Paesi (dall’India
all’Iran, dalle banche ai lubrificanti), che li foraggiano a dovere
grazie al patrimonio di cui dispongono (6 miliardi). Poi i Cadogan,
nobiltà, terreni e case a Chelsea e Knightsbridge, e Mike Ashley che ha
tirato su la catena di abbigliamento sportivo di marca ma all’ingrosso,
la «Sports Direct», impero con migliaia di dipendenti.
Bravi, oculati, fortunati. Il vertice della piramide economica e
sociale. Sotto, il dramma o quasi di milioni di britannici, quei 12,6
milioni che faticano a tirare avanti. E se si sospetta che i dati
suggestivi diffusi dall’Oxfam siano eccessivi basta guardare un
documento dell’amministrazione londinese che ammette: «C’è un
significativo divario fra i ricchi e i poveri e sta crescendo». Il
numero ufficiale del censimento parla chiaro: il 10% facoltoso della
popolazione controlla il 45% dei beni immobiliari e finanziari. Se poi
dalle statistiche si tolgono il Sud-Est inglese e Londra, le aree della
borghesia, l’immagine del Regno Unito, meraviglioso Paese di Bengodi, ne
risulta assai ridimensionata. Le diseguaglianze si ampliano e il
reddito medio diminuisce (era di 24 mila sterline nel 2007, di poco
sopra le 23 mila oggi).
Il governo Cameron sta per sfornare (domani) il suo documento, il
budget, sulla salute economica dell’Isola. Il Pil marcia (grazie ai
motori londinese e del Sud-Est), la disoccupazione inverte il cammino
negativo, le retribuzioni sembrano rivalutarsi oltre il tasso di
inflazione. Eppure davanti c’è ancora austerità perché deficit e debito
non sono sotto controllo. La selezione del darwinismo ultraliberista non
è terminata. I magnifici cinque possono dormire sonni tranquilli.
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